Adattamenti: è sempre meglio l’originale?

Quante volte ci siamo appassionati a un romanzo, ci siamo immersi nella sua storia, colto ogni dettaglio e immaginato i volti dei protagonisti, i loro gesti, ci siamo immedesimati nei loro stati d’animo e compreso le loro azioni? Quante altre volte abbiamo appreso la notizia che quel romanzo tanto seducente per il nostro spirito sarebbe diventato un film? Magari con attori di un certo calibro, simili o completamente diversi rispetto ai personaggi creati dalla nostra immaginazione? Ma soprattutto, quante volte dopo aver visto quell’adattamento abbiamo pronunciato la solita frase «era meglio l’originale!»?

Quello della teoria degli adattamenti cinematografici a partire da forme scritte, tra cui quella del romanzo, è un terreno controverso e talvolta ricco di pregiudizi sulla superiorità della prima versione rispetto alla seconda. Un primato spesso dettato dall’abilità della nostra mente di creare mondi immaginari a partire dalla lettura di una storia, universi unici e irripetibili, difficilmente carichi dello stesso fascino nel momento in cui vengono riprodotti sullo schermo. Questi, infatti, sono la trasposizione dell’immaginario del regista e della sua squadra, una delle innumerevoli versioni della storia create dai lettori. Citando le parole di Italo Calvino, si tratta di un vero e proprio cinema mentale egemonico del regista ed è alla base della critica che viene mossa nei confronti della maggior parte degli adattamenti cinematografici. Inoltre, per trasferire una storia dalla pagina allo schermo è necessario effettuare dei tagli drastici nella narrazione. Le parti più descrittive sono superflue per un medium performativo quale il cinema, caratterizzato da immagini con tempi molto più immediati rispetto alla dilatazione narrativa. Questo tipo di scelte creano necessariamente un rimodellamento della storia rappresentata: diventa inevitabile tagliare o aggiungere qualcosa per amplificare l’effetto della suspence.

In tempi più recenti si è aggiunto anche un altro aspetto relativo alla rappresentazione dei testi al cinema che riguarda questioni di tipo culturale e politico. Nell’era del politically correct la sensibilità dell’audience è cambiata e certi argomenti in determinati contesti risultano difficilmente comprensibili al giorno d’oggi. È indubbiamente un fattore che dipende dalla longitudine del luogo in cui viene distribuito il prodotto editoriale e cinematografico, dai valori culturali e religiosi della sua società, sempre meno trascurabile nell’operazione di adattamento.

Un esempio recente di questo tipo di operazione è riscontrabile nella serie Netflix Bridgerton prodotta da Shonda Rhimes a partire dai romanzi di Julia Quinn. La serie si distingue proprio per via della sua inclusività e del mix temporale tra presente e passato. Ambientata durante la Regency Era inglese, sullo schermo viene rappresentata una nobiltà in cui rientrano personaggi di diverse etnie, ben diversa rispetto a quella della verità storica. Un utilizzo del medium in modo politicamente corretto per mostrare una ipotetica faccia della medaglia diversa, sicuramente più “giusta” rispetto alla nota drammaticità della Storia con la S maiuscola.

crediti: Cinematographe.it

Per adattare i libri di Quinn sono state fatte diverse scelte che abbracciano i vari aspetti della teoria degli adattamenti. Prendiamo in esempio la recentissima terza stagione incentrata su Colin Bridgerton e Penelope Featherington. In primis per motivi di marketing, l’ordine delle storie raccontate nella serie non rispecchia quello di uscita dei libri e, di conseguenza, vi è anche un cambio della cronologia degli eventi: quest’anno Shonda Rhimes avrebbe dovuto produrre le vicende di Benedict Bridgerton, uno dei personaggi più amati dai fan e protagonista del romanzo della saga che ha avuto più successo. È facile capire che posticipare di una o due stagioni tale storia mantenga alto l’hype del pubblico.

Non solo, se nel romanzo è proprio Colin il primo a scoprire la vera identità di Lady Whistledown, nella serie Netflix si costruisce tutto l’intreccio della stagione — e soprattutto della seconda parte in uscita oggi — sull’ingombrante e ostacolante alter ego di Penelope. Anche l’avversario del terzogenito di casa Bridgerton, Lord Debling, non esiste nei romanzi, si tratta dunque di due ottimi escamotages per tenere gli spettatori incollati allo schermo e per rendere più intricata la love story tra i due protagonisti.

Un ulteriore cambiamento riguarda l’aspetto culturale del pubblico della serie. Nella brand identity di Netflix e del marchio Bridgerton il politically correct è uno dei valori fondanti, ragione per cui hanno deciso di promuovere la body positivity. Nel romanzo la protagonista femminile Penelope perde peso per poter attirare l’attenzione di Colin ed è grazie a questo cambiamento che conquista il suo futuro sposo. Nella serie, invece, è stato deciso di far innamorare Colin per quella che è Penelope, senza la necessità che la donna cambi per piacere all’uomo e rimanendo coerenti con la sensibilità del pubblico del 2024, il quale avrebbe storto il naso di fronte a un’azione del genere.

Bridgerton è solo uno degli innumerevoli esempi di adattamenti cinematografici che dimostrano come sia quasi impossibile trasportare fedelmente una storia da un medium a un altro, sia per ragioni dettate dal marketing, che per via del diverso linguaggio utilizzato dai media. Non solo, anche la sensibilità del pubblico è fondamentale nel momento in cui una storia viene riproposta sullo schermo, perché ciò che un tempo veniva accettato nel giro di pochi anni può essere accolto negativamente. Che l’originale sia sempre meglio dell’adattamento non è altro che un luogo comune, basterebbe pensare a due storie complementari che seguono un darwiniano flusso evolutivo, in cui l’una è resa immortale dal fedele tradimento dell’altra.

Giulia Calvi

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