Identità e corpi femminili nell’atrio di Palazzo Nuovo

Nel pomeriggio del 7 marzo all’università mi sono imbattuta per caso in una esibizione che ha catturato immediatamente la mia attenzione. Un gruppo di donne – giovani studentesse universitarie accanto a figure più adulte – animava l’atrio di Palazzo Nuovo. Lì dove di solito si scorre distrattamente tra una lezione e l’altra, lo spazio era stato trasformato in un palcoscenico vibrante e carico di significato. La performance, intitolata “Come mi vedo? Come mi vedi?”, è frutto di un progetto artistico e collettivo coordinato da Alessandra Lai e Raffaella Tomellini. In un secondo momento, ho avuto l’opportunità di incontrarle e ascoltare il racconto del percorso che ha portato alla realizzazione di questa esperienza unica, in cui si sono intrecciati linguaggi diversi come la fotografia, la danza e la performance dal vivo. L’idea iniziale era quella di dar vita a un progetto fotografico volto a esplorare il tema dell’identità femminile. Con il tempo, però, il progetto si è ampliato, diventando una vera e propria performance pubblica, in cui le fotografie – realizzate in formato grandezza naturale – sono diventate parte attiva dell’azione scenica. Le immagini erano già state esposte nei giorni precedenti all’interno dello Studiumlab, disposte in fila, a un metro l’una dall’altra, come in una galleria fotografica. 

Il giorno prima della Giornata Internazionale della donna, un corpo unico si posizionava nello spazio universitario, divenuto palcoscenico.
Una musica ritmica scandiva il passaggio di questo corpo unico nel quale ognuna, portando il proprio ritratto sotto braccio,  muoveva dolcemente verso l’alto dei lunghi rami sottile, che richiamavano anche l’immagine delle radici, un’idea di crescita e di radicamento.
Alessandra Lai ha raccontato di essersi commossa, vedendo un corpo unico non annulla l’individualità, ma la rafforza unendo identità diverse accomunate dallo stesso bisogno, ossia il diritto di esprimersi, ognuno può distaccarsi, si può esprimere singolarmente; in effetti ciò che più colpiva era proprio l’intensità autentica del gesto.: non era solo una rappresentazione, ma un’esperienza collettiva.  L’obiettivo, spiegano le organizzatrici, era offrire uno spazio in cui ogni partecipante potesse esprimersi liberamente, Da semplice spettatrice casuale, mi sono trovata coinvolta emotivamente da ciò che stava accadendo. Non cercavo spiegazioni razionali, mi lasciavo piuttosto trasportare dall’impatto visivo e simbolico dell’azione: vedere quelle donne avanzare insieme lungo l’atrio, poggiare a terra questi ritratti ricongiungendo il proprio corpo all’immagine e poi interagire tra loro in silenzio, tramite i movimenti armoniosi della loro danza, riconoscendosi l’un l’altra.

Ciò che rende ancora più impressionante il progetto è il tempo ridotto in cui è stato preparato. In soli due incontri di laboratorio, le partecipanti sono riuscite a costruire un linguaggio comune e a dare forma a un’esperienza che ha colpito il pubblico per la sua intensità e autenticità. L’arte, qui, non è solo strumento espressivo, ma diventa mezzo di relazione, occasione di ascolto e di scoperta, territorio condiviso. La scelta di realizzare questa performance alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna non è casuale.  Performare in uno spazio pubblico può essere un atto politico, se l’arte funge da mezzo di espressione e comunicazione. In un tempo in cui i corpi vengono spesso ridotti a superfici da giudicare e oggettivati, riportare il corpo al centro come luogo di esperienza e di comunicazione è un gesto radicale. Lo spazio universitario – spesso attraversato frettolosamente – si è fatto luogo di attenzione e ascolto, grazie a chi ha deciso di abitare quel vuoto con presenza e cura. In un tempo in cui i corpi sono costantemente esposti, esaminati, oggettivati, riportarli al centro come luogo di esperienza, come veicolo di senso, è un gesto radicale. È in questo senso che la performance assume anche un valore politico: perché afferma il diritto a esserci, a esprimersi, a essere viste al di là delle proiezioni e dei giudizi.
Vedere il movimento dei rami agitati dalle donne durante l’esibizione ha richiamato in me il pensiero della filosofa Simone Weil, che vide nel radicamento il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana” e nell’attenzione la forma suprema di amore. Le donne che sollevavano i rami – simboli di crescita ma anche di radici – sembravano incarnare proprio questo bisogno: ritrovare il senso del proprio stare nel mondo attraverso la connessione con sé, con le altre e con lo spazio condiviso. Forse è proprio questo che ho sentito mentre osservavo quella danza silenziosa: un richiamo all’attenzione e al radicamento. Poco meno di un mese dopo quella performance, le studentesse universitarie Ilaria Sula e Sara Campanella hanno perso la vita in circostanze atroci, vittime di femminicidio. In un tempo in cui l’università dovrebbe essere uno spazio di crescita, libertà e scoperta di sé, la loro morte ci ricorda con crudezza quanto i nostri corpi femminili siano esposti alla violenza, alla negazione, al silenzio. In questo contesto lacerante, l’atto collettivo di portare il proprio volto e il proprio corpo in uno spazio pubblico – non per essere esposte, ma per essere riconosciute – assume una forza ancora più urgente. È un modo per dire: noi ci siamo, intere, complesse, vive.

Marina Palumbieri

Fonte immagine in evidenza: Pinterest bskarlett

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