Düsseldorf, Germania Ovest, 1986. Il prodigioso neurochirurgo giapponese Kenzo Tenma si ritrova davanti alla fatidica decisione che definirà per sempre la sua esistenza. Sul tavolo operatorio c’è un bambino ferito gravemente alla testa; nell’altra sala, arrivato da poco, c’è il sindaco della città, colpito da un malore improvviso. L’ordine dell’ospedale è politico: salvare il sindaco. L’ordine della coscienza di Tenma è invece etico: salvare chi è arrivato prima.
Tenma sceglie così il bambino. Il sindaco muore, la carriera del medico crolla, ma la sua integrità morale rimane intatta. O almeno così crede, perché quel bambino non è una vittima qualunque. Il suo nome è Johan Liebert e, nove anni dopo, si rivelerà essere un serial killer dalla freddezza disumana, un manipolatore capace di spingere le persone al suicidio con la sola forza delle parole. È qui che inizia Monster, il capolavoro di Naoki Urasawa: non un semplice anime investigativo, ma una discesa vertiginosa nella filosofia morale e nella psicologia del profondo. L’opera ci pone di fronte a una domanda terrificante: che cosa succede quando l’atto più nobile di un uomo — salvare una vita — porta alla risurrezione del male assoluto?
Il duello morale: Tenma contro Johan
Se la trama di Monster è un inseguimento attraverso l’Europa centrale, il vero campo di battaglia è puramente filosofico. La serie si struttura come un lungo e straziante dibattito tra due visioni del mondo inconciliabili: la sacralità della vita contro l’insensatezza dell’esistenza. Da un lato abbiamo Tenma, l’incarnazione dell’umanesimo stoico; la sua filosofia si riassume in un mantra che ripete quasi come se fosse una preghiera: “Tutte le vite hanno lo stesso valore”. Tenma non è un eroe d’azione, è un guaritore costretto a impugnare una pistola. Il suo tormento nasce proprio dal paradosso del suo giuramento: per fermare il male che lui stesso ha salvato, deve tradire la sua natura e diventare un assassino? Ogni passo che compie verso Johan è un passo che rischia di erodere la sua anima, trasformandolo proprio in ciò che combatte.
Dall’altro lato dello specchio c’è Johan Liebert, non il “cattivo” mosso da avidità o vendetta, bensì un’entità quasi eterea che incarna perfettamente il nichilismo attivo. La sua risposta alla tesi di Tenma è agghiacciante nella sua semplicità: “L’unica cosa in cui tutti gli uomini sono uguali è la morte”. Per Johan, la società, le regole morali e persino l’identità personale sono solo maschere fragili che indossiamo per nascondere il vuoto. Il suo obiettivo non è dominare il mondo, ma svuotarlo di senso; Johan agisce come uno specchio oscuro: non uccide quasi mai direttamente, ma sussurra all’orecchio delle sue vittime, facendo leva sulle loro paure e solitudini, portandole all’autodistruzione. Vuole dimostrare a Tenma — e a noi spettatori — che basta una piccola spinta per far crollare l’umanità di chiunque e rivelare il mostro che si nasconde sotto la pelle.
La fiaba oscura e il Kinderheim 511
La caccia all’uomo diventa una scommessa metafisica: se Tenma ucciderà Johan, avrà salvato il mondo, ma avrà dato ragione alla filosofia di morte del suo nemico. Se non lo ucciderà, il mostro continuerà a divorare vite. Ma se il conflitto filosofico è il motore della trama, la psicologia del profondo è il carburante che alimenta l’orrore: si nasce mostri o lo si diventa?
Urasawa ci porta dentro le mura del Kinderheim 511, un orfanotrofio sperimentale della Germania dell’Est. L’obiettivo dell’istituto non era educare, ma “riprogrammare”: cancellare la memoria e le emozioni dei bambini per trasformarli in agenti perfetti, privi di empatia e identità. Johan risulta essere il risultato terminale di un processo di svuotamento dell’Io: senza un nome, senza ricordi affettivi e senza passato, l’essere umano cessa di essere una “persona” e diventa un contenitore vuoto. L’intero impianto psicologico della serie è racchiuso nella macabra fiaba per bambini che ricorre nell’episodio: Il Mostro senza Nome. La storia racconta di un mostro che si divide in due per cercare un nome, finendo però per divorare chiunque glielo doni, incluso se stesso. Questa è una rappresentazione perfetta della dissociazione: Johan è il mostro che “mangia” il nome degli altri perché terrorizzato dalla sua inesistenza.

Crediti: https://www.reddit.com/r/MonsterAnime/comments/1fo6dsr/the_nameless_monster/?tl=it
In Monster ogni personaggio incarna una diversa risposta psicologica al trauma, ma due figure spiccano per la loro complessità. La prima è Nina Fortner, sorella gemella di Johan, in grado di rappresentare la capacità della psiche di integrare il dolore per sopravvivere: lei sceglie la resilienza, rifiutando di lasciarsi definire dal ruolo di vittima. Parallelamente troviamo Wolfgang Grimmer, sopravvissuto allo stesso orfanotrofio: è la personificazione di una gentilezza disarmante, scudo necessario per proteggere un guscio interiore svuotato dagli orrori del Kinderheim 511.
Chi è il vero mostro?
Arrivati alla fine dei 74 episodi, Monster non regala allo spettatore la catarsi tipica dei thriller. Non c’è un trionfo rumoroso del bene sul male, ma un silenzio assordante che costringe lo spettatore a guardarsi allo specchio. L’opera di Urasawa ci lascia con una consapevolezza scomoda: il “Mostro” non è una creatura soprannaturale. Il mostro è il risultato di un’equazione umana fatta di solitudine, assenza di amore e perdita di identità. Johan Liebert ci spaventa non perché è diverso da noi, ma perché è il prodotto estremo di una società che può dimenticarsi dei suoi figli.

Crediti immagine: https://www.gamesark.it/mostra_speciale.asp?c=1110201020002199502&a=0&f=1&s=1
Deborah Solinas
