In quel primo di maggio del 1958, il pubblico della radio italiana danza sulle note di Nel blu dipinto di blu, l’ultimo grande successo del siculo-pugliese Domenico Modugno, una ventata di aria fresca per la musica leggera all’italiana, ancorata agli sdolcinatissimi “Chissà se un giorno potrò io l’amor capire” e ai “Rose, rose, ma le più belle le hai mandate tu” di Nilla Pizzi.
Sotto la Mole, tra le grida di protesta del corteo CGIL in sciopero, non c’è spazio per la canzonetta di consumo sanremese: sul palco si esibiscono per la prima volta i Cantacronache, un collettivo torinese composto da musicisti, letterati e poeti del calibro di Italo Calvino, Emilio Jona, Fausto Amodei, Umberto Eco, Luciano Straniero, Sergio Liberovici e Gianni Rodari. I primi sei album, pubblicati tra il 1958 e il 1960 da CANTA ITALIA, una piccola casa discografica vicina al PCI, sono un successo: Un paese vuol dire non essere soli; La zolfara, interpretata successivamente anche da Ornella Vanoni; Oltre il ponte, testo resistenziale di Calvino musicato da Liberovici; e Per i morti di Reggio Emilia sono alcuni dei titoli più celebri e contestati dall’establishment democristiano RAI, che nega per dieci anni la riproduzione radio del repertorio del gruppo. Cantacronache è un’onda d’urto che, nonostante la scarsa rappresentazione mediatica, conquista i giradischi della classe operaia, degli studenti liceali e degli eruditi universitari.

Margot, nome d’arte di Margherita Galante Garrone (1941-2017), è una delle protagoniste indiscusse del collettivo. Figlia di Carlo Galante Garrone – senatore della Repubblica, partigiano e fondatore del Partito di Azione – si esibisce appena diciottenne nei “salotti” della Torino bene per gli amici del padre, affascinati dalla “ragazzina canterina e un po’ strafottente” che brilla cantando Brassens, interpretato in un perfetto francese. È proprio durante una di quelle sere che Margot incontra Jona, Amodei e Liberovici – futuro primo marito della cantante – i quali la convincono a entrare a far parte del gruppo. Appassionata di musica francese, Margot è la prima voce italiana del brano Le déserteur di Boris Vian, un inno pacifista boicottato dalle autorità francesi, impegnate nel conflitto d’Algeria, e tradotto in italiano da Paolo Villaggio, Luigi Tengo e Giorgio Caproni.
Come scrive Calvino, l’anima intimista della Joan Baez d’Italia – attenta “alle sfaccettature della quotidianità della vita coniugale […] con tutta la sua sensibilità per l’insoddisfazione nascosta sotto le ore apparentemente più tranquille e contente dei nostri tranquilli e contenti contemporanei” – si lega indissolubilmente allo spirito della Margot “barricadera” che rischia la vita in Spagna cantando a squarciagola Bella ciao in un locale frequentato da militari franchisti. Grazie ai materiali raccolti durante il viaggio nelle terre di Franco, verrà pubblicato per Einaudi un libro sui nuovi canti della resistenza spagnola, che varrà a tutti gli autori del volume – Giulio Einaudi compreso – una maxi-denuncia per oltraggio a capo di Stato estero e vilipendio della religione.
Margot dichiarerà anni dopo, poco prima della sua scomparsa, di non avere mai avuto paura degli insulti e delle denunce, che anzi la facevano sentire una paladina musicale della causa post-resistenziale. La Margherita che intona La morte di Anita Garibaldi, Canzone di viaggio e Le nostre domande è la stessa che a sei anni canta con papà Carlo La badoglieide, parzialmente epurata delle espressioni più scurrili (“coglion” viene agilmente sostituito con “botton” nel celebre passaggio “O Badoglio, o Pietro Badoglio, ingrassato dal Fascio Littorio, col tuo degno compare Vittorio ci hai già rotto abbastanza i coglion”).

In seguito allo scioglimento del gruppo Cantacronache sul volgere degli anni Settanta, Margot ricerca un sound diverso, più vicino all’esperienza dei folk singers americani, particolarmente evidente nei tre album Sul cammino dell’ineguaglianza (1975), La follia (1977) e La messa dei villani nella cattedrale degli ingegneri (1979), accolti molto bene dalla critica, che premia le ottime traduzioni musicali delle opere filosofiche di Jean-Jacques Rousseau e di Jonathan Swift.
Pochi sanno che Margot, fondatrice del gruppo La Fede delle femmine, è stata anche un’ottima regista nel campo del teatro delle marionette; si ricorda, tra i suoi vari lavori, la messa in musica nel 2002 della fiaba in due atti Re Orso, scritta da Arrigo Boito, per la rinomata compagnia Fratelli Lupi di Torino.
Negli ultimi anni della sua vita, segnati dalla morte del secondo marito, Giovanni Morelli, Margot non smette di raccontare la politica italiana. Gli ultimi versi dell’adattamento della celebre Avvelenata di Guccini rappresentano il testamento intellettuale dell’artista:
“Io che ho vissuto solo di follie, trentuno e più regie e canzoni e fortuna, tirare in barca i remi non mi presto, credo di avere ancor molto da dire. Questa canzone che sta per finire non vuol dire morire e “in mona” tutto il resto”.
Micol Cottino
Crediti immagine di copertina: https://www.antiwarsongs.org/do_search.php?lang=it&idartista=779&stesso=1
