Capita a tutti, almeno una volta, di fermarsi e chiedersi: “Come sto?”.
In quei brevi istanti di autoanalisi osserviamo il mondo intorno, il nostro corpo, le emozioni, il tempo che viviamo. A volte, persino un oggetto banale sembra parlarci, rimandandoci a qualcosa di noi stessi e facendoci sentire parte di una rete più ampia di significati, esperienze, storie condivise.
È proprio da questa sensazione di connessione e inquietudine che prendono forma tre opere apparentemente distanti, ma profondamente affini: Altri libertini (1980) di Pier Vittorio Tondelli, Le cose (1965) di Georges Perec e I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio. Due libri e un film, tre esordi, un unico terreno comune: il disagio esistenziale dei giovani nel cuore della contemporaneità occidentale.

A partire da sinistra: Altri Libertini di Pier Vittorio Tondelli; Le Cose di Georges Perec; I pugni in tasca di Marco Bellocchio
Tre esordi, una frattura
Altri libertini è una raccolta di racconti ambientati nell’Italia provinciale tra gli anni Settanta e Ottanta. Tondelli dà voce a giovani emarginati — omosessuali, tossicodipendenti, ribelli — in cerca di identità e libertà. Lo scandalo suscitato all’epoca dal linguaggio crudo e trasgressivo non nasconde la vera cifra dell’opera: una scrittura carica di pathos e pietà, capace di restituire il sangue vivo di una generazione invisibile.
In Le cose, Perec racconta invece la vita di Jérôme e Sylvie, giovani parigini degli anni Sessanta attratti dal benessere borghese. La loro esistenza ruota intorno agli oggetti, allo status, al consumo. Le “cose” diventano protagoniste silenziose, specchio di un vuoto interiore che nessun possesso riesce a colmare. È il ritratto lucido di una società già immersa nel capitalismo avanzato.
Con I pugni in tasca, Bellocchio firma uno dei manifesti del nuovo cinema italiano. Al centro c’è una famiglia borghese disfunzionale, chiusa, soffocante. Ale, giovane inquieto e violento, incarna una ribellione estrema e autodistruttiva, che sfocia nell’annientamento della famiglia stessa. Il film diventa così una metafora feroce della crisi dell’individuo e delle istituzioni.
Vita inautentica e individuazione
I protagonisti di queste opere condividono una condizione comune: il tentativo fallito di abitare il mondo. Sono giovani incapaci di trovare valori autentici, intrappolati in quella che Martin Heidegger definirebbe una vita inautentica: un’esistenza dominata dalle convenzioni sociali, dalla routine e dalla distrazione, lontana dalle domande fondamentali sull’essere.
L’alienazione è totale, ma non priva di tensione. In ciascuno sopravvive una spinta alla rivolta, una volontà di rompere l’ordine imposto. La domanda resta aperta: questa ribellione può davvero condurre a una liberazione o è destinata all’autodistruzione?
Per interpretare questa inquietudine diffusa, risulta utile il pensiero di Carl Gustav Jung. La sua teoria degli archetipi e dell’inconscio collettivo permette di leggere questi personaggi come manifestazioni di conflitti universali. Gli archetipi — forme originarie dell’esperienza umana — influenzano comportamenti, relazioni e desideri, attraversando epoche e culture.
Al centro della psicologia junghiana c’è il processo di individuazione, ovvero il percorso verso la realizzazione del Sé autentico. Un cammino complesso che implica il confronto con l’Ombra (le parti rimosse di noi), con la Persona (la maschera sociale) e con le dinamiche di Anima e Animus, che regolano il nostro modo di relazionarci agli altri. Come si può immaginare, in una società che impone modelli di vita prefabbricati, questo processo risulta spesso bloccato o deviato.
Ombre familiari e ribellioni fallite
Ale, protagonista di I pugni in tasca, può essere letto come una personificazione dell’Ombra junghiana. Le sue pulsioni distruttive esprimono desideri repressi non solo individuali, ma familiari e sociali.
La famiglia, chiusa e arcaica, diventa un grembo soffocante; la madre cieca simboleggia l’incapacità di vedere realmente la verità interiore. In questo contesto, l’individuazione è impossibile e la ribellione si trasforma in nichilismo.
Il Consumocene
Anche Jérôme e Sylvie, come osservava Guy Debord parlando di “società dello spettacolo”, vivono immersi in una realtà che neutralizza il conflitto attraverso il consumo e la distrazione. Il benessere materiale offre gratificazioni immediate, ma non risposte al disagio profondo. Oggetti e status diventano narcotici che colmano solo apparentemente il vuoto esistenziale.
Questa dinamica si estende al presente: workaholism, aspettative irrealistiche, isolamento emotivo, e, potremmo aggiungere, la cosiddetta FOMO (Fear Of Missing Out). La ribellione non viene repressa, ma anestetizzata.
Il grido sommesso
In Altri libertini, nonostante la marginalità e la disgregazione dell’Io, resta vivo il desiderio di autenticità. L’opera narra la storia di ragazzi emarginati che cercano di sopravvivere, eppure in essi vi è ancora il germe della ricerca di libertà, della volontà di amare, di un futuro in cui ritrovare se stessi.
La loro è una ribellione fragile, fatta di slanci e amarezza. Il vuoto interiore emerge con una forza devastante.
Perchè due libri e un film?
Queste storie lasciano un senso di vuoto anche nel lettore/spettatore, ma proprio per questo risultano necessarie. Mostrano che l’inquietudine non è individuale, bensì condivisa; che il disagio ha radici storiche, sociali e psicologiche. Leggerle significa acquisire consapevolezza della propria posizione nel mondo, sviluppare uno sguardo critico e aperto e, forse — proprio attraverso questa lucidità —, ampliare le possibilità di scelta e di autenticità.
In un’epoca che tende a soffocare il conflitto, queste opere continuano a ricordarci che confrontarsi con le proprie ombre è l’unica strada per non perdersi definitivamente.
Marco Novello
Fonti
Opere citate:
Bellocchio Mario, I pugni in tasca (1965)
Perec Georges, Le cose (1965), Einaudi, Torino 2011.
Tondelli Pier Vittorio, Altri libertini (1980), Feltrinelli, Milano 2023.
Riferimenti culturali:
Debord Guy, La societá dello spettacolo (1967), SugarCo, Milano 1990.
Heidegger Martin, Essere e tempo (1927), Mondadori, Milano 2021.
Jung Carl Gustav, Il libro rosso (2009), Bollati Borlinghieri, Torino 2012.
