Gli Stati Uniti – e magari fossero solo loro – si stanno allontanando sempre di più dal concetto di “democrazia”, e questo periodo grigio di crisi e violenza non sembrerebbe accennare ad attenuarsi, anzi, semmai tende ad annerirsi sempre di più, come una nube che inevitabilmente finirà per oscurare anche il resto del mondo.
Charlie Kirk, attivista politico fondatore di Turning Point USA, da molti definito l’enfant prodige del trumpismo, colui che ha contribuito a diffondere idee di estrema destra tra i giovani mediante dibattiti e comizi, è stato ucciso da un cecchino, appostato a qualche centinaio di metri dal palco su cui si trovava. Ciò è avvenuto proprio durante uno di questi dibattiti, presso l’Utah Valley University, e proprio mentre Kirk stava rispondendo a una domanda in merito alle stragi di massa: una coincidenza amara. A questa se ne sommano altre: molti in questi giorni hanno condiviso la sua frase secondo cui “Vale la pena avere un po’ di morti da arma da fuoco per mantenere il Secondo emendamento”[1].
Al di là delle coincidenze e dalla vaga aura “profetica” che le sue parole sembrano avere avuto, è chiaro che la fine di Charlie Kirk non è che l’inizio di qualcosa di ben più grande. Non ci troviamo di fronte a un qualunque megafono della propaganda di estrema destra, ma a un volto carismatico che con una dialettica polemista intrisa di qualunquismo è stato in grado di difendere e diffondere queste idee soprattutto tra i giovani, con una retorica decisa e convincente. Così, tra negazionismo climatico, odio per l’immigrazione e affermazioni scandalose in merito all’aborto e alla questione palestinese, Kirk negli anni non soltanto è divenuto un paladino del suprematismo bianco americano, ma è riuscito a costruire un fronte ideologico comune, facendo ciò che da tempo i governi di destra si ostinano a fare: dipingere la sinistra come una minaccia assoluta. Per il movimento MAGA[2] i nemici sono le persone LGBT+, gli immigrati, gli oppositori delle armi, le donne indipendenti…
E ora? La morte del giovane attivista non è che un rafforzamento delle sue parole, in quanto anche chi all’inizio nutriva dubbi ora ha avuto la conferma lampante del fatto che, effettivamente, una minaccia esiste. Non è un caso che, a sole poche ore dall’esecuzione, lo stesso Donald Trump si sia scagliato contro la sinistra, definendo i Democratici con il termine “terroristi”. Tutto questo prima ancora che venisse alla luce l’identità dell’assassino (il quale, ad oggi, sembrerebbe provenire da una famiglia di repubblicani), a prova del fatto che, a prescindere dalla realtà dei fatti, questo attentato è servito come strumento perfetto per rafforzare il partito, dando al popolo americano un martire da piangere e un nemico di cui aver timore. Questo segna una pagina nerissima per la democrazia americana, che ogni giorno vacilla sempre di più in favore di un ricorso alla violenza come soluzione immediata, che sia per giustizia o per difesa – in fondo, in un paese dove chiunque può possedere un’arma, come possono le istituzioni garantire sicurezza e protezione?
Ma questo problema sta purtroppo passando in secondo piano. Online troviamo soltanto numerose affermazioni polemiche in favore di un invito all’umanità e all’empatia per quello che, nonostante l’orientamento politico, era comunque un padre di famiglia, un figlio, un marito. Kirk è ora un “paladino del free speech”, una persona ingiustamente uccisa per le sue opinioni. Sì, opinioni di stampo sionista e nazifascista; ad esempio, sostenne che il Civil Rights Act[3] fu un errore madornale, mentre in merito all’aborto affermò che anche una bambina vittima di violenza dovrebbe comunque portare avanti la gravidanza, in quanto l’interruzione volontaria di essa è “peggio di un genocidio”. Tutto questo viene troppo semplicisticamente definito “libertà di parola”, come se il semplice aprir bocca non avesse da sempre delle conseguenze pratiche nel mondo, come se non fosse una libertà che mira a escluderne altre.
“Siamo così abituati all’idea che uomini bianchi con telecamere e microfoni possano abusare delle minoranze, da chiedere a queste ultime di provare empatia per chi in vita ha avuto da offrire loro solo inferno e umiliazioni. È buffo. Davvero molto buffo. Ma giustamente i perseguitati parleranno sempre una lingua diversa rispetto a chi non è mai stato oggetto e vittima di tormenti e mistificazioni. Lo capisco. Ma almeno, abbiate la decenza di non chiamarci mostri, se ci risulta difficile versare lacrime per la presunta umanità perduta di chi ha vissuto una vita nel segno del disprezzo per la diversità e la fragilità” scrive Djarah Kan su Instagram[4].
Charlie Kirk non è morto per le sue idee, ma è stato vittima di quella violenza che ha sempre professato. Ciò non la rende meritata, anzi, è la prova definitiva del fatto che, ad oggi, non c’è più spazio per il dialogo vero – quello fatto di reale confronto, empatia e comprensione, non di “prove me wrong”.
“È vero, nessuno merita di essere ucciso. Ora qualcuno lo spieghi ai bambini palestinesi. A quelli vivi” scrive Matteo Saudino su Instagram[5].
Saremo forse giunti alla tanto reiterata “goccia che fece traboccare il vaso” dei libri di storia?
Monica Poletti
[1] https://www.youtube.com/watch?v=rMzr5cDKza0
[2] https://www.treccani.it/enciclopedia/eol-maga-make-america-great-again/
[3] https://www.archives.gov/milestone-documents/civil-rights-act
