Lavoro e sfruttamento, chi difende i miei diritti?

Febbraio a Torino (ma non solo) è sinonimo di Black History Month, una rassegna che per 4 settimane intende celebrare e divulgare la storia degli afrodiscendenti attraverso mostre, dibattiti, concerti e molto altro. Qui trovate il programma completo. L’8 febbraio si è svolta a Palazzo Madama la conferenza “Lavoro e sfruttamento, chi difende i miei diritti?”, moderata da Karim Metref, giornalista, scrittore e formatore.

Sophia Livingstone, del dipartimento Mercato del lavoro di CGIL Piemonte, partner dell’evento, inizia la conferenza sottolineando come la precarietà sia in aumento da circa vent’anni, in particolare dalla riforma del lavoro del 2003, il cui obiettivo era quello di rendere più flessibile il mercato contrattuale e che di fatto, però, avrebbe portato a una divisione tra lavoratori di serie A, i quali hanno accesso al contratto nazionale, e lavoratori di serie B. NIDIL è una struttura sindacale della CGIL che dal 1988 rappresenta i lavoratori atipici, ai quali, soprattutto dal 2008, si sono aggiunti i lavoratori della “gig economy”: un modello di mercato basato sul contratto a chiamata, con una netta prevalenza di impieghi attraverso piattaforme digitali. Tra questi forse il più conosciuto è quello del rider. Si tratta di uno dei lavori in cui si concentrano più criticità: dalla mancanza di un contratto, al meccanismo opaco dell’algoritmo, che tende a punire chi lavora meno. Quando il rider è una persona migrante o straniera le difficoltà aumentano. Può mancare la conoscenza della lingua, come quella della normativa sul lavoro. Inoltre, spesso problemi quali il mancato rinnovo del permesso di soggiorno e il bisogno di inviare rimesse di denaro a casa rendono queste persone maggiormente ricattabili. A tutto questo si aggiunge, purtroppo, il razzismo che, secondo Livingston, è aumentato nettamente negli ultimi vent’anni. GCIL, nonostante la difficoltà nel riunire e mobilitare soggetti che lavorano tramite il proprio telefono, costretti a farsi concorrenza a vicenda, è riuscita a raggiungere alcuni obiettivi importanti. Tra questi un accordo, insieme a CISL e UIL, con l’azienda Just Eat per l’applicazione del Contratto Collettivo Logistica e, a Torino, la creazione di una Cassa di Mutua Solidarietà dedicata ai rider.

Con l’intervento di Hadama Belem, mediatore interculturale della CGIL di Cuneo, attivo in particolare nel saluzzese, dai rider si passa ai braccianti: un’altra categoria di lavoratori estremamente esposta allo sfruttamento, composta per la maggior parte da stranieri. Tra le maggiori difficoltà che questi devono affrontare: la paga estremamente bassa, il lavoro quasi sempre in nero, la necessità di spostarsi in base alle stagioni, il che significa dover trovare ogni volta una nuova abitazione. Il problema è così grande che molti di loro si trovano costretti a vivere presso il datore di lavoro, rischiando così di andare incontro a uno sfruttamento che dura 24 ore su 24. In questo caso, la CGIL si sta impegnando attivamente nella formazione, non solo sulla lingua, ma anche sulle leggi e sui diritti di cui potrebbero usufruire. È interessante la testimonianza di Hadama, che racconta di essere spesso guardato con diffidenza da parte dei braccianti stranieri, che lo accusano di essersi venduto al potere, una diffidenza che nasce dal modo in cui i migranti vengono trattati fin dal loro arrivo, e che rende ancora più complicato, ma per questo ancora più necessario, il ruolo del mediatore interculturale.

A proposito di questo, nel corso del terzo intervento abbiamo avuto modo di conoscere più a fondo la dura realtà dei lavoratori migranti grazie alla preziosa testimonianza di Christian Deku, mediatore interculturale e consigliere dell’A.M.M.I. Si tratta di una società nata nel 2005 e che opera principalmente in Piemonte nella formazione e diffusione della figura professionale del mediatore interculturale: una figura essenziale anche per garantire la sicurezza dei rider, dal momento che molti di loro non sanno bene l’italiano e, purtroppo, questo costituisce ancora un fattore di discriminazione. Così, in caso di incidenti o in situazioni in cui essi debbano interfacciarsi con le autorità, ci pensa il mediatore culturale a garantire tranquillità e, soprattutto, un trattamento paritario.

La barriera linguistica non è l’unica difficoltà di molti lavoratori migranti: il problema maggiore sta nel fatto che, a causa delle attuali problematiche in Italia, sono parecchi a non possedere un documento d’identità. Questo fa sì che, per poter accedere alle piattaforme di delivery, si appoggino a un conoscente che possiede i documenti. Risulterà così un profilo di un rider apparentemente instancabile, che lavora quasi a tutte le ore, mentre in realtà dietro a quel singolo utente si celano più persone, costrette a utilizzare questo stratagemma per poter guadagnare qualche euro al giorno. Ma quei pochi soldi guadagnati non sono nemmeno garantiti: le piattaforme richiedono l’iban per poter inviare i pagamenti, per cui solamente la persona munita di documento, ovvero quella registrata, riceverà i soldi e dovrà spartirli con gli altri fruitori del profilo utente. Di conseguenza è molto facile, in queste situazioni di estrema precarietà lavorativa, che si sfoci in disonestà, ricatti e litigi, il tutto per sopravvivenza economica.

A concludere la conferenza è stato l’intervento del fotografo Mauro Raffini, il quale nel corso degli anni ha documentato la realtà del tempo, soffermandosi a dare voce ai cosiddetti “stranieri”, gli emarginati: dai meridionali immigrati in un nord Italia fortemente discriminatorio, ai rom, fino ad approdare ai rider, che oggi solo a Torino sono più di 3.000. Per questo motivo, Raffini ha affermato di volersi fare testimone della realtà di questi lavoratori migranti, fotografando e intervistando i rider di Torino e di Nizza. Dalle sue indagini è emerso che il 90% circa dei rider delle due città sono migranti provenienti da diverse regioni dell’Africa, dell’Asia e del Sud America, e solo pochi di loro si servono di questo lavoro esclusivamente per arrotondare: molti lavorano nell’ambito del delivery a tempo pieno, avendo solo quello come fonte di guadagno.

La sua mostra “RIDERS”, promossa dall’associazione A.M.M.I. , è visitabile fino al 25 febbraio 2024 in Via San Pio V 11, Torino.

Giulia Menzio, Monica Poletti

Crediti immagine di copertina: Comune Torino

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