Rebecca Cheptegei, 33 anni, mezzofondista ugandese alle Olimpiadi di Parigi del 2024, è stata uccisa dal fidanzato. Questa parola, però, proprio non riesce a passare nella narrazione giornalistica italiana, che parla di “morte” e non di uccisione. Nessun giornale nostrano, nel riportare la notizia, ha usato l’espressione: “è stata uccisa dal compagno”, bensì si dice che “è morta dopo essere stata bruciata viva dal compagno” e simili. Come mai i giornalisti italiani fanno così tanta fatica a dare la colpa agli uomini, quando c’è un nuovo caso di femminicidio? Perché non si riesce a dare dignità alle vittime e la colpa ai carnefici?

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Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in contesti meno cupi, e lo diceva proprio a una giornalista. Il modo in cui viene raccontata una vicenda fornisce già di per sé una chiave interpretativa al lettore, coscientemente o meno, tramite il meccanismo noto come framing. Con questo termine ci si riferisce a tutte quelle costruzioni di linguaggio vòlte a incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre. Nel caso di Rebecca Cheptegei, dire genericamente che “è morta” non fa altro che deresponsabilizzare il fidanzato. È una tragedia, una fatalità; il fatto che lui l’abbia data alle fiamme sembra non contare. D’altronde, l’assassino è spesso un uomo: secondo i dati Istat, circa il 90% delle volte, negli omicidi familiari o passionali. Egli viene assolto praticamente sempre dalle proprie colpe: a titolo di esempio, basta ricordare come La Repubblica avesse definito Filippo Turetta, omicida di Giulia Cecchettin, “buono, premuroso, ma anche possessivo e geloso”. Colui che ha accoltellato la sua ex fidanzata settantacinque volte era, in fondo, un bravo ragazzo, solo un po’ geloso. Altro esempio clamoroso fu quello de Il Giornale, che nel settembre 2019 definì l’assassino di Elisa Pomarelli un “gigante buono” preda di un raptus (termine che in psicologia non esiste). Massimo Sebastiani, però, non era il suo fidanzato; pretendeva di avere con lei rapporti sessuali e sentimentali e, quando la ragazza lo rifiutò, la uccise e ne occultò il cadavere per due settimane. Non un “raptus”, quindi, ma un fatto premeditato e portato avanti con freddezza.

Di pari passo, c’è l’infantilizzazione e l’oggettificazione delle donne, chiamate quasi sempre per nome o addirittura apertamente insultate, come quando Il Resto del Carlino nel 2016 definì “il trio delle cicciottelle” le tiratrici con l’arco Guendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari. Non si salvano nemmeno figure di altissimo profilo, come la regina di Spagna, da La Repubblica chiamata amichevolmente Letizia, o la premier finlandese Sanna Marin, menzionata dal Quotidiano Nazionale in un articolo in cui si dice che “in casa e al governo comanda lei”. A tal proposito, spesso viene ricordato che, prima di tutto, le donne hanno il ruolo di madre, come nel caso di Leggo, che nel 2021 definiva Yvonne Monaco “la super mamma di Bari, partorisce e discute la tesi in 24 ore”. E che cosa succede quando le donne si allontanano da questo ruolo, ad esempio andando in discoteca con le amiche o vestendosi in modo più succinto? Leggendo i titoli della stampa nazionale, “che se la vanno a cercare”, ossia che si rendono complici delle stesse violenze che subiscono. Sono tantissimi gli esempi di titoli che parlano di ragazze ubriache fradicie o in minigonna, come se questo giustificasse chi poi ha deciso di stuprarle. Tutto ciò, ovviamente, non vale quando non sono loro a sessualizzarsi, ma sono gli altri a farlo. Sempre nel 2016 toccò a Rossella Fiammingo, definita da Libero “argento a Rio e oro in bikini, le foto da urlo”. Il risultato dell’atleta passa in secondo piano rispetto al suo corpo, esposto e reso pubblico come un manichino nella vetrina di un outlet.

Il risultato di questo svilimento della figura femminile in ogni aspetto della sua vita, dall’incarico che ricopre fino alla propria stessa identità, passando ovviamente per i risultati che consegue, ha un solo risultato: trasformare la donna in un oggetto, di una cosa si può disporre a piacimento, specialmente in ambito sessuale (purché non provi a riappropriarsene, s’intende). In ambito sociologico – e ormai sempre più anche nel dibattito pubblico – si parla di “piramide della violenza“, un modello che mostra come anche la più semplice battuta da spogliatoio contribuisca a rendere normale e accettabile la violenza sulle donne. I mass media, poiché contribuiscono attivamente a creare il linguaggio parlato dalla gente comune tutti i giorni, hanno una responsabilità enorme nella gestione del fenomeno. Prestare attenzione ai termini nei quali viene raccontata la vita e, purtroppo, la morte delle donne è essenziale per favorire quel processo di decostruzione del sistema maschilista e patriarcale di cui abbiamo sempre più bisogno.
Vincenzo Ferreri Mastrocinque
