All the beauty and the bloodshed: tra vita e arte

La macchina fotografica non c’è, esiste piuttosto una relazione, perché accetto le cose così come sono. Per questo non proietto niente sui soggetti, anzi faccio in modo che non diventino altro rispetto a ciò che sono. Non ho alcun pregiudizio, nessuna aspettativa. Le persone non devono recitare una parte per me, non mi devono dare quello che voglio. Ciò che mi spinge a fotografarli sono i sentimenti che nutro per loro: rispetto, amore, e spesso attrazione fisica. Non voglio cambiare nulla, né farli essere ciò che non sono, né imprimere su di loro il mio segno.

All the Beauty and the Bloodshed è un film documentario statunitense del 2022 della regista Laura Poitras (premio Oscar per il documentario Citizenfour nel 2015) che esplora la vita e la carriera della fotografa statunitense Nan Goldin: presentato al festival di Venezia e candidato agli Oscar 2023 come miglior documentario, interseca il racconto della vita di Goldin e il suo attivismo, esplorando in particolare la lotta contro la famiglia Sackler, tra le maggiori responsabili della crisi degli oppioidi che negli ultimi venticinque anni ha causato negli Stati Uniti un incremento costante di morti per overdose da farmaco.

Nan Goldin è una delle fotografe più celebri del XX secolo e il documentario di Poitras, nel suo essere un documentario classico ed essenziale, riflette la natura del lavoro di Goldin: un lavoro di continua ricerca della verità nella sua forma più cruda, di costruzione di un racconto collettivo attraverso la propria storia individuale sviscerata attraverso attimi catturati attraverso l’obiettivo.

La storia inizia con P.A.I.N., un gruppo da lei fondato per indurre i musei a rifiutare i fondi Sackler, togliere lo stigma alla dipendenza e promuovere strategie di riduzione del danno. Ispirato da Act Up, il gruppo ha orchestrato una serie di proteste atte a denunciare i Sackler e i crimini della Purdue Pharma, produttrice dell’ossicodone. Al centro del film campeggiano le opere d’arte di Goldin The Ballad of Sexual Dependency, The Other Side, Sisters, Saints and Sibyls e Memory Lost.

Il documentario viaggia in maniera costante su questi due binari, intrecciando passato e presente, vita privata, arte e militanza, mostrando la labilità di questi confini e il loro continuo mescolarsi. I motivi alla base di questa costruzione sono evidenti nelle parole della stessa regista che spiega l’origine del documentario:

Ho iniziato a lavorare a questo film con Nan nel 2019, due anni dopo che aveva deciso di sfruttare la sua influenza come artista per denunciare la responsabilità penale della ricchissima famiglia Sackler nell’alimentare la crisi da overdose. Il processo di realizzazione di questo film è stato profondamente intimo. Nan e io ci incontravamo a casa sua nei fine settimana e parlavamo. All’inizio sono stata attratta dalla storia terrificante di una famiglia miliardaria che ha consapevolmente creato un’epidemia e ha successivamente versato denaro ai musei, ottenendo in cambio detrazioni fiscali e la possibilità di dare il proprio nome a qualche galleria. Ma mentre parlavamo, ho capito che questa era solo una parte della storia che volevo raccontare, e che il nucleo del film è costituito dall’arte, dalla fotografia di Nan e dall’eredità dei suoi amici e della sorella Barbara. Un’eredità di persone in fuga dall’America.

Pur nel suo essere un documentario classico, dalla struttura estremamente equilibrata (forse un po’ troppo lineare in certi punti) All the beauty and the blooshed cattura e trasmette senza filtri la potenza della storia e della vita di un’artista che ha creato arte dai margini e ha saputo trarre bellezza, appunto, da dolore.

Sofia Racco

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