La coppia e la famiglia sono le peggiori disgrazie che Dio ci abbia inflitto. Questo Yasmina Reza faceva dire a uno dei suoi personaggi in Il Dio del massacro, romanzo pubblicato per la prima volta nel 2006 e adattato per il cinema da Roman Polanski nel 2011. La drammaturga e scrittrice iraniano-francese sembra ancora pensarla così in Felici i Felici, romanzo-commedia edito nella traduzione italiana da Adelphi nel 2017.
Dieci storie di vita quotidiana suddivise e intrecciate in ventuno capitoli, illuminate da una scrittura attenta e puntigliosa. Reza è rivelatoria. Personaggi piccoli borghesi con manie di grandiosità, preoccupati di mantenere vive le apparenze, vengono smascherati dai loro stessi pensieri. Yasmina Reza non inventa, ma attraverso un’attenzione rivolta al genere umano, mette in luce le sue contraddizioni, facendo cadere a pezzi la formalità delle relazioni umane.
“Felici gli amanti e gli amati e coloro che possono fare a meno dell’amore”
scrive Borges, ed è proprio alla luce di questa premessa che si potranno interpretare le storie che seguono. I fili conduttori della narrazione sono Ernest e Janette, una vecchia coppia sposata abbandonata alla noia del loro rapporto. Si intrecciano a loro la figlia Odile, di professione avvocata e suo marito Robert Toscano, giornalista. Paola Suares, attrice famosa innamorata di un uomo facoltoso che non sembra avere alcunché interesse di impegnarsi. Raoul e Damien Bernèche, coppia ludopatica che al di fuori del tavolo da gioco non ha molto altro da condividere. La famiglia felice degli Hutner, che tiene nascosto un segreto inconfessabile: il figlio Jacob. A questi si aggiungono amanti, amici, medici oncologi alla ricerca di un sentimento, figli, genitori e segretarie. Persone. Tutte accomunate da un sentimento del sé, del tempo e dell’esistere. Quella che i personaggi vogliono esprimere è una solitudine non comunicabile: «Quando sono a casa, ho paura che qualcuno arrivi e veda fino a che punto sono solo». Tutti presi da una malinconia e da un’indefessa ricerca dell’amore: «Mi piacerebbe soffrire per amore. L’altra sera, a teatro, ho sentito questa frase: «La tristezza dopo il rapporto sessuale, quella la conosciamo bene, naturalmente… Sì, quella è una cosa che si sa e che si è preparati ad affrontare». Era in Giorni Felici di Beckett. I felici giorni di tristezza a me ignoti».
Il riferimento alla pièce teatrale di Beckett mette subito in rilievo uno dei temi centrali del romanzo, dando ulteriore spunto per l’interpretazione del titolo: come Winnie nell’opera del drammaturgo irlandese, così spesso i personaggi di Reza non si rendono conto della propria apocalisse, ogni giorno si trovano sull’orlo del baratro e non se ne accorgono. Winnie è l’incarnazione della voglia di vivere, anche quando è impossibile, anche quando la tristezza sovrasta tutto. Lo stesso succede in Felici i Felici, con un ottimismo quasi immotivato, i personaggi cercano la felicità nelle cose più banali, mai guardando in faccia la realtà: c’è chi chiede aiuto al padre defunto per le più piccole difficoltà della vita quotidiana, chi aggiunge nuovi vestiti nel guardaroba per sentirsi invincibile. Che cos’è la felicità? Nessuno degli attori sul palco di Felici i Felici sembra essere giunto alla soluzione, probabilmente solo Antoine, figlio dei coniugi Toscano, riesce a coglierla:
“Non molto tempo fa mio suocero, Ernest Blot, ha detto a nostro figlio di nove anni, ti compro una stilografica nuova, con questa ti macchi le dita. Antoine ha risposto, non ti scomodare, non ho più bisogno di una penna che mi faccia felice.
Ecco il segreto, ha detto Ernest, questo bambino l’ha capito, ridurre al minimo le pretese di felicità”.
Lo stile di Reza è sarcastico e micidiale, ma mai cinico. L’empatia non è mai cancellata, l’ironia non dissipa il compatimento. Forse anche grazie all’espediente della narrazione in prima persona di ogni attore. Il tempo segue una linearità coscienziale: non è l’ordine sequenziale degli eventi, ma bensì dei propri ricordi, dei propri pensieri. Il tempo è sempre raccontato in termini al passato e al presente, pochissime volte viene indagato il futuro, come a suggerire un hic et nunc dell’esistenza. Le narrazioni si intrecciano l’una con l’altra rendendo difficile snodare le trame fra loro: ogni vita e storia è l’estensione della propria.
Il successo della narrazione di Yasmina Reza risiede abilmente nella sua capacità di esplorare la ricchezza del non detto. Mentre la trama si sviluppa, emerge una vulnerabilità sottostante che trasforma personaggi precedentemente considerati subdoli e viscidi in individui con cui simpatizzare e compatire. Reza padroneggia l’arte di mettere in luce la complessità umana attraverso dettagli apparentemente insignificanti, costringendo il lettore a riflettere. La comicità di Yasmina Reza ci porta in una dimensione a metà fra il riso di Bergson e l’umorismo di Pirandello. Scovando la meccanizzazione della vita – un tic, un pensiero o una frase ricorrente, un gesto ripetitivo – possiamo riderne, ma solo attraverso un sentimento del contrario percepiamo il contrasto fra apparenza e realtà.
Felici i Felici è un romanzo che tratta di malattia, infelicità, amore, perdita. Per i personaggi vivere è complicato, ancor di più lo è essere felici, eppure in qualche modo sembrano riuscirci. Forse per essere felici basta provare ad esserlo?
Alexandra Onofreiasa
