Il termine “tortura” richiama generalmente alla nostra mente immagini di strumenti crudeli e sadici. Corde, fruste, gabbie, oggetti medievali infernali. Metodi barbarici di un’umanità antica e lontana. È vero, il Medioevo ha contribuito a formare quest’idea di tortura (specialmente fisica) come una pratica brutale e disumana. Tuttavia, la coercizione fisica o morale allo scopo di estorcere confessioni o dichiarazioni è sempre stata utilizzata in qualsiasi periodo storico. Solo nel XVIII secolo, con l’avvento dell’Illuminismo, le cose hanno cominciato a cambiare, a partire dal famoso trattato di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, in cui la tortura è considerata come una prassi inutilmente crudele. Da Beccaria fino all’intransigente condanna della tortura da parte dell’ONU sono passati più di due secoli e purtroppo la nostra modernità non può ancora definirsi completamente libera da questo fardello.
Perché in Italia si parla di abrogazione del reato di tortura
“Il reato di tortura, così generalmente definito, non ha senso.” Con queste parole Fratelli d’Italia ha presentato in Commissione Giustizia della Camera dei deputati un testo per modificare quello introdotto nel 2017, dopo un lungo dibattito in Parlamento. Ma facciamo un passo indietro.
Il reato di tortura in Italia è punito dal Codice penale dagli articoli 613-bis (tortura) e 613-ter (istigazione del pubblico ufficiale alla tortura), contenuti nella parte dedicata ai delitti contro la persona e in particolare contro la libertà morale, ed è stato introdotto nel 2017, con la legge 110. Il reato di tortura è nato in seguito alla Convenzione di New York del 1984 predisposta dalle Nazioni Unite, che ha obbligato gli Stati membri a inserire nel proprio ordinamento un regolamento in merito.
Fratelli d’Italia ha proposto quindi una legge per cancellare di fatto gli articoli 613 bis e 613 ter del Codice penale. Il motivo? Tutelare l’onorabilità della polizia e permettere loro di “portare avanti al meglio il loro lavoro”. La polizia, inoltre, secondo le ragioni esposte da FdI, a causa di questa legge inè limitata nell’esercizio delle sue funzioni e un rigoroso uso della forza da parte delle forze di polizia durante un arresto o operazioni di ordine pubblico potrebbero configurare il reato di tortura. Inoltre, gli agenti alla polizia penitenziaria rischierebbero quotidianamente denunce per tale reato a causa dell’invivibilità delle carceri.
Le controversie della legge
L’ Art. 613-bis cita:
“Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona. […]”.
Art. 613-bis
Critiche alla legge sono state mosse dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Il primo problema sta nei termini “pluralità di condotte”, da cui il reato dovrebbe prescindere. Inoltre, quel “chiunque” iniziale si allontana dalla definizione della convenzione dell’ONU che aveva previsto il reato di tortura come azione propria del pubblico ufficiale.
Perché l’Italia ha bisogno di questa legge
Nonostante le critiche, mai come in questi giorni, in cui 23 agenti del carcere di Biella sono stati accusati proprio di tortura su alcuni detenuti, il bisogno di questa legge si fa sentire, così come la necessità di creare giustizia per le vittime di questi abusi. Gli episodi di tortura nelle carceri italiane sono spaventosamente numerosi. L’organo anti-tortura del Consiglio d’Europa riferisce di violenze e intimidazioni nelle carceri di Lorusso e Cutugno a Torino e di Regina Coeli a Roma, e un sovraffollamento in tutti gli istituti di pena che arriva al 152% nella prigione di Monza. Episodi di violenza si sono verificati in molte altre carceri, tra cui quello di Santa Maria Capua Vetere, in cui la violenza sui detenuti è stata definita “un’orribile mattanza”. Un Paese come l’Italia in cui le carceri hanno raggiunto il 113% di sovraffollamento, in cui il tasso dei suicidi dei detenuti è aumentato così come le denunce di violenza degli agenti, cancellare il reato di tortura sarebbe un passo indietro, non solo contrario al diritto internazionale, ma anche contrario ai diritti fondamentali dell’uomo.
Il G8 di Genova ha mostrato “la più grande sospensione dei diritti umani in un Paese occidentale dai tempi della seconda guerra mondiale”. La CEDU (Corte Europea per i Diritti dell’Uomo) ha condannato come tortura i fatti commessi dalle forze dell’ordine italiane. E il caso di Stefano Cucchi ha cambiato forse per sempre l’opinione pubblica: le immagini del suo corpo dilaniato dalle violenze dei carabinieri ha dimostrato ancora una volta come la tortura nelle carceri e da parte di pubblici ufficiali non solo sia ancora presente, ma ancora troppo diffusa.
Dopo gli avvenimenti del G8 di Genova e la morte di Stefano Cucchi, la legge 110 ha rappresentato un grande traguardo, una piccola fiamma di speranza, fiamma che però, invece che spenta, andrebbe tenuta viva.
Lorenza Re
Crediti immagine di copertina: laRepubblica
