Il 21 e il 22 febbraio scorsi, la redazione di The Password, il giornale degli studenti di UniTo, ha avuto il grande onore di partecipare a “Raccontare suoni”, un evento organizzato dall’associazione culturale Omnibus ETS, di cui la nostra testata online è Social Media Partner. Il direttore d’orchestra Diego Marangon ha guidato magistralmente l’esecuzione dei brani composti dal giovane Cesare Mecca e, contestualmente, l’attrice Annalisa Limardi ha prestato la propria voce per la lettura di alcuni testi scritti da autori stranieri.
La nostra redattrice Serena Spirlì ha intervistato, per i microfoni di TP, la vicepresidente di Omnibus, Carlotta Petruccioli, che ci accompagnerà in un viaggio alla scoperta di questo splendido progetto.
Ciao Carlotta, siamo contenti di averti qui oggi. Cosa ti piacerebbe condividere di te stessa con i nostri lettori?
Grazie a voi per l’opportunità! Dunque, ho ventitré anni, ho conseguito la Laurea Triennale in fagotto presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino e ora frequento la facoltà di Lettere a UniTo. Ho cantato al Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino e nel 2023 ho fondato l’associazione Omnibus con Antonio Viganoni, un violloncellista amatore che conoscevo tramite mio padre, con l’obiettivo di diffondere la musica amatoriale in Italia.
Come definiresti Omnibus?
Dico sempre che la nostra associazione ha una funzione simile a quella del lievito: ci sono gli amatori, c’è la musica e noi facciamo in modo che l’incontro tra l’uomo e l’arte si trasformi un vero e proprio evento.
Nel tempo siamo infatti riusciti a raccogliere numerosi appassionati alla ricerca di un posto dove suonare a Torino, con l’intenzione di creare un’orchestra. Specifico che noi non facciamo una selezione iniziale e accogliamo, anzi, tutti coloro che lo desiderino: noi vogliamo rappresentare un modo di fare musica classica diverso da quello a cui troppo spesso siamo abituati, che sembra pensato esclusivamente per un’élite. Il livello di padronanza dello strumento varia da musicista a musicista e l’obiettivo non è quello di suonare perfettamente, bensì quello di dare alle nostre orchestre qualcosa che le altre non avranno mai, cioè la passione pura: le persone che vi suonano hanno sacrificato il loro tempo libero e hanno studiato tantissimo per essere lì.
Parlami del progetto “Raccontare suoni”.
Come recita il nostro motto, “ogni nota risveglia un cittadino”, perché crediamo profondamente nel potere educativo e sociale della musica. Gli autori dei testi di “Raccontare suoni” sono migranti, stranieri che vivono quotidianamente l’esperienza dell’esclusione, dell’emarginazione e con questo progetto diamo finalmente loro voce, attraverso testi semplici ma bellissimi ed evocativi, scritti non nella loro lingua madre, con tutte le difficoltà che ciò comporta.
Un messaggio per i lettori di The Password.
La musica classica è stata scritta per secoli da e per gli amatori: pensiamo ad esempio a Beethoven, che scriveva le sue composizioni per delle amatrici, senza dimenticare poi i tanti musicisti passati alla storia per la loro bravura che nella vita, di mestiere, facevano tutt’altro. Ci siamo dimenticati l’enorme valore culturale della musica e gli studenti devono capire che possono scegliere di imparare a suonare uno strumento e di ascoltare o fare musica classica quando lo preferiscono.
Grazie Carlotta per questa bella intervista. Siamo sicuri che i nostri lettori non perderanno un solo vostro concerto. A tal proposito, quali sono i prossimi eventi in programma?
A marzo ci sarà il concerto di primavera e organizzeremo anche un festival a giugno, animato da una tavola rotonda, in cui diversi esperti si confronteranno sul tema della musica per gli amatori. Il nostro obiettivo è rendere Torino capitale della musica amatoriale e costituire da lievito per il cambiamento culturale che prima o poi coinvolgerà anche le istituzioni.

