Quando il razzismo si cela dietro una risata

Il 16 aprile su un treno Como-Milano tre ragazze sono state riprese mentre ridevano di un ragazzo cinese e di sua madre, mimando la loro lingua. I due si trovavano in viaggio con la ragazza di lui che ha ripreso il tutto e postato il video sui social. Il video è andato in poco tempo virale, raggiungendo milioni di persone in tutto il mondo, che hanno accusato le ragazze di razzismo.

A seguito della condivisione del video, la ragazza ha ricevuto un messaggio di scuse da parte di una delle tre coinvolte, dichiarante che non era loro intenzione offendere i due, e che loro non sono razziste. Ebbene, ciò non è bastato a fermare la gogna mediatica che ormai le aveva travolte.

Infatti, in moltissimi si sono mobilitati a condividere i nomi delle tre ragazze e i loro account Instagram, le università dove studiano e presunti posti di lavoro. Insomma, l’opinione degli spettatori si è divisa in due: chi a sostegno della forte gogna mediatica e chi invece dell’idea che si sia trattato di un’esagerazione mai vista prima. A quest’ultimo proposito, la situazione è effettivamente degenerata in quanto diversi utenti di TikTok hanno tirato in ballo un’azienda agricola pugliese, “L’Antica Enotria”, diffondendo la falsa voce che un dipendente fosse il padre di una delle ragazze coinvolte. Questo ha generato una pesante shitstorm nei confronti dell’azienda e dei suoi dipendenti, alla quale ha risposto il titolare Luigi di Tuccio con un video teso a calmare le acque e fare chiarezza. Oltre a quest’azienda, sono stati coinvolti anche altri enti, presumendo un loro legame con le tre.
Fin dove le persone sono in grado di spingersi? È la domanda che in tanti si sono posti a seguito di queste vicende.

Insomma, non sarà rovinando la vita di un dipendente o di un’azienda che si riuscirà a mettere fine al razzismo. Le azioni delle tre ragazze dimostrano quanto certe idee siano ormai talmente radicate in noi occidentali che non è più possibile limitare la discussione all’educazione che queste possono o no aver ricevuto durante l’infanzia. E’ questa la cosa più preoccupante.
Visto anche che alcuni sono rimasti sconvolti dal fatto che “per un semplice Ni-Hao” si sia parlato di razzismo, il problema reale è come per molti si possa parlare di razzismo solo in situazioni di violenza fisica o verbale molto accesa. Come se ci fosse un razzismo vero e un razzismo più soft.

Partendo dal presupposto che nessuno dovrebbe sentirsi nella posizione di deridere un altro individuo per la sua etnia, va anche sottolineato che un trattamento come quello riservato alle tre ragazze del video non sia da sottovalutare. È sempre il solito vecchio discorso: è efficace rispondere alla violenza con altrettanta violenza? Quando si passa dalla parte del torto?

Le tre ragazze hanno infatti ricevuto valanghe di odio al limite del bullismo da orde di sconosciuti, senza la possibilità di difendersi in quanto colpevoli di un crimine che, a rifletterci bene, forse non si deve interamente a loro ma in parte all’intera società che le ha cresciute e indirizzate verso una mentalità di quel tipo.

Questa triste vicenda, che si spera si concluderà con la presa di coscienza delle tre protagoniste di ciò che hanno fatto, ci apre gli occhi su come nonostante la sensibilizzazione e il progresso, ci si ritrova ancora a parlare di razzismo e a dover sgridare tre ragazzine per dei comportamenti ridicoli che non ci si dovrebbe aspettare più da nessuno. Oltre a ciò, molte altre persone dovrebbero rendersi conto che non si risolve niente vomitando odio sugli altri, che un fenomeno secolare come il razzismo non si può pensare di risolverlo con due messaggi discriminatori, ma solo con la riflessione e mobilitazioni su più larga scala.

Maria Vittoria Onnis

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