La scorsa settimana – più precisamente l’11 e il 12 dicembre – la sede di Palazzo Nuovo dell’Università di Torino ha ospitato un piccolo, quanto arricchente, workshop che univa fotografia e concetti, quali cultura e identità cinese: ospite e speaker è stata la fotografa sino-britannica Yan Wang Preston, ricercatrice presso l’Università di Huddersfield.
Durante l’incontro, la donna ha avuto modo di illustrare il suo progetto artistico durato ben quattro anni (dal 2010 al 2014) dal nome “Mother River”, nel quale ha cercato di indagare, attraverso l’obbiettivo, i plurimi significati che il fiume Yangtze (più comunemente noto a noi come Fiume Azzurro) ha per i cinesi, per la costruzione della loro identità nazionale, culturale, politica e artistica.
Il workshop è stato per gli studenti del corso di laurea in Lingue e Culture dell’Asia e dell’Africa – ma non solo – occasione di riflessione su temi quali l’identità culturale, i simboli, la tradizione, soprattutto nel rapportarsi con una cultura diversa, antica e ricca di sfumature come quella cinese.

(Fonte: https://www.yanwangpreston.com/book-shop/mother-river)
“When returned to UK my work started to look more chinese”
Procedendo con un percorso cronologico, Yan Wang Preston ha presentato le varie accezioni che il Fiume Azzurro, definito e percepito appunto da molti cinesi come “madre“, ha assunto nel corso della storia e in vari ambiti diversi: da un punto di vista primariamente economico e geografico (come luogo e punto di riferimento per intensi scambi commerciali) ad uno poi squisitamente artistico (la sua onnipresenza nelle iconografie e nei dipinti paesaggistici) fino a quello più propriamente politico e identitario, come immedesimazione di un elemento naturale così importante per tutta la Cina.
Ma dopo di ciò la fotografa, anche mostrando il suo lavoro e la prospettiva che l’ha guidata in questo lungo viaggio, ha voluto decostuire tutto questo, arrivando alla conclusione che lo Yangtze altro non è che un mito. E questa consapevolezza è arrivata in lei prorpio grazie ad un’osservazione attenta, allo sguardo fotografico che ha cercato di catturare oltre la banalità e l’evidenza, ma andando in posti inconsueti e non battuti del fiume. E sorpatutto mettendosi dal punto di vista di chi quel fiume lo vive ogni giorno: i suoi abitanti, molto spesso persone che vivono una vita umile, isolata e che hanno una percezione completamente diversa di questa entità naturale.
Curioso infatti l’aneddoto della Preston nel quale, parlando con una famiglia che risiede proprio attaccata al fiume, alla sua domanda “Cos’è per te lo Yangtze?” essi avessero risposto con non poca sorpresa “E’ dove faccio il bagno“. Un progetto artistico che si è rivelato una vera e prorpia ricerca di senso e identità, non solo a grandi livelli, ma anche per la fotografa stessa, che in un certo senso si è riscoperta: sentiva il richiamo del fiume come appartenenza culturale e tale lavoro l’ha influenzata molto nello stile delle successive opere, tanto da aver ammesso che quando è ritornata in Inghilterra, i suoi lavori, il modo di concepirsi era molto più “cinese“.
“The sky is round and the earth is square”
Dopo questa presentazione, la fotografa ha voluto rendere più concreto e partecipativo il workshop, coinvolgendo gli studenti in un esperimento di fotografia che indagasse lo spazio urbano torinese. L’elemento da individuare in esso è un concetto molto affascinante della filosofia cinese: 天圆地方 (tian yuan di fang) che letteramente significa “Il cielo è rotondo e la terra è quadrata“.
Sin dall’antichità infatti nella concezione cinese la terra era vista come un quadrato, qualcosa di definito, con delle regole, manovrabile e conosciuto, mentre il cielo come rotondo, avvolgente la terra, vasto e più indefinito. Tale concezione era influenzata dalla celebre fisolofia degli opposti, Ying e Yang, e quindi del concetto di complementarità e armonia dell’universo. Un così semplice concetto ha influenzato profondamente sia la filosofia che la cosmologia, e persino l’archittetura della Cina, tanto che le forme gemoetriche del cerchio e del quadrato fuse assieme si riscontrano motlissimo nei palazzi, nei giardini e nelle case cinesi.
Obiettivo degli studenti era proprio quello di ricercare queste due forme nello spazio urbano di Torino, ma anche nelle proprie case, e cercare di intepretarne il concetto nascosto in un contesto completamente diverso come il nostro occidentale. Ciò ha dato la possiblità di agli studenti di porre riflessioni acute sull’identità e interculturalità in un modo molto originale.




Alcuni esempi del concetto di 天圆地方 applicato all’architettura, ma anche a oggetti di uso comune come le monete . (Fonte: pinterest.com )
Prospettive più ampie
Non casualmente infatti l’incontro con la Preston si situa in un più ampio progetto portato avanti dal Dipartimento di Studi Umanistici, dal nome “From Geography to Language teaching in an intercutlural perspective“, in collaborazione con varie altre università ed enti. Obbiettivo principale è creare proposte alternative di didattica della lingua e della cultura cinese, in particolare attraverso lo strumento artistico della fotografia, l’analisi delle geografie e degli spazi, e il diretto coinvolgimento degli studenti in una prospettiva interculturale. Il tutto al fine, in primo luogo, di favorire un maggior scambio di idee, prospettive, valori tra studenti italiani, cinesi e/o sino-discendenti. In secondo luogo per porsi come messa in discussione critica, dal doppio valore: per gli studenti italiani degli stereotipi rispetto alla comunità cinese e anche rispetto a ciò che studiano sui libri, spingendoli a ritrovare nelle vie Torino un po’ di quella Cina che tanto li affascina. Mentre per gli studenti sino-discendenti vuole essere una messa in discussione del concetto stesso di identità cinese e di memoria, soprattutto nel background della migrazione delle loro famiglie..
Rachele Gatto
