La legge di Lidia Poët: le problematiche di una serie decontestualizzata

Da pochi giorni Netflix ha sfornato un’altra delle sue: La legge di Lidia Poët, una serie incentrata sulla figura dell’omonima avvocata, prima in Italia ad entrare nell’Ordine, vissuta a cavallo tra l’800 e il ‘900.

Proprio sulla fedeltà alla persona reale di Lidia e sulla veridicità dei fatti narrati si sono espressi in diversi, a partire dagli ultimi discendenti della stessa. Marilena Jahier Togliatto, la pronipote, ha dichiarato a La Stampa: «Mi lasci dire che in quella serie tv non c’è sul serio nulla della mia parente Lidia: ne ho vista una sola puntata e poi ho abbandonato per sdegno». Ha proseguito poi dichiarando che la vera Lidia non era assolutamente così ribelle e spudorata, ma, al contrario, una persona serissima e dedita allo studio. Marilena ha concluso dicendo che l’immagine che la serie ha dato del personaggio è di «segno opposto» rispetto a quella che la vera Lidia ha voluto dare alla sua vita.

Anche la comunità valdese – di cui la stessa Lidia faceva parte – ha avuto da ridire: il settimanale Riforma (giornale delle comunità evangeliche, battiste metodiste e valdesi) fa notare come non ci sia alcun cenno alle radici valdesi della protagonista e di come sia stata stravolta la sua personalità in favore di una mera operazione commerciale che l’avvicinasse alla nostra concezione di donna femminista contemporanea.            

Mettendo da parte le dichiarazioni e le riflessioni sulla veridicità dei fatti narrati, scendiamo ora nel tecnico.
La prima cosa che salta all’occhio è la passività dell’ambientazione torinese: quasi non sembra, se non per le panoramiche della città, di trovarsi a Torino. Mancano quegli elementi caratteristici come l’accento, il dialetto, l’atteggiamento, tutti fattori di contorno che aiutano lo spettatore ad immergersi nell’ambientazione. Dopotutto, quando si guarda film o serie ambientati a Roma, a Napoli, a Palermo questi elementi non mancano. A tal proposito è utile sottolineare come anche la composizione del cast principale non sia piemontese.

Proseguendo nella visione degli episodi, si nota una certa ripetitività nella colonna sonora composta nella quasi totalità da canzoni di oggi, che nulla hanno a che vedere con l’epoca. In alcune scene non sarebbero risultati stonati canti popolari, canzoni da strada, o anche dei pezzi classici in quelle più drammatiche.

Anche il linguaggio utilizzato appare decontestualizzato: il frequente uso di parolacce e il modo di parlare iper-moderno sono l’ennesima prova di una volontà di compiacere lo spettatore rendendo la mentalità ottocentesca più affine alla nostra. Il personaggio di Lidia appare l’eroina delle giovani d’oggi, con lo stesso carattere e lo stesso mindset.

Nei rapporti con il fratello Enrico, Lidia appare sempre più abile, più capace e quindi vincente. In alcune scene, per esempio, è evidente la forzatura con la quale si vuole far apparire Enrico come un totale incapace e poco interessato al suo mestiere, poco interessato all’andare a fondo nei diversi casi che gli episodi trattano. Elemento anche questo che fa perdere di credibilità le vicende narrate.

Infine, appare singolare la scelta di focalizzarsi quasi totalmente sull’aspetto investigativo tralasciando quello legale, concedendo a quest’ultimo minimi spazi e neanche in tutti gli episodi. Lidia appare libera di accedere – anche troppo facilmente – ai luoghi del crimine e di fare le indagini per conto suo, senza mai incrociare gli investigatori preposti, come se i casi venissero davvero risolti semplicemente arrestando e processando il primo indiziato.

Concludendo, La legge di Lidia Poët porta con sé un messaggio senz’altro giusto e (purtroppo) ancora attuale, ma lo fa scadendo nell’utilizzo di stereotipati modelli televisivi, fatti e confezionati per una certa fetta di pubblico. Insomma, nonostante la distribuzione a livello mondiale, la serie strizza un po’ l’occhio alle fiction RAI.

Riccardo Piazzo e Maria Vittoria Onnis

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