Perché Primo Levi è diverso da tutti?

Tutti noi abbiamo sentito, almeno una volta, nominare Primo Levi tra i banchi di scuola. Abbiamo letto la sua poesia Se questo è un uomo (“Voi che vivete sicuri/ Nelle vostre tiepide case…”) e forse anche l’omonimo libro. Spesso è una lettura che gli insegnanti consigliano già alla scuola media.

Ma perché l’opera di Levi è così importante? La risposta più semplice e corretta è che è doveroso, oggi, leggere una testimonianza dei campi di concentramento nazisti. Noi, figli del Novecento, siamo chiamati dallo stesso Levi a conoscere e ricordare. Una delle più famose citazioni di Levi è:

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

Per cui certo, bisogna conoscere la Storia, soprattutto nelle sue pagine più oscure. La domanda, tuttavia, resta: perché scegliere proprio la testimonianza di Primo Levi tra tutte quelle esistenti? Non si tratta solamente del fatto che Levi sia un autore italiano: ciò che lo distingue da tutti gli scritti sul tema è il fatto che egli sia stato l’unico ad aver creato una vera e propria opera letteraria. Infatti, le altre testimonianze più celebri (Sonderkommando Auschwitz, dell’italiano Shlomo Venezia; Noi, bambine ad Auschwitz, delle sorelle italiane Andra e Tatiana Bucci; Sono stato l’assistente del dottor Mengele dell’ungherese Miklos Nyiszli e altre ancora) sono per l’appunto testimonianze, fonti storiche, seppur rielaborate da una memoria soggettiva.

Anche Se questo è un uomo è una testimonianza di peso storico, tuttavia Levi riesce a renderla letteratura. Infatti, leggendo l’opera, possiamo renderci conto che l’intento di Levi non è solo quello di trasmettere quanto vissuto, ma anche indagare il cosiddetto problema dell’indicibilità. Il sottofondo del libro presenta una domanda costante: è davvero possibile raccontare quanto accaduto? La mente di un uomo è capace di elaborare e tradurre in parole situazioni che vanno al di là di qualsiasi dignità umana? Ogni esperienza da Levi raccontata è sospettata di non riuscire realmente a comunicare.

I problemi nel raccontare un’esperienza così traumatica, infatti, si articolano su diversi piani: innanzitutto la difficoltà per un sopravvissuto di attingere a una memoria traumatica e dolorosa. Non deve stupire che molti sopravvissuti dei campi abbiano preferito chiudersi in un silenzio logorante invece di elaborare il passato. Elaborare del tutto il trauma dei campi è un’operazione che Levi ritiene impossibile e non si può parlare di ciò che rimane oscuro dentro di noi. Non solo, i lager erano progettati per annullare l’umanità di chi vi era rinchiuso. Levi racconta spesso di persone diventate automi, con lo sguardo già morto, dimentiche della propria umanità. Si tratta di una sensazione che rimaneva incisa nei sopravvissuti come il numero che era stato loro tatuato, una sensazione che non si poteva lavare via non appena varcati i cancelli di uscita. Levi stesso racconta che ci sono voluti mesi e mesi di libertà per togliersi dalla testa l’idea di dover pensare solamente a come procurarsi da mangiare. La mente dei sopravvissuti rischiava di essere occupata dagli istinti primordiali risvegliati nella situazione limite dei lager.

Un ulteriore livello di difficoltà è dato dalla lingua stessa: Levi nota in più di un’occasione che termini come “fame”, “freddo” e “fatica” impallidiscono di fronte al malessere dei detenuti dei lager. La lingua italiana, ma in generale tutte le lingue, sono “tarate” per un contesto di vita comune, che contempla certamente delle sofferenze, ma in cui la dignità umana viene rispettata. Nei lager la dignità dell’uomo non esiste, pertanto non esiste nemmeno una lingua che fornisca i mezzi di espressione. Levi ritiene che, se i campi fossero esistiti più a lungo, si sarebbe certamente creata una lingua degli internati. Anzi, in parte esisteva già quando Levi si trovava ad Auschwitz nel ‘44. Cito un esempio:

Sapete come si dice “mai” nel gergo del campo? “Morgen früh”, domani mattina. Il domani, che è un orizzonte temporale breve, quasi certo, visibile e programmabile, nel lager rappresenta l’impossibile. La notte uno scoglio insuperabile, un tormento a cui si scampa per miracolo. Per indicare l’impossibilità di fare qualcosa a chi entrava nel lager si diceva: “Quando un pezzo di pane in più? Domani mattina”. “Quando finirà questa follia? Domani mattina.”

Questi diversi piani intrecciati di difficoltà rappresentano il sottotesto di Se questo è un uomo e anche del suo “sequel”, La Tregua, racconto dell’estenuante viaggio di ritorno dalla Polonia all’Italia alla fine della guerra. Sembra un paradosso: Levi riflette sul problema dell’indicibilità mentre “dice”, ossia mentre dà forma alla testimonianza. È in questo che sta la grandezza di Levi. Non solo, raccontando di un’umanità costretta a uno stato bestiale, Levi riesce inspiegabilmente a far emergere il contrario: l’umanità non può essere estinta, pensare da uomo è una facoltà che Levi riesce a difendere con le unghie e con i denti. Se questo è un uomo e La Tregua mostrano, da un lato, il baratro degli orrori, dall’altro, il riscatto dell’umanità. Questi sono i motivi che rendono Levi un autore imprescindibile, da leggere e rileggere nel corso della vita.

Marta Costa

Lascia un commento