“Dice sempre di non sapere niente e poi prende 30!”
In quanti hanno mai sentito o pronunciato questa frase?
Nel corso della nostra vita accademica o lavorativa, sarà sicuramente capitato di imbatterci in persone convinte di non essersi meritate una determinata valutazione o posizione lavorativa, pensando magari fossero dei finti modesti. Tuttavia, questo atteggiamento ha una definizione ben precisa: sindrome dell’impostore.
L’espressione è stata coniata nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes per