Centomilioni di Marta Cai: la vita non vissuta di Teresa

Teresa ha 47 anni, è un’insegnante d’inglese in un istituto per ripetenti. Teresa è una figlia obbediente, in balia della madre Maria, il cui occhio vigile ricorda molto quello di Sauron de Il signore degli anelli, che tutto vede, tutto sa e tutto comanda. Teresa ha anche un padre, il signor Piero, che in teoria soffre di Alzheimer – diciamo in teoria perché forse finge, ma non ne siamo sicuri, così come non lo è la figlia. La vita di Teresa è scandita da uno strano metronomo: il cibo. Giovedì ossibuchi, martedì trippa, il pesce – polpo o merluzzo – solo quando è fresco, e poi ancora il coniglio e tanto altro. Nonostante questo, Teresa è bulimicamente magra, forse bella o forse no, d’altronde chi siamo noi per giudicare? Lei comunque non si sente bella. Teresa ama fumare, è l’unico vizio che si può permettere, perché anche la madre fuma, e perciò non può rimproverarla.

Teresa non ha amici, non ha un fidanzato, non ha un buon rapporto con la famiglia. Vive ancora con i suoi, dove non c’è spazio per la privacy. Non ce ne sarebbe nemmeno fuori: vive in una città senza nome, un non-luogo, in provincia, che potrebbe essere la provincia di una qualsiasi regione italiana. Una città «né grande né piccola, né nota né ignota», che in molti, parlando con l’autrice Marta Cai, hanno riconosciuto da qualche parte vicino a Bari, o forse in Sicilia, o in Veneto. La verità è che la provincia che Marta ha raccontato si adatta camaleonticamente a tutta l’Italia, ed è anche questo, tra gli altri, il suo intento: raccontare le persone che vivono all’ombra delle grandi città, rappresentare chi e che cosa vive in quella semi-oscurità, i sentimenti che vi si annidano. A proposito di questo, durante un incontro del format culturale e letterario “Granda in Rivolta”, ha detto:

“Non ho voluto rappresentare una provincia specifica, ma raccontare la violenza profonda che si annida sotto la superficie di certe nostre tendenze che sono così radicate nell’animo umano. La provincia per me è stata come il vetrino del microscopio, è l’inconscio delle città: mi ha aiutata a vedere meglio alcune pulsioni che emergono in purezza, si è meno distratti rispetto alla vita urbana”.

Dall’articolo “Con i libri si mangia… ossibuchi il giovedì sera” di Rachele Crosetti su La Fedeltà

Certo è che le persone di una certa piccola città, di una certa regione, che qui non voglio nominare, potranno effettivamente riconoscere il Caffè Roma con i suoi pasticcini, il mercato e il banco del pesce il venerdì, il viale alberato con i tigli, il cavalcavia crollato. Ma tralasciando questo, una parte della maestria di Marta risiede proprio nel suo dipingere una città provinciale che potrebbe trovarsi al Nord come al Sud, con gente delicatamente tipicizzata – le vecchie pettegole, la zitella del paese, la matta, il caffè dove si ritrovano tutti, il figlio di… e così via.

L’altra prova di bravura è l’intelligenza della narrazione. Marta accompagna in scena Teresa, certe volte intervenendo direttamente per parlare con il lettore, ma sempre senza giudizio verso il suo personaggio. La sua è una penna che graffia e taglia, con un umorismo sferzante. E si sa, l’umorismo richiede enorme ingegno, una dote che fa sicuramente parte del bagaglio di Marta.

Ma diciamo ora qualcosa sulla trama, che di libri non si può mai parlare senza svelare qualcosa sul loro contenuto. Dicevamo, Teresa è chiusa in questa realtà, famigliare e cittadina, in cui le è stato insegnato a non desiderare, quasi a non pensare, a obbedire. E così lei agisce. E il pensiero, dove va a finire? Teresa inizia a tenere un diario, che crede essere inizialmente inutile: lei non è interessante, non è niente, cosa dovrebbe mai raccontare? Il nulla? E invece i giorni vanno avanti e le pagine si riempiono, soprattutto di un nome: Alessandro.

C’è una cosa da dire: Teresa non ha mai avuto un fidanzato, non è mai stata innamorata – per quanto ne sappiamo. Succede però che sogna Ale, un suo ex allievo, appena maggiorenne, biondo e bellissimo, quasi un’allucinazione angelica. Teresa lo pone su un piedistallo, lo innalza ad essere la cosa più bella che le sia mai capitata nella vita, anche se lui magari non saprà mai del suo amore. Anche perché non l’ha più rivisto da quando il padre del ragazzo lo ha ritirato da scuola. Proprio quando in lei si accende la passione, il destino fa incontrare nuovamente allievo e professoressa. Alessandro entra come una bomba nella vita di Tére, che inizia a trascurare i genitori, a cercare di vivere la vita che non ha mai avuto. Ma il gioco è bello solo se dura poco.

In realtà, Alessandro non ha nulla di San Michele, semmai ha l’occhio luciferino. È figlio di una prostituta e di un tossico, non ha soldi ma sa che il denaro è l’unica cosa che gli permetterebbe di andarsene dalla città, o per lo meno gli consentirebbe di vivere una vita all’insegna dell’edonismo, adatta ad una persona di bella presenza come lui sa di essere. Da lì l’idea: sfruttare quella professoressa che non sa insegnare, perché tutti sanno dei “centomilioni” che tiene nascosti nel materasso.

Marta Cai con Centomilioni è arrivata terza al Premio Campiello 2023, anche se ha conquistato il primo posto nel cuore dei molti lettori che hanno veramente apprezzato il suo romanzo. Una scrittura intelligente, una voce nuova che si inserisce splendidamente nel panorama letterario italiano. Un libro che entra nelle vene di chi in provincia ci è nato e vissuto, ne conosce le trame nascoste e le riconosce tra le righe di Marta.

Rachele Crosetti

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