Eileen: esce in Italia l’adattamento del romanzo di Ottessa Moshfegh

Giovedì 16 maggio è approdato nelle sale italiane Eileen, tratto dall’omonimo romanzo di Ottessa Moshfegh e diretto da William Oldroyd (già regista di Lady Macbeth). Uscito negli Stati Uniti a novembre 2023, nonostante il cast stellare e l’anticipazione dei fan, Eileen è passato assolutamente in sordina ed è stato ignorato dai principali premi del settore cinematografico.
Opera indubbiamente controversa, il film ha presto diviso il pubblico tra chi ha apprezzato l’opera e chi l’ha invece definita una trasposizione mediocre del romanzo d’esordio della Moshfegh.
La faccenda solleva inevitabilmente una questione: vale la pena di vederlo?

La trama

Massachusetts, anni ’60.
La narrazione segue la storia di Eileen Dunlop (Thomasin McKenzie), una giovane donna impiegata in un istituto per giovani delinquenti. Pacata, molto religiosa e dalle tendenze quasi antisociali, la protagonista è il tipico personaggio della penna di Ottessa Moshfegh, è cioè capace di suscitare contemporaneamente compassione e ribrezzo nel lettore. A sconvolgere la vita della ventiquattrenne Eileen – circoscritta al suo lavoro nel penitenziario e alla vita di casa, dove la giovane si occupa di un padre alcolizzato e violento – è l’entrata in scena di una nuova collega, Rebecca (Anne Hathaway), una donna matura, sofisticata ed elegante di cui Eileen s’infatua immediatamente.

Thomasin MacKenzie e Anne Hathaway in una scena del film

Il film (senza spoiler)

Il film, definito dal pubblico statunitense come un “noir saffico“, ripercorre le vicende delle due donne in un turbinio di ossessioni, dipendenze emotive, sessualità insoddisfatte e traumi repressi. Le atmosfere cupe e ansiogene dovrebbero rispecchiare la vita claustrofobica e deludente che Eileen si trova a vivere, restituendo un senso d’ineluttabilità, ma è qui che il film cade in fallo.
Se il cavallo di battaglia della Moshfegh è proprio la caratterizzazione dei personaggi – grotteschi, squallidi, tormentati, ma soprattutto tridimensionali –, la trasposizione ad opera di Oldroyd è invece una pallida copia di ciò che è il libro. Per quanto le interpretazioni della McKenzie e della Hathaway siano impeccabili, i personaggi di Eileen e Rebecca rimangono piatti: se nel romanzo era possibile entrare nella testa di Eileen ed esperirne le ossessioni, nella pellicola tutto ciò che è a disposizione dello spettatore è una serie di lunghi primi piani di Thomasin McKenzie che non trasmettono assolutamente nulla del conflitto interiore della Dunlop.
A fronte di una così povera caratterizzazione delle protagoniste, la totale assenza di spessore dei personaggi secondari si fa ancora più sentire. Così incentrata sul dramma di Eileen e Rebecca, la sceneggiatura tralascia i caratteri marginali che mancano di un totale sviluppo: questa carenza rende la narrazione non solo meno immersiva, ma anche meno avvincente.

Da sinistra: Shea Whigham, Thomasin McKenzie, Anne Hathaway, William Oldroyd, Luke Goebel and Ottesa Moshfegh, foto di Justin Bettman

La trama originale di Eileen, che di certo non costituisce di per sé un apporto innovativo al genere noir, faceva leva sulla capacità dell’autrice di tratteggiare personaggi vivi, reali. Senza di questi, l’adattamento procede a tentoni in un primo e secondo atto assolutamente statici – difetto che si trascina dal romanzo – per poi esplodere in un terzo atto nevralgico ma troppo improvviso e carente di un build-up capace di tenere alta la suspence.
Inoltre, il film pecca di una narrazione poco coerente: le scene si susseguono senza una vera progressione o sviluppo dei personaggi, semplificando i complessi temi del libro: la religione, la violenza, la sessualità.

Pur privato dell’intensa carica emotiva e della morbosità tipici della poetica di Ottessa Moshfegh, Eileen si salva per le interpretazioni attoriali delle protagoniste e per le atmosfere evocative – un New England tipicamente dark-academia dove si alternano le colorazioni ocra e cavernose degli interni a quelle pallide e nebbiose delle scene esterne.

Nonostante le premesse, in ultima istanza Eileen non è un pessimo film, ma di certo è un film mediocre – sensazione che probabilmente confermeranno i lettori e gli amanti dell’opera da cui è tratto.
Sicuramente si tratta di un’occasione sprecata per sviscerare gli aspetti più morbosi e peculiari della penna della Moshfegh, la cui poetica – se solo il film avesse riscosso una risonanza maggiore – avrebbe potuto essere consacrata al grande pubblico.

Crediti immagini: My Movies, The Guardian, Justin Bettman

Rebecca Isabel Siri

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