Dopo aver discusso differenze e punti di contatto tra modelli culturali diversi nell’articolo parallelo dedicato ai canoni di bellezza maschili tra Occidente e Cina, volgiamo ora lo sguardo agli standard applicati all’estetica femminile nei medesimi contesti culturali.
I modelli estetici che riguardano il corpo delle donne sono tra i più codificati e persistenti nella storia. Infatti, tutt’oggi influenzano non solo l’immaginario collettivo, ma anche la vita quotidiana, le scelte personali e persino le opportunità sociali riservate alle donne.
I canoni di bellezza sono costrutti collettivi: definiscono ciò che viene considerato desiderabile e socialmente accettabile in un determinato contesto storico e culturale. Per risultare conformi, le persone, e in questo caso le donne, sono tenute ad aderire a questi parametri. I criteri su cui si basa la rappresentazione femminile hanno assunto nel tempo un carattere particolarmente rigido, esercitando una pressione costante sul corpo e sull’identità.
Nel contesto occidentale contemporaneo, il canone dominante è da tempo collegato all’ideale di magrezza. A partire dalla seconda metà del Novecento, moda, cinema e pubblicità hanno promosso un modello di donna slanciata, con vita sottile, pelle uniforme e segni di giovinezza prolungata. Negli anni Novanta, l’estetica cosiddetta heroin chic ha estremizzato questa tendenza, proponendo corpi estremamente magri come simbolo di eleganza e fascino. Anche quando l’immaginario si è spostato verso figure più toniche e sportive, l’aspettativa di una bassa percentuale di grasso corporeo è rimasta centrale. Negli ultimi anni, movimenti come il body positivity hanno iniziato a mettere in discussione questi standard, ma la pressione sociale verso un determinato tipo di fisicità non è scomparsa.
In Cina, i canoni femminili presentano caratteristiche specifiche, radicate in una lunga tradizione culturale ma recentemente rinnovate dall’industria dell’intrattenimento e dai social media. Uno degli elementi più rilevanti è la valorizzazione della pelle chiara, storicamente associata a uno status sociale elevato e alla non partecipazione al lavoro manuale all’aperto. Ancora oggi, molte donne adottano strategie per evitare di abbronzarsi: cappelli a tesa larga, guanti, ombrelli parasole e indumenti che coprono interamente braccia e gambe sono diffusi soprattutto nei mesi estivi. In alcune località balneari si è diffuso anche l’uso del cosiddetto “facekini”, una maschera che protegge il viso dai raggi solari.
Anche in questo contesto, la magrezza rappresenta uno dei requisiti più rigidi. Negli ultimi anni sui social cinesi si sono diffusi trend come la A4 waist challenge, in cui la vita viene misurata in larghezza con un foglio A4, per dimostrare la propria gracilità. Questo tipo di fenomeno evidenzia quanto il corpo femminile venga spesso misurato secondo parametri fisici e simbolici estremamente inflessibili. A ciò, si aggiunge l’ideale delle gambe perfettamente dritte e sottili, considerate indice di eleganza. In alcuni casi, la ricerca di tale standard ha portato alla diffusione di interventi estetici volti a snellire i polpacci o a modificarne la forma, nonostante si conoscano i rischi medici connessi a tali procedure.
Il ricorso alla chirurgia estetica in Cina è in costante crescita e molte cliniche registrano un’elevata affluenza, le clienti sono soprattutto giovani donne. Tra gli interventi più richiesti figurano la blefaroplastica per creare la cosiddetta “doppia palpebra” — che renderebbe lo sguardo più ampio— e le modifiche al profilo del naso o del mento per ottenere lineamenti ritenuti più armoniosi. L’uso di make-up marcato, ciglia finte e tecniche di contouring contribuisce ulteriormente a enfatizzare determinati tratti del viso, rispondendo al desiderio di attenuare caratteristiche come gli occhi incappucciati o il volto “troppo rotondo”.
Il confronto tra Occidente e Cina mostra dunque differenze significative ma anche sorprendenti analogie. In entrambi i contesti la giovinezza è un valore centrale, così come il controllo del peso corporeo. Cambiano però i dettagli simbolici: in Occidente l’abbronzatura è spesso associata a salute e tempo libero, mentre in Cina la pelle chiara continua a rappresentare l’appartenenza a un’élite; in Occidente si inoltre osserva una maggiore valorizzazione delle curve pronunciate negli ultimi tempi, mentre in Cina permane una forte preferenza per la figura esile e lineare.
Appare dunque evidente come i canoni restino, appunto, canoni: modelli culturali, non di certo verità assolute. La bellezza non è un parametro oggettivo né universale, ma una realtà mutevole, influenzata dal tempo, dal luogo e dallo sguardo di chi osserva. Ridurre il valore di una persona alla sua conformità a uno standard significa ignorare la complessità dell’identità individuale. In un mondo sempre più interconnesso, forse la sfida non sta nell’individuazione di un ideale condiviso, ma nel riconoscimento della legittimità delle differenze. La bellezza, in fondo, non risiede nell’omologazione, ma nella possibilità di ciascuno di essere ciò che sceglie di essere, al di là delle aspettative imposte.
Chiara D’Amico
