Cosa sta accadendo a Taiwan?

Negli ultimi giorni le notizie provenienti dalla Cina e da Taiwan non lasciano spazio a dubbi: tra Pechino e Taipei si è instaurata una tensione su cui si sono presto concentrate le attenzioni del resto del mondo. Nelle scorse settimane è giunta la notizia di alcune esercitazioni militari cinesi attorno al perimetro taiwanese e da domenica 16 aprile è stata istituita da parte della Cina una no fly zone attorno ai confini nord di Taiwan.
Questo, insieme alla repentina mobilitazione degli Stati Uniti e delle Filippine, ha immediatamente allarmato l’opinione pubblica, che paventa l’inizio dell’ennesimo conflitto bellico alla stregua di Russia e Ucraina.
Il Ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese proclama che «la pace e l’indipendenza taiwanese non possono coesistere» e a evidenziare questo crescendo di tensioni si aggiunge la laconica dichiarazione del Presidente Macron: «la crisi taiwanese non coinvolge l’Europa».

Fonte: WSJ (Wall Street Journal)

Le premesse

Le agitazioni tra la Cina continentale e Taiwan non sono una novità. Anzi, affondano le loro radici verso la metà del secolo scorso: da quando, cioè, Taiwan ottiene l’indipendenza dalla Repubblica Popolare cinese. Si parla della fine della guerra civile che fino al 1949 ghermisce la Cina e che vede trionfare Mao Zedong sui nazionalisti di Chiang Kai-shek, con la conseguente separazione tra la Repubblica di Cina, già esistente, in mano ai nazionalisti, spostatasi a Taipei, e la nascente Repubblica Popolare Cinese, insediatasi a Pechino.
E tuttavia, seppur silenziosamente, il conflitto prosegue ancora durante gli anni: entrambi gli Stati non smettono di rivendicare la loro sovranità l’una sull’altra, nonostante a livello internazionale venga gradualmente riconosciuta come legittima l’autorità esercitata da Mao Zedong e dai comunisti.

Nel 1979 l’intervento degli Stati Uniti scuote le acque. La presidenza di Jimmy Carter approva il Taiwan Relations Act, riconoscendo de facto al Taiwan un trattamento pari a quello di ogni altra Nazione e sancendo l’invio di aiuti militari all’isola. Scelta che inasprisce ulteriormente i rapporti tra Pechino e Washington, recriminati di non riconoscere la sovranità della Repubblica.

I risvolti attuali

Ad oggi gli Stati che riconoscono la sovranità taiwanese sono pochi, ma questo non influisce sugli scambi internazionali che gravitano attorno all’isola. Nonostante le ridotte dimensioni, essa gode di un’ottima posizione strategica attorno alla quale si concentrano le mire internazionali: si stima, infatti, che più del 40% del commercio mondiale transiti anche per Taiwan e che il 12% interessi in particolar modo gli Stati Uniti, per un fatturato di circa cinque trilioni di dollari.

Non si tratta dunque di una mera questione di ideali o di supremazia politica, come spesso avviene nella realtà, ma di una convergenza di fattori storici, culturali e soprattutto economici, che vedono gravitare attorno a Taipei gli interessi del commercio internazionale.

In particolare, dopo i recenti incontri tra Taiwan e USA, le tensioni si sono nuovamente accese. Già il 4 Agosto 2022, con la visita della speaker della Camera USA Nancy Pelosi a Taiwan, Pechino aveva intensificato le proprie esercitazioni militari attorno all’isola – vedendo di contro un’attivazione della Marina e dei sistemi di controllo missilistici taiwanesi.
L’8 Aprile 2023, a poco più di otto mesi, la situazione si ripresenta pressoché invariata a seguito del colloquio tenutosi in California tra la Prima Ministra taiwanese Tsai Ing-wen e il nuovo speaker della Camera USA Kevin McCarthy.

La Presidentessa Tsai Ing-wen e lo speaker del Congresso McCarthy. Fonte: CNBC (https://www.cnbc.com/amp/2023/04/05/kevin-mccarthy-meets-with-taiwan-president-tsai-ing-wen-amid-china-threats.html)

Nonostante il dispiegamento delle forze cinesi si sia ufficialmente concluso l’11 Aprile, il governo taiwanese ha comunicato che sul perimetro dell’isola sono ancora presenti nove navi militari e ventisei jet della Repubblica Popolare. La stessa che, a partire da domenica 16 Aprile, ha dichiarato una no fly zone ai confini nord di Taiwan.

Prospettive future

Le opinioni degli esperti di geo-politica e di strategia militare sono discordanti tra loro. C’è chi tranquillizza la popolazione, sancendo che un attacco diretto della Cina sarebbe altamente improbabile, c’è chi invece sostiene che il conflitto sarebbe inevitabile e che quelle a cui stiamo assistendo siano solo le prove generali.

Per i primi il dispiegamento delle forze comuniste cinesi si tratterebbe quasi di una reazione automatica all’ultimo viaggio negli USA della Presidentessa taiwanese: pare infatti che le esercitazioni siano state meno rigide e più che altro simboliche, un modo per rimarcare la potenza e la volontà della Repubblica Popolare. Del resto un attacco diretto smuoverebbe una reazione a catena che coinvolgerebbe un cospicuo numero di Paesi e armamenti, prospettiva poco auspicabile persino per la Cina continentale.

Chi invece afferma che le prospettive di guerra si concretizzeranno nel futuro prossimo, sostiene anche che quelle cui abbiamo assistito negli ultimi giorni altro non siano che le “prove generali” dell’invasione dell’isola. Esperti di strategia militare hanno fatto coincidere le esercitazioni di agosto con le prove per lo sbarco, mentre quelle più recenti per la fase successiva, cioè quelle di occupazione. L’obiettivo sarebbe tagliare fuori Taiwan dal commercio internazionale e bloccare successivamente ogni altro aiuto militare — ecco spiegato il motivo della no fly zone — , tanto quelli provenienti dagli Stati Uniti, quanto quelli che probabilmente si dispiegherebbero anche da Filippine e Giappone.

Al di là dei piani a lungo termine di Pechino, è pur vero che l’intervento ha sortito un qualche effetto, per ora — fortunatamente — simbolico. La Cina comunista ha voluto dare una dimostrazione delle sua forze e per alcuni giorni Taiwan è stato tagliato dalle rotte commerciali internazionali, con tutte le perdite economiche che un risvolto del genere comporta.

Rebecca Siri

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