Anche quest’anno è arrivato il giorno di sant’Ambrogio e, con esso, la Prima alla Scala di Milano, il più famoso dei cinque teatri più importanti d’Italia (assieme al Costanzi di Roma, al Regio di Torino, alla Fenice di Venezia e al San Carlo di Napoli). Alla serata inaugurale del 7 dicembre hanno partecipato magnati, industriali, stelle dello spettacolo, influencer e, non ultime, figure istituzionali dello Stato. Si tratta, insomma, di uno degli ultimi veri eventi di società che sopravvivono nel nostro Paese; proprio per questo, decidere lo spettacolo da rappresentare è cruciale. Quest’anno, la scelta è ricaduta sulla Lady Macbeth del distretto di Mcensk, sfortunata ultima opera di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, che riscosse un grande successo tra il pubblico, ma fu stroncata a suo tempo dalla critica di settore e dai vertici dell’Unione Sovietica — Stalin fra tutti. Proprio tale attrito con il leader socialista fu oggetto di una narrazione mediatica della figura del compositore che aveva poco a che fare con le sue reali vicissitudini.

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Nella Lady Macbeth si trovano tutti gli elementi in voga nella musica classica degli anni ‘30. Il jazz e la musica atonale, corrente nuova degli anni ’20, influenzano profondamente il lavoro di Šostakovič, che concepisce melodie aggressive, discordanti, lontane dall’armonia sinfonica tipica dell’opera di XVIII e XIX secolo. L’avanguardia sovietica si mescola con le più moderne tendenze del mondo musicale dell’epoca, in un risultato poderoso e sicuramente stupefacente, ma che a metà del terzo atto inizia a sapere di stantìo. Il libretto di Aleksandr Germanovič Preis, che riprende l’omonimo racconto di Nikolaj Semënovič Leskov, è però il vero punto debole della pièce. Katerina Izmaijlova, povera contadina, viene sposata da un ricco industriale, Zinovij Izmaijlov, inetto e impotente. Suo suocero, Boris, vorrebbe un erede, ma scopre che Katerina ha una relazione con Sergej, uno stalliere; quando Boris minaccia di dire tutto al figlio, la donna lo assassina, facendo poi lo stesso col marito Zinovij, aiutata da Sergej. Quando vengono scoperti e arrestati, quest’ultimo la ripudia, mettendosi con un’altra prigioniera. Scoppia un alterco, al termine del quale Katerina e la nuova amante di Sergej annegano in un fiume.

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La storia è raccontata con una morbosità che sconfina nella sessualità esplicita, al punto da poter risultare eccessiva, in alcuni frangenti. Manca la delicata spietatezza degli scrittori russi del secolo precedente, sostituita da un impianto che richiama il Macbeth di Giuseppe Verdi, senza però eguagliarlo nella profondità d’indagine nei personaggi. Non è un caso se un altro grandissimo compositore dell’epoca, Igor Fëdorovič Stravinskij, accesamente antisovietico, fosse d’accordo con Stalin nel disprezzare quest’opera. Non fu più clemente il New York Sun, che la definì «pornofonia», tuttavia l’articolo che rimase maggiormente nella storia fu quello pubblicato sulla Pravda il 28 gennaio 1936: Caos anziché musica. L’articolo, anonimo come tutti quelli che illustravano una posizione ufficiale del Partito Bolscevico, definiva l’opera «formalista, borghese e volgare». Di fatto, essa sparì dai teatri sovietici per trent’anni e l’affaire divenne noto come uno dei più clamorosi casi di censura del XX secolo. L’argomento su cui il commento mediatico si è concentrato per tutti i giorni precedenti alla Prima alla Scala è stato proprio questo: il potere staliniano piegò l’artista e ne fece un esempio. Si tratta, però, di una grossolana semplificazione. Il commento che Šostakovič patì di più fu proprio quello di Stravinskij, poiché ne era un grande ammiratore, ma non si arrese alla stroncatura politica, cui rispose componendo la sua celeberrima Quinta sinfonia, che segnò il suo ritorno sulle scene. Nel 1938 divenne professore ordinario di musica a Leningrado (oggi nuovamente Pietroburgo) e si dedicò alle colonne sonore di moltissimi film.