Abbiamo avuto anche il piacere di scambiare quattro chiacchiere con la professoressa Antonella Mantovani, che ha curato la correzione dei testi scritti da autori stranieri per l’evento “Raccontare Suoni” di Omnibus. La nostra caporedattrice, ex allieva dell’insegnante presso il liceo scientifico Galileo Ferraris di Torino, è stata accolta in casa sua con ottimi biscotti e una tazza di tè fumante.
Professoressa, mentre aspettiamo che il tè si raffreddi, le andrebbe di presentarsi ai nostri lettori?
Volentieri. Mi chiamo Antonella, sono un’ex docente in pensione e insegno come volontaria l’italiano in una scuola gratuita per stranieri. Nella mia vita ho sempre fatto volontariato, ogni qual volta si è presentata l’opportunità, con gli stranieri, in realtà perché mi piace conoscere persone con culture differenti dalla mia. Dopo una pausa forzata dovuta al Covid, ho cercato di rimettermi in gioco con l’insegnamento dell’italiano agli stranieri.
Secondo lei, la scrittura, la poesia, la musica sono strumenti capaci di fare sentire meno “straniero” chi arriva in Italia dopo lunghi e difficili viaggi?
Credo proprio di sì, perché i miei studenti, con i loro testi, sentono di avere fatto una cosa importante. Mettere in pratica un metodo di apprendimento dell’italiano basato anche sull’uso diretto dell’arte è più facile coi bambini o coi ragazzi, perché hanno dentro di sé una dimensione ludica forte, che non è ancora stata spenta; con gli adulti, invece, è più complesso: si tratta di persone che hanno bisogno di parlare l’italiano per colloqui di lavoro, per ottenere la cittadinanza, eccetera.
È possibile raccontare in una lingua che per queste persone è nuova, cioè l’italiano, gli affetti, gli odori, le storie delle loro terre natali?
Assolutamente sì, assolutamente no. Mi spiego: nel corso della vita mi sono resa conto che è molto produttivo scrivere in una lingua diversa dalla propria per ragionare su se stessi. Ricordo ancora oggi un tema scritto da una studentessa americana con scarsa padronanza dell’italiano, venuta in Italia per fare il quarto anno all’estero. Il suo testo iniziava così: “Io sono Sophie e porto me stessa su di me come un cappotto”. Stupendo, non è vero? Il fatto è che la limitatezza lessicale porta a un processo di essenzializzazione, che permette di creare immagini poetiche meravigliose, nuovissime. Nello stesso tempo, però, è stato estremamente difficile convincere i miei studenti a scrivere qualcosa di personale per l’evento di Omnibus; vi accorgerete, infatti, che nei testi degli autori si percepisce appena la presenza del sé.
Lei come si spiega questo comportamento?
Probabilmente nessuno ha mai detto loro che quello che sentivano era importante. Così, anche quando queste persone hanno effettivamente un’opinione su qualcosa, sono convinte che sia irrilevante, che si tratti di una stupidaggine.
E’ fiera del lavoro dei suoi studenti?
Sì, sono fierissima. Mi sono commossa, mi sono esaltata…
La ringrazio per il tempo che ci ha dedicato. Ricordo con molto piacere le sue lezioni dantesche ai tempi del liceo e sono sicura che anche i suoi attuali studenti le siano riconoscenti per il lavoro svolto. Pensando al futuro, quali progetti vorrebbe proporre a Omnibus?
A me piacerebbe tanto che si continuasse a coinvolgere gli stranieri nelle iniziative dell’associazione, perché Omnibus lavora con la musica, con l’arte, con la creatività, tutti campi che si intersecano molto poco con la dimensione della migrazione, il che è un paradosso, perché i migranti sono spesso portatori di mondi dove l’arte non è una dimensione elitaria, dove la creatività non è data solo a Leonardo Da Vinci, ma è propria dell’essere umano, anzi, direi dell’essere vivente.
Micol Cottino e Serena Spirlì
