L’epidemia della solitudine

Se è vero che l’uomo è un animale sociale, come sentenziato da Aristotele, è anche vero che negli ultimi anni l’uomo è diventato un animale recluso in una gabbia chiamata solitudine: si tratta di uno stato d’animo dalle mille sfaccettature, che può essere definito positivo o negativo in base a “come lo si usa”. Passare del tempo da soli può essere infatti benefico, in quanto permette di ricaricare le “batterie sociali”, di godersi le piccole cose vivendole in modo consapevole, di conoscere se stessi. Tuttavia, se per lungo tempo viene imposta dalle circostanze e non è una scelta, ma l’unica possibilità, la solitudine può diventare un doloroso macigno fatto di silenzi, tristezza, e isolamento. Sono sempre di più le persone per le quali la solitudine persistente diventa una compagna quotidiana, a volte anche per anni, e sono sempre più in aumento gli effetti negativi che è in grado di provocare sulla salute psichica e fisica umana.

Non è un caso infatti che a maggio del 2023, Vivek Murthy, surgeon general of the United States, cioè il “chirurgo generale” nominato dal presidente e confermato dal Senato, abbia dichiarato che negli Stati Uniti è in corso “un’epidemia di solitudine”. Infatti, come riportato dallo stesso Murthy in una  relazione di circa ottanta pagine, quasi metà degli americani adulti soffre la solitudine e nell’ultima metà del secolo i nuclei familiari single sono raddoppiati. L’inconsueto aumento di questa condizione di vita è stato certamente incrementato dall’avvento della pandemia di Covid-19 , ma era una tendenza già in crescita precedentemente al 2020.

Ad avvalorare la tesi di Murthy, spostandola anche al di fuori dei confini statunitensi, vi è un’indagine condotta nel 2023 da Meta-Gallup in più di 142 Paesi, secondo cui quasi un quarto delle persone nel mondo soffre di solitudine. Tuttavia, i risultati reali potrebbero essere ancora più alti, in quanto il sondaggio non è stato svolto nel secondo paese più popoloso del mondo, la Cina, ed pertanto rappresentativo solo del 77% degli adulti nel mondo. È singolare come dai risultati si evinca che i più colpiti dalla solitudine sono i giovani di età compresa tra i 19 e i 29 anni, dei quali il 27% di dichiara di sentirsi “molto/abbastanza solo”.

Ma perché la solitudine dovrebbe rappresentare una minaccia per la sopravvivenza umana, tanto da accostarla al termine epidemia? Perché, evidentemente, l’impatto della solitudine, (quella non scelta) sulla salute psichica e fisica umana è più potente di quanto si possa pensare. Come riportato dallo stesso Murthy, la solitudine comporta rischi mortali per la salute al pari di “fumare una dozzina di sigarette al giorno”; numerosi studi hanno evidenziato una correlazione tra solitudine e diverse patologie fisiche come ipertensionedisturbi del sonno, obesità. Inoltre, l’isolamento sociale può aumentare il rischio di malattie cardiovascolari e di mortalità precoce. Infatti, una meta-analisi dell’Università di York, nel Regno Unito, condotta su 23 studi longitudinali relativi a oltre 180 mila persone, dimostra come l’isolamento sociale possa essere fortemente associato all’insorgenza di malattie cardiovascolari, con un aumento del 29% del rischio di infarto o angina. Nell’anziano poi, la mancanza di socializzazione e la vita solitaria possono addirittura far aumentare del 66% la probabilità di andare incontro a problemi come infarto o ictus, come riportato dalla ricerca coordinata da Rosanne Freak-Poli dell’Università Monash in Australia e pubblicata su BMC Geriatrics.

Ma la solitudine è uno stato d’animo talmente potente che è in grado di agire anche sul cervello, modificandolo. Infatti, un gruppo di studiosi coordinati dall’Università di Boston e dal King’s College di Londra si è occupato di studiare la correlazione fra quattro tipi di solitudine (nessuna, passeggera, incidentale, persistente), le funzioni cognitive e i volumi di alcune aree del cervello.

L’indagine ha dimostrato che, analizzando le aree cerebrali, la solitudine è in grado di “plasmare” il cervello determinando un volume più ridotto del lobo temporale e dell’ippocampo. Il lobo temporale è quella parte degli emisferi cerebrali dove avviene l’elaborazione dell’affettività e della vita di relazione, delle reazioni e dei comportamenti istintivi, del riconoscimento visivo, della percezione uditiva e della memoria. L’ippocampo invece, è una struttura situata nella regione interna del lobo temporale, responsabile della trasformazione della memoria a breve termine in memoria a lungo termine e dell’orientamento spaziale. Funzionalmente quindi, l’impatto della solitudine persistente si traduce in un declino cognitivo, in particolare della memoria logica e delle funzioni esecutive, assente nei casi di solitudine breve.

L’allarme lanciato dal dottor Murthy è stato di fondamentale importanza per scuotere l’opinione pubblica e sensibilizzarla su quanto negativamente la salute possa risentire della solitudine, e ci si augura che sia stato il primo passo verso l’introduzione di interventi pratici e misure preventive che permettano di “debellare” questa epidemia, esattamente come è stato fatto per il Covid-19.

Maria Pia Bisceglia

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