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Un personaggio vivace e capace di un rapporto dialettico con lo Stato, dunque, non l’intellettuale di regime di cui si leggeva sul Times di Londra già nel 1945. Seppure convintamente comunista (fu anche deputato al Soviet supremo), il musicista russo non fu mai davvero allineato alle volontà di Stalin, al punto che, secondo alcuni critici di settore, la Decima sinfonia ne sarebbe proprio un ritratto, con le sue sonorità terribili e crude. I media italiani, tuttavia, hanno preferito proseguire nel solco di una narrazione vecchia, che parla di un Šostakovič censurato e messo al margine per le sue idee; eppure la realtà fu ben diversa. Certo, sarebbe scorretto sottintendere pressioni “dall’alto” sul direttore della Scala, Fortunato Ortombina, che ha tenuto a sottolineare che la scelta della Lady Macbeth sia stata solo e soltanto del direttore d’orchestra, Riccardo Chailly, che quest’anno ha diretto la sua dodicesima e ultima prima. Probabilmente la narrazione mediatica è stata costruita con ricerche parziali e viziate da lenti politiche, sfruttando la scelta di Chailly per alimentare la solita polemica. D’altronde, la stampa nazionale è in un periodo di crisi e vicende simili non fanno altro che sottolinearlo.

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La Prima alla Scala è un evento al centro dei riflettori e, come accade in occasioni di simile portata, è spesso oggetto di speculazioni. La ricorrenza della morte del grande compositore russo rende comprensibilissima la scelta del maestro Chailly di rappresentare la sua opera più famosa, al di là di tutti i commenti tecnici e dei gusti che al riguardo si possono avere. Il problema risiede nella narrazione che i media italiani hanno fatto di Šostakovič stesso, recuperando stereotipi da guerra fredda, anziché indagare seriamente sulla sua figura. Considerando che la portata della prima scaligera è internazionale e si estende ben al di là di un mero orizzonte politico, forse si sarebbe potuto fare uno sforzo in più rispetto al solito rage bait. L’opera, a ogni modo, è stata portata sul palco con un grande dispiegamento di mezzi, un comparto cantanti eccezionale e una regia (di Vasilij Bàrkhatov) fresca e innovativa, capace di far riscoprire un libretto non particolarmente emozionante o profondo. Una riprova del fatto che la Scala rimane lì, al di là di ogni polemica, a regalare emozioni sempre diverse ogni anno. Si spera raccontate meglio, la prossima volta.
Vincenzo Ferreri Mastrocinque
Fonti
CorriereTv, Chailly: «La nostra Lady Macbeth è una sfida nuova per la Scala», Corriere della Sera, 06/12/2025, consultato il: 08/12/2025, link: https://video.corriere.it/milano/chailly-la-nostra-lady-macbeth-e-una-sfida-nuova-per-la-scala-/dbff0142-feec-43d3-a1e3-253c22c5fxlk
Judd Timothy, “Lady Macbeth of Mtsensk”: Excerpts from Shostakovich’s Censored Opera, The Listener’s Club, 09/11/2020, consultato il: 08/12/2025, link: https://thelistenersclub.com/2020/11/09/lady-macbeth-of-mtsensk-excerpts-from-shostakovichs-censored-opera/
Levitz Tamara, Stravinsky’s Cold War: Letters About the Composer’s Return to Russia, 1960–1963, in Stravinsky and His World, Princeton University Press, 2013.
Zaller Robert, Stravinsky and Shostakovich at the Perelman, Broad Street Review, 23/04/2011, consultato il: 08/12/2025, link: https://www.broadstreetreview.com/articles/stravinsky-and-shostakovich-at-the-perelman
