Sherlock Holmes è sicuramente uno dei personaggi immaginari più popolari di tutti i tempi, nato dalla penna dello scrittore (e medico) Arthur Conan Doyle.
Uno dei più famosi esempi di investigatore nella letteratura, che ha dato effettivamente forma a questo genere nei più di cinquanta racconti che lo vedono come protagonista, per non parlare di tutti i suoi adattamenti, pastiche, tributi e apparizioni nella cultura popolare.
Ci sono tante parti della caratterizzazione di Sherlock Holmes che sono diventate iconiche, per esempio la pipa o il cappello che spesso indossa nelle illustrazioni che lo ritraggono, insieme alle sue capacità investigative. Infatti, come viene anche detto nel primo romanzo che lo vede protagonista, Uno Studio in Rosso, lui è il primo ad usare un metodo che si basa completamente sul ragionamento logico, insieme alle sue apparentemente infinite conoscenze.
Tuttavia, c’è un elemento della “mitologia holmesiana” che spesso viene tralasciato, principalmente a causa del suo corrente status di icona nazionale (per i britannici) e letteraria: Sherlock Holmes è un cocainomane.
Nonostante si veda raramente (in solo due casi ne fa uso), lo si riscontra principalmente nel romanzo Il Segno dei Quattro, in cui l’uso della cocaina (più specificatamente una soluzione dove la droga è diluita al 7%), apre e chiude la narrazione. Infatti, il secondo romanzo che ha come protagonista l’investigatore inizia con Holmes intento a drogarsi, sotto lo sguardo di disapprovazione del suo migliore amico (e medico) John Watson.
Ma questa disapprovazione non è causata dalla preoccupazione per la salute del detective, né dalle ripercussioni legali legate al possesso della sostanza; l’unica spiegazione che Watson aggiunge al suo non voler provare la soluzione è che dopo i suoi passati militari non vuole “strapazzare ulteriormente il suo cervello”, poiché lo status legale, morale e medico della cocaina (come di altre droghe) era diverso nella Londra vittoriana.
Durante il periodo vittoriano (un periodo della storia inglese che segue il regno della regina Vittoria, quindi dal 1837 al 1901) le sostanze che adesso consideriamo pericolose e illegali erano viste come medicine nella maggior parte dei casi. A causa dell’espansione coloniale britannica in Asia centrale, estrema e occidentale, gli inglesi erano già venuti a contatto con molte sostanze, principalmente l’oppio da Cina e Turchia. La droga più comune, consumata principalmente dalla working class londinese, era proprio l’oppio. Già conosciuta e consumata ampiamente durante il periodo romantico anche da intellettuali (per esempio Thomas de Quincey, che ne descrive il consumo ricreativo nell’opera autobiografica Confessioni di un oppiomane), era principalmente prescritta come antidolorifico a causa delle sue proprietà analgesiche. Un destino simile era toccato al laudano, un derivato dell’oppio e anch’esso prescritto come “medicina universale”, consigliata anche per calmare bambini e neonati.
La cocaina, invece, ha una storia simile ma più elaborata. La cocaina inizia ad apparire nel campo medico come anestetico locale, grazie alle scoperte del medico austriaco Karl Koller, e sembra ai medici della tarda epoca vittoriana (quando sono stati scritti i primi racconti di Sherlock Holmes!) una nuova frontiera della medicina. Un mondo senza dolore, dove le operazioni chirurgiche possono essere eseguite in totale tranquillità e senza far alcun male al paziente, fatto decisamente nuovo per la medicina dell’epoca. Infatti, nonostante il cloroformio fosse d’uso medico già da almeno una quarantina d’anni, il numero di decessi dovuti ad esso terrorizzavano i vittoriani. Il concetto dell’anestesia generale portata dal cloroformio era decisamente sfavorita rispetto ai benefici dell’anestesia locale portata dalla cocaina. Nel 1887 il giornale The Scotsman Newspaper descrive la cocaina dicendo che “Cristo è il patrono dell’infermeria, dell’ospedale e della casa, e la cocaina è uno degli strumenti benedetti della missione per rimuovere il dolore”.
Vista la reputazione e il personaggio di Holmes, una mente costantemente al lavoro che parrebbe non fermarsi mai, a Doyle (che ricordiamo, era un medico) era sembrato naturale che si buttasse sulla cocaina per stimolare la sua mente.
Tuttavia, la popolarità dell’Holmes cocainomane deriva principalmente dal pastiche del 1974 scritto da Nicholas Meyer The Seven-Per-Cent Solution, dove un Watson decisamente stanco porta il suo migliore amico dall’allora giovane e sconosciuto Sigmund Freud, per aiutarlo con la sua dipendenza. Nelle trasposizioni moderne, e per moderne si intende principalmente da Dottor House in avanti, Holmes è sempre dipendente da sostanze: House è dipendente dal Vicodin; Holmes della BBC dal crack; Holmes del podcast Sherlock & Co è dipendente dall’eroina. Nonostante questi adattamenti cerchino di essere fedeli e ritrarre una parte del personaggio che per tempo era stata resa invisibile, sarebbe forse più accurato rendere un moderno Holmes dipendente dalle bevande energetiche, dato che più o meno la loro reperibilità è la stessa della cocaina nell’epoca vittoriana.
Sole Dalmoro

Ottimo articolo! L’ho apprezzato non solo perché hai parlato di questo lato di Holmes ma anche perché attraverso di ciò hai parlato dell’uso che se ne faceva nella Londra del 1800 e come si avessero diverse idee sul loro uso. Uno spaccato storico molto affascinante.
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