Quest’anno in occasione del G20 a Nuova Delhi i Capi di Stato di tutto il mondo sono rimasti ammutoliti dall’invito a cena ricevuto dal primo ministro Narendra Modi: in esso non c’era scritto India, ma “Bharat”. La notizia ha fatto il giro del mondo e ha destato reazioni differenti, ma soprattutto stupore, se non addirittura risate. D’altronde l’idea di uno Stato che cambia improvvisamente il suo nome fa quasi venire il sorriso, ma solo a chi non conosce la Storia che c’è dietro. È questo un gesto non indifferente, anzi pienamente politico. Perché forse non si sa quanti Paesi durante il corso della loro Storia, soprattutto durante il secolo scorso nella fase di decolonizzazione, hanno cambiato nome, in segno di indipedenza e identità. Perché un nome non è mai solo un nome: racchiude la Storia, la definizione di sé e la tradizione. Che non è mai data per sé, ma inventata.

Ma perché Bharat?
Fin dall’antichità sono coesistiti due termini con cui definire il territorio che chiamiamo India: uno è appunto questo, e deriva dalle popolazioni esterne (persiani, greci, arabi ecc…) che chiamavano così il territorio intorno al fiume Indo; ma un altro termine — se vogliamo, più “indigeno” — è proprio Bharat, e si riconnette alle tribù che abitavano la pianura tra i fiumi Indo e Gange nel secondo millennio a.C. Ha quindi un’accezione più propriamente “induista” mentre India è un termine affibbiato da qualcun altro, un’etichetta straniera. Entrambi i nomi sono di per sé validi formalmente: “India, that is Bharat, shall be a union of states…” è la frase con cui apre la Costituzione sottoscritta nel 1950 all’indipendenza del Paese.1 Ma per quanto quindi questi due nomi coesistessero si è sempre usato il più conosciuto India. Il riemergere di Bharat non è casuale: in India imperversa ormai da tempo un clima di intolleranza e fondamentalismo induista, oltre che di nazionalismo. Modi ne è il principale artefice e rappresentante, con il suo approccio populista e il continuo rivangare il passato mitico di una nazione piena di storia, cultura, filosofia, unita sotto la religione dell’induismo e fiaccata poi dal dominio coloniale, sia musulmano, sia poi con l’impero britannico. In questo crogiolo ultraconservatore il termine India non può più essere tollerato, in quanto simbolo della sottomissione all’invasore. C’è bisogno di ritornare alla purezza originaria di ciò che è veramente indiano e hindu. E Bharat rappresenta tutto questo.

(Fonte: https://www.ilpost.it/2023/09/10/india-bharat-cambio-nome/ )
Nuovo nome, nuova vita
Che l’India non sia l’unico Paese con la volontà di cambiare il proprio nome come gesto simbolico è alquanto ovvio: tanti gli Stati che nei decenni scorsi, in occasione della proclamazione della propria indipendenza o per volontà di governi particolarmente nazionalisti, hanno dato un volto nuovo all’identità nazionale. Birmania in Myanmar, Alto Volta in Burkina Faso, Ceylon in Sri Lanka. La stessa Turchia, che l’anno scorso ha fatto richiesta all’ONU di essere ufficialmente conosciuta anche in inglese col nome nella propria lingua (Türkiye). 2 Molti hanno portato come principale motivazione di questo gesto il voler prendere le distanze da un passato di dominio coloniale, di etichette occidentali, intrise di pregiudizi o richiami a luoghi e persone che nulla hanno a che fare con la cultura e la storia locale. Ma analizzare il contesto intorno a questi gesti è sempre importante, perchè molto spesso sono la spia di fenomeni più vasti; come il caso di Bharat, che è più complesso di quello che può sembrare. Bharat veniva strumentalizzato dalle fila del hindutva3 già da anni, ma il gesto esemplare del presidente Modi, di fronte ai capi di tutte le potenze del mondo (non a caso è la prima volta che veniva usato in un’occasione così ufficiale), è stato un atto simbolico con cui egli sembra voler indirizzare il proprio Paese a rinunciare ad essere uno Stato laico, per diventare invece pienamente induista. Un gesto che ha accontentato ed esaltato i movimenti più radicali e preoccupato l’opposizione, che in vista delle elezioni il prossimo anno ha pensato (altrettanto simbolicamente) di formare una coalizione dal nome Indian National Development Inclusive Alliance – acronimo I.N.D.I.A.

Una tradizone inventata
Le prossime elezioni potrebbero essere davvero decisive per il futuro dell’India: se il Bharatiya Janata Party, il partito ultranazionalista guidato da Modi, vincesse di nuovo, sarebbe la sua terza rielezione consecutiva e una consacrazione al potere che renderebbe tutto ciò che significa il nome Bharat sempre più reale. Una strategia politica quindi, sì. Ma anche qualcosa di più. Voler chiamare d’ora in poi lo Stato con un nuovo nome significa riconfigurare l’identità collettiva nel quale riconoscersi, o non poterlo fare: se Bharat è legato alla religione induista ciò implica affermare che si è veri indiani se si è induisti, cosa tra l’altro già vera per molti fondamentalisti hindutva. Le varie minoranze etniche e religiose già profondamente minacciate da discriminazioni e persecuzioni si sentirebbero ancora più minacciate ed escluse. Inoltre questo meccanismo fa appello a una più profonda strategia propagandistica: quella che è stata definita da Eric Hobsbawm e Terence Ranger come l’invenzione della tradizione.4 Ovvero fare appello al concetto della tradizione come a un’entità immutata e immutabile, sempre esistita e connaturata nei gesti, in certi usi e costumi e nella lingua di un popolo. Tutto ciò che confluisce a costruire l’identità collettiva di un gruppo, o in questo caso di uno Stato, ma che è in realtà inventato, perché per quanto esista non è naturale di una certa identità e certamente non rimane immutato. Molte delle tradizioni che noi consideriamo tali diventanto così importanti e cogenti per noi solo in tempi recenti, perché qualche istanza politica o culturale preme affinché ciò accada, o perché è più semplice affidarsi alla fissità di una propria appartenza piuttosto che accettare invece il flusso costantemente eterogeneo e in evoluzione in cui siamo immersi, nella nostra cultura e nei confronti delle altre.
Rachele Gatto
Fonti e riferimenti:
- https://open.spotify.com/episode/73DWf3YOyWGr8xU9UEqHdT?si=90409568cbe44526 ↩︎
- https://iari.site/2022/07/13/i-paesi-cambiano-nome-perche/ ↩︎
- https://en.wikipedia.org/wiki/Hindutva ↩︎
- E. Hobsbawn, T. Ranger, The Invention of Tradition, Cambridge University Press (1983) ↩︎

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