Se guardiamo la storia della musica italiana del secolo scorso, possiamo notare che Torino è stata una delle più importanti capitali della canzone impegnata dal punto di vista politico e sociale. Il gruppo dei Cantacronache, ad esempio, è stato attivo dal 1957 al 1963 proponendo brani di protesta politica e ispirati alla Resistenza con il contributo di poeti e intellettuali del tempo. Testi di denuncia sociale contro la realtà evasiva cantata dalla musica leggera del Festival di Sanremo, volti a spostare l’attenzione dell’ascoltatore su temi quotidiani e di importanza collettiva. Sulla scia di questa tradizione, oggi, possiamo collocare l’operato di altri cantanti torinesi tra cui Willie Peyote e gli Eugenio in Via di Gioia. Il rapper e la band sabaudi, la cui produzione artistica si dedica da sempre a tematiche anche collettive, il 27 giugno scorso hanno pubblicato un singolo contro ogni forma di violenza e privazione della libertà per manifestare a favore del rapper iraniano Toomaj Salehi.
Nel 2022, il musicista è stato arrestato per essere stato uno dei primi artisti a essersi schierato a favore delle proteste contro il governo in seguito all’uccisione della giovane Mahasa Amini. Toomaj aveva scritto delle strofe per denunciare l’ingiustizia di essere assassinati dallo stato per non aver indossato il velo; per tale ragione, è stato giudicato colpevole di “corruzione sulla Terra”, uno dei reati della legge islamica che prevedono la pena di morte. Un artista a cui quasi nessuno aveva dedicato delle strofe o delle riflessioni a riguardo.

Farò più rumore del ratatata, così si intitola il brano degli Eugenio in Via di Gioia, nasce dall’urgenza di parlare di libertà e di liberare i pensieri censurati di Toomaj, sfidando attraverso l’aiuto dell’intelligenza artificiale la negazione dei diritti imposta dal governo iraniano nei confronti del rapper. Come racconta Eugenio Cesaro in un’intervista sui social del conduttore radio Alvise Salerno, l’obiettivo è quello di “creare una sorta di inno che smascherasse la piramide [del privilegio sociale e della diseguaglianza], buttasse giù tutti i muri e provasse a dire che eravamo pronti con la nostra musica a far più rumore di tutta la violenza”.
Il brano è frutto di una collaborazione con Willie Peyote, il quale dopo aver ascoltato in studio una prima demo degli Eugenio in Via di Gioia, riconduce le parole della band alla storia di Toomaj e di un progetto del Corriere della Sera per coinvolgere gli artisti italiani a sensibilizzare sulla storia del rapper iraniano. Da qui l’idea di restituirgli la voce rubata: Willie Peyote scrive infatti le strofe della canzone e, grazie all’intelligenza artificiale, permette all’artista di cantarle al suo posto. Un’operazione fatta grazie alla mediazione dell’attore Ashkan Kathibi (in Italia proprio grazie al progetto del Corriere) che ha tradotto con dei sottotitoli in farsi le parole del brano. Il singolo è stato inoltre prodotto da Okgiorgio in modo tale da restituire sonoramente la sensazione di un coro. Un coro che si batte per la libertà e per i diritti umani, non solo di Toomaj, ma di tutti coloro che nel mondo vivono in una condizione in cui i propri diritti sono violati o negati. Il coro della band piemontese ha infatti sin da subito trascinato gli ascoltatori, come dimostrano le 1,7Mln di visualizzazioni del reel postato in seguito all’esibizione all’Oltrefestival di Bologna con Ashkan Kathibi.
Ieri sera a Bologna le parole di Toomaj hanno risuonato sul palco dell’ @oltrefestival attraverso la voce di Ashkan Kathibi, attivista, attore e regista Iraniano che ha dovuto lasciare il suo paese per non rischiare di essere perseguitato dalla Repubblica Islamica.
Abbiamo conosciuto Ashkan tramite il @corriere che segue con attenzione la terribile situazione in Iran. Insieme a lui ieri sera, a testimoniare la propria storia, anche @sadafbaghbani, artista, attrice e performer straordinaria sopravvissuta per miracolo a 150 proiettili durante le proteste in Iran. Insieme abbiamo ricordato il nostro sostegno a @toomajofficial rapper condannato a morte per aver cantato contro il regime.
Già dal Festival di Sanremo abbiamo potuto notare come, in questo 2024, le canzoni cerchino di abbracciare l’attualità e proporre testi che accendano una luce su temi d’emergenza come le guerre, i genocidi e l’immigrazione, nonostante i tentativi di censura subiti dai cantanti. Farò più rumore del ratatata segue in un certo senso la scia di Ghali e di Dargen D’Amico, nel tentativo di utilizzare la musica come mezzo politico, di informazione e di protesta superando le solite canzonette d’amore e riuscendo a coinvolgere il pubblico nello stesso modo viscerale.
Giulia Calvi
