È un aspetto che coinvolge ogni singolo conflitto armato, sin da che ne abbiamo memoria, molto spesso però non se ne parla e sembra passare in secondo piano, quasi come se si trattasse di un ripensamento. Stiamo parlando della difesa del patrimonio culturale dei territori in cui imperversa la guerra, argomento che di primo acchito potrebbe apparire superfluo, ma che non lo è affatto: le sue implicazioni, infatti, hanno un risvolto strategico importantissimo, fino ad impattare in prima persona la vita dei civili.

Cosa succede alle opere d’arte, ai siti culturali e ai luoghi di culto quando scoppia una guerra?
La domanda non è così scontata, tanto che al giorno d’oggi interessa tanto gli amanti dell’arte quanto militari e politici stessi. A ribadirlo negli ultimi anni è stato Scott Sagan, docente di Scienze Politiche presso l’Università di Stanford: «In tempo di guerra, le forze armate devono decidere come bilanciare il valore dei siti del patrimonio culturale con altre considerazioni tattiche. Le forze armate hanno spesso distrutto il patrimonio culturale prendendolo di mira direttamente o lasciando che diventasse un danno collaterale […] Ma l’aspetto più importante, a mio avviso, è stato il crescente riconoscimento che la protezione del patrimonio culturale, in quanto protezione diretta dei civili, abbia un’importanza strategica.»
La risposta sembra lapalissiana: è una questione di etica, è importante salvaguardare a tutti i costi il patrimonio culturale, anche quello nemico, proprio perché la cultura e l’arte appartengono a tutti in quanto parte del patrimonio e del retaggio umano.
Oggi, non a caso, uno degli strumenti per la tutela dei beni artistici è costituita proprio dalla Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, un trattato internazionale firmato all’Aja nel 1954. Durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti – e ne parla anche Sagan nella sua intervista con la fondazione del J. Paul Getty Museum Trust – , i casi di smantellamento, vandalismo, spoliazione e deliberata sospensione della cura del patrimonio culturale erano innumerevoli. Si sentiva dunque il bisogno di mettere freno a una tale forza distruttiva, ratificando così la Convenzione negli anni ’50.
Meno scontata, però, è la necessità di salvaguardare i beni culturali anche in un’ottica più lucida, strategica: molto spesso la tutela del patrimonio artistico va di pari passo con la tutela dei diritti civili. Già durante i conflitti in Iraq e in Afghanistan si era avvertita una tale necessità strategica, si pensi al generale Stanley McChrystal che adottò quella che venne definita come una politica di «coraggiosa moderazione»: evitare di attaccare le aree che interessassero il patrimonio culturale anche nel caso in cui i combattenti dell’ISIS o i Talebani vi fossero insediati. Un rischio, sì, ma un rischio calcolato.
In tal senso, infatti, evitare di attaccare città d’arte o luoghi di culto diveniva un mezzo per conquistare l’appoggio – o perlomeno la neutralità – della popolazione locale e del pubblico internazionale. Parimenti, «salvare» le città d’arte dalle forze militare potrebbe garantire maggiore stabilità a conflitto concluso, diminuendo l’insorgenza di ribellioni dopo aver siglato gli accordi di pace. Una scelta comunicativa che ha senz’altro un costo strategico, giacché in questo modo si rischia di trasformare i siti artistici in basi di stoccaggio o nascondigli per le forze nemiche.
In tal senso appare evidente come l’arte diventa anche uno strumento bellico e il recente conflitto russo-ucraino non è che l’esempio più vicino a noi.
In questo caso infatti l’UNESCO lavora sinergicamente con le autorità ucraine per individuare e catalogare i luoghi e i manufatti facenti parte del cosiddetto «Scudo blu», una lista di beni e siti protetti dalla già citata convenzione del ’54 proprio in virtù della loro importanza artistica. L’obiettivo? Monitorare in modo costante il loro status, così da mettere in piedi una campagna di salvaguardia che coinvolge anche il diritto internazionale.
Uno dei casi più eclatanti è quello del Museo di Storia Locale di Ivankiv, distrutto dalle forze russe a febbraio dell’anno scorso, sulla base di cui si sta mettendo in discussione la permanenza della Russia nell’UNESCO.

Un’altra strategia russa è stata quella di prelevare i beni artistici dal territorio ucraino per portarli in quello russo. Per alcuni potrebbe trattarsi di un mezzo per scoraggiare le truppe di Kiev a attaccare e distruggere i territori nemici, altri invece sostengono che questo sia un modo per rivendicare opere e manufatti considerati russi e non ucraini.
Ad oggi è impossibile stabilire con certezza quali siano le intenzioni di Mosca in tal senso, quello che non sfugge però è l’importanza tattica, oltre che naturalmente etica, che l’arte implica.
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Rebecca Isabel Siri
