Black Barbie: l’importanza della rappresentazione

Uno dei giocattoli più influenti e controversi presenti sul mercato è da sempre quello di Barbie, la bambolina bionda, magra e slanciata, capace di realizzare tutti i suoi sogni. Il film di Greta Gerwig dello scorso anno ha dato nuova linfa sia al personaggio di Barbie che alle polemiche legate al suo aspetto fisico e al ruolo che lo stereotipo a essa connesso ha avuto sulla società e sulla concezione della donna e della femminilità. Un altro contributo al dibattito su questi temi è fornito dal documentario Netflix Black Barbie.

Sicuramente meno sponsorizzato del film del 2023, come si evince dal titolo il documentario parla proprio della prima Barbie nera messa in commercio, con un focus particolare sulla questione razziale e sulla rappresentazione della comunità afroamericana. Black Barbie è prodotto da Davis e Shonda Rhimes, la stessa produttrice di Grey’s Anathomy e Bridgerton ed è disponibile su Netflix. L’obiettivo del progetto, oltre a informare sulla storia della prima Barbie nera, è quello di sensibilizzare il pubblico alla questione della rappresentazione di quella che viene considerata una minoranza sociale. Nel documentario intervengono psicologi, sociologi e studiosi della cultura afroamericana proprio per mettere in evidenza come la questione razziale generi delle conseguenze nell’infanzia delle persone e come l’essere visti, il sentirsi rappresentati, sia fondamentale per lo sviluppo della persona, per sentirsi parte della società.

Tra i personaggi che intervengono nel documentario, oltre anche alla stessa Rhimes, vi è la prima donna nera assunta alla Mattel, Beulah Mae Mitchel. Come racconta Mitchel, nata nel 1938, quando era bambina esistevano solo bambole bianche e nessuno si poneva il problema che non ce ne fossero altrettante nere. A dire il vero, bambole nere esistevano, ma si trattava spesso di caricature delle donne di servizio e a nessun bambino poteva piacere giocare con giocattolo del genere. Tutto questo condusse però a una domanda: cosa può significare per un bambino nero non avere a che fare con dei giocattoli simili a lui?

Crediti: SamePassage

Fu così che negli anni Quaranta gli psicologi Kenneth e Mamie Clark condussero una serie di analisi chiamate “Doll Test” sui bambini afroamericani, per verificare le conseguenze della segregazione razziale e dell’assenza di rappresentazione nei propri giocattoli. Al bambino venivano mostrate due bambole, una bianca e una nera e veniva chiesto: “con quale di queste due bambole giochi di più?”. La bianca ovviamente otteneva più voti. Poi: “quale secondo te è la bambola più cattiva?” e questa volta i voti per la nera andavano per la maggiore. Infine: “quale bambola è più simile a te?”. Al momento di indicare la nera, molti bambini scoppiavano in lacrime. Il Clark Doll Test dimostra quindi le gravi conseguenze della segregazione razziale sulla psiche umana e il dolore che un bambino possa provare nel sentirsi negativamente – o nel non sentirsi proprio – rappresentato.

Beulah Mitchel sottolinea che i proprietari di Mattel, e in particolare la signora Ruth Handler (la mamma di Barbie), erano gentili e non hanno mai avuto atteggiamenti razzisti nei confronti dei colleghi afroamericani, ma comunque una bambola nera era assente. In seguito, dopo la creazione di Barbie e Ken negli anni Cinquanta, la Mattel iniziò a porsi la questione se aggiungere o meno alla linea dei personaggi neri, con il dubbio di non riuscire a venderli. Nel 1967 venne lanciata Francine e nel 1968 Christie, ma queste non possono essere considerate le prime Barbie nere per il semplice fatto che non si trattava di Barbie, bensì di sue amiche. Christie, in particolare, era la sua baby sitter e non poteva di certo ricoprire un ruolo da protagonista. Negli stessi anni gli attivisti Louis Smith e Robert Hall, con supporto della Mattel, lanciano la prima linea di bambole nere Shindana, prodotta fino al 1983 e simile a Barbie nel suo aspetto fisico.

Crediti: luce.lanazione.it

Ma per avere la prima vera black Barbie bisogna aspettare il 1980 e la giovane stilista Kitty Black Pierkins. Poco dopo il suo ingresso come designer in Mattel, inizia a lavorare insieme a Belulah Mitchel e Stacy McBride Irby alla creazione di una Barbie afroamericana non con un ruolo di spalla o aiutante, ma di vera e propria protagonista. Non si trattava di una Barbie con un fototipo scuro ma i lineamenti invariati rispetto alla Barbie stereotipo interpretata da Margot Robbie, bensì di una Barbie afroamericana a tutti gli effetti, con i capelli afro e i tratti somatici tipici delle donne nere. Per farlo si ispirarono all’idolo del momento, Diana Ross. Nonostante il successo, nel documentario si mette bene in evidenza come non ci sia stata alcuna campagna di marketing per la sua promozione. In Italia venne addirittura commercializzata come Ebony Christie.

Oggi Mattel si impegna ad allargare la cerchia della rappresentazione delle “minoranze”, ma si tratta di risultati arrivati relativamente in ritardo rispetto alla storia dell’azienda e di Barbie. Se per black Barbie ci sono voluti all’incirca una ventina di anni, per le Barbie curvy, in sedia a rotelle o con l’hijab ce ne sono voluti decisamente di più se consideriamo il fatto che sono in commercio da meno di dieci anni e che anche nel loro caso le sponsorizzazioni sono rare. Ciò dimostra quanto sia fondamentale per un bambino di oggi, e per l’adulto che sarà domani, potersi riconoscere nell’eroe della storia che inventa attraverso il mezzo del giocattolo. Le Barbie sono da sempre un grande strumento per l’immaginazione infantile, consentono al bambino di mettere in atto delle storie creative, di impersonare e identificarsi con i propri eroi. Se l’eroe è sempre una bambolina bionda, magra, bella e viziata, penserà inconsciamente che sia quello l’esempio da seguire. Se invece Barbie stereotipo diventa black Barbie presidente degli Stati Uniti, o una Barbie curvy astronauta o ancora Barbie meccanico, l’orizzonte rappresentativo si amplia e in questo modo è più facile combattere l’emarginazione. Solo in questo modo un oggetto tanto potente quanto discusso come Barbie può abbracciare le battaglie femministe e contribuire positivamente alla costruzione di una società inclusiva e senza pregiudizi.

Giulia Calvi

Crediti immagine copertina: netflix.com

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