Nell’antica Grecia vigeva un appellativo piuttosto accurato per coloro che non si interessavano di politica: idiótes, da cui deriva l’attuale idiota. Nello specifico, si andava a definire tale chi non partecipava attivamente alla vita pubblica, non nutrendo alcun interesse per ciò che non rientrasse nelle proprie questioni private. Insomma, l’idiota era in netto contrasto con la polis, la “città-stato” che, in quanto nucleo fondamentale della società greca, necessitava dell’interesse e della partecipazione dei cittadini.
Oggi la situazione sembra essersi paradossalmente ribaltata: chi parla di argomenti politici, soprattutto se è una persona nota, viene sommerso da polemiche e risentimento, colpevole di aver osato alzare il capo dalle proprie occupazioni per rivolgere uno sguardo attento al mondo o, peggio, invitare gli altri a guardarlo con la medesima attenzione. Questo forzato binomio tra cultura e politica si è particolarmente distinto sotto l’attuale governo, caratterizzato, tra le tante cose, da numerosi tentativi (spesso andati a buon fine) di censura. Possiamo ricordare i drammi scaturiti al Festival di Sanremo, quando alcuni artisti hanno giustamente pensato di utilizzare lo spazio che avevano a disposizione per sensibilizzare sul genocidio a Gaza. Oppure, le manganellate nei confronti di chi manifestava per la stessa causa. Inoltre, il monopolio della Rai e la conseguente fuga di massa di numerosi personaggi televisivi da essa è più che esplicativa.
Il messaggio che si evince da questa situazione è ben chiaro: ognuno svolga il proprio ruolo, ma lasci da parte la politica. Favorire la pigrizia intellettuale, crescendo generazioni sempre più distaccate dalla politica, è la mossa strategica di chi in primis governa da idiótes – inteso come colui che pone i propri affari davanti al bene collettivo. Questa preferenza dell’idiota è ormai radicata anche nella società: i primi a criticare gli artisti che si espongono su questioni collettive sono proprio gli stessi cittadini, sostenendo “non è affar vostro”. I cantanti dovrebbero limitarsi alla musica, gli scrittori dovrebbero trattare di romanzi e basta, gli attori non dovrebbero parlare di ciò che non è di loro competenza.
Ma occorre davvero essere competenti per poter essere politici?
La prima definizione di “politica”, dal greco politikḗ, risale ad Aristotele e stava ad indicare l’amministrazione della polis, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini potessero partecipare – e non essere, ricordiamo, degli idioti. Non ha nulla a che vedere con l’essere partitici, che al contrario riguarda l’appartenenza a uno specifico partito e la volontà di favorire gli interessi di quel partito anziché quelli della collettività nel suo insieme. È una distinzione marcata e che spesso viene ignorata, generalizzando il tutto verso un costante rifiuto.
È molto più semplice l’atteggiamento del dottor Pereira di Tabucchi, chiuso nella propria bolla a occuparsi esclusivamente di letteratura ed evitando opportunamente di avvicinarsi alle questioni scomode, ignorando il legame indissolubile che la politica intrattiene con la cultura, la letteratura, la storia, la scienza, la matematica. La nostra semplice esistenza sul pianeta terra è politica, un’inevitabile responsabilità dalla quale è impossibile fuggire, a nulla serve fare finta di niente. Ma oggi, quanti altri Monteiro Rossi dovranno essere abbattuti prima che ci si risvegli dall’illusione che tutto questo “non sia affar nostro” e si prenda posizione?
Monica Poletti
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