In molti dopo la laurea decidono di continuare la carriera accademica con un dottorato o un assegno di ricerca, spesso all’estero. Una scelta, quest’ultima, che è spesso l’unica via percorribile: secondo un’indagine Eurostat, nel 2023 l’Italia ha investito circa l’1,31% del PIL in Ricerca e Sviluppo, attestandosi agli stessi livelli del 2013 e al di sotto della media OCSE (2,8%), mentre secondo Il Sole 24 ore la spesa mondiale in R&S negli ultimi vent’anni è quasi triplicata, con la Cina come cavallo trainante. In questo contesto a ridisegnare il panorama della ricerca internazionale vanno ad aggiungersi le decisioni dell’amministrazione Trump.
La stretta di Trump sulle università
Negli ultimi mesi i tagli della Casa Bianca alle università e alla ricerca sono stati drastici, per lo meno per gli atenei non disposti a soddisfare le richieste del governo federale. Se la Columbia ha ceduto a compromessi, Harvard ha opposto un rifiuto a modificare criteri di ammissione e programmi didattici, il che ha portato a una sospensione dei finanziamenti da 2,2 miliardi di dollari. Gli atenei sono finiti nel mirino perché accusati di non essere stati in grado di fermare le “proteste antisemite” avvenute negli scorsi mesi, legate alla guerra nella Striscia di Gaza. Dopo i tagli, Harvard ha reagito facendo causa al governo, e venerdì 23 maggio ne ha intentata un’altra, in risposta alla decisione, comunicata il giorno precedente, di bloccare l’ammissione di studenti stranieri nell’ateneo — prima di questa data molti si erano già visti revocare il proprio visto.
Scelte dalle ricadute drammatiche sul futuro di migliaia di studenti e su quello della ricerca: gli studenti stranieri costituiscono il 27% del totale ad Harvard, e quelli già iscritti saranno probabilmente obbligati a trasferirsi. Molti progetti di ricerca sono stati interrotti, con la conseguente perdita del lavoro per molti ricercatori, in seguito a licenziamenti imposti dal Dipartimento per l’Efficienza del Governo. Anche la ricerca medica è in difficoltà: il 7 febbraio sono stati tagliati fondi ai National Institutes of Health, mettendo a rischio future terapie e farmaci innovativi in uno dei Paesi storicamente più avanzati nella ricerca biomedica.
La risposta dell’UE
In questo contesto si inserisce l’intervento della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in una conferenza alla Sorbona del 5 maggio scorso, Choose Europe for Science, in cui ha annunciato 500 milioni di euro in investimenti nel biennio 2025-2027 per attrarre ricercatori dall’estero. Anche Macron ha promesso 100 milioni per sostenere la ricerca in Francia. Von der Leyen ha inoltre invitato gli Stati membri a investire il 3% del PIL in Ricerca e Sviluppo entro il 2030, cifra piuttosto lontana dalla realtà italiana di oggi. Secondo lo storico Robert N. Proctor, professore alla Stanford University, potremmo quindi assistere a una “fuga di cervelli al contrario”, non solo in Europa ma anche verso Canada e Asia.
La situazione italiana
Nelle scorse settimane nell’ambito accademico italiano è sorta preoccupazione per il rischio di non poter accedere ai fondi europei, il tutto per una bega burocratica: in Italia l’assegno di ricerca è stato abolito a gennaio 2025 e sostituito dal contratto di ricerca, che però risulta incompatibile con i bandi Marie Curie dell’Unione europea. Il 20 maggio è stato quindi approvato in Commissione Cultura al Senato l’emendamento Occhiuto-Cattaneo, che sarà convertito in legge entro il 6 giugno alla Camera: vengono così introdotte due figure accanto al contratto di ricerca, gli incarichi di ricerca e gli incarichi post-doc, risolvendo la questione bandi, ma reintroducendo due figure precarie e poco garantite. Al precariato diffuso nel mondo accademico va aggiunto il sottofinanziamento cronico del settore, la scarsità di bandi e la mancata trasparenza nella gestione delle risorse.
Una nota positiva arriva però dal ministero dell’Università e della Ricerca: la ministra Anna Maria Bernini ha annunciato un bando da 50 milioni di euro, pubblicato il 7 aprile e in scadenza il 4 giugno, per attrarre i cosiddetti “cervelli in fuga”. Sono previsti fino a un milione di euro per progetti dalla durata massima di 36 mesi e il 40% del totale è destinato al Sud, grazie a risorse del PNRR.
Il caso Torino
Resta da vedere se assisteremo a una migrazione di studenti tra i continenti, ma basta rimanere a Torino per assistere su piccola scala a problemi analoghi. Molti studenti infatti si spostano, per proseguire la carriera accademica dopo la magistrale, dall’Università degli Studi di Torino al Politecnico. Come spiegato in un articolo di Corriere Torino, il motivo è spesso economico: al Politecnico gli stipendi per dottorandi e assegnisti possono superare quelli di Unito anche di 400 euro al mese. Viene citato come esempio il caso del sindaco di Torino Stefano Lo Russo, laureato in Scienze geologiche a Unito ma poi dottorando al Politecnico.
Riforme strutturali e investimenti concreti sarebbero quindi auspicabili per mantenere la competitività e valorizzare le menti formate in Italia, in un contesto globale in costante evoluzione. Altrimenti il rischio è di continuare a formare studenti di talento per vederli partire.
Anna Gribaudo
Fonti:
https://www.internazionale.it/notizie/2025/05/01/trump-universita-ricerca
https://www.ilpost.it/2025/05/05/unione-europea-500-milioni-investimenti-ricerca/
– https://www.open.online/2025/05/15/ricerca-fondi-europei-italia-esclusa-beffa-scienziati/
https://www.internazionale.it/reportage/alice-facchini/2025/03/19/amp/precari-universita-italiana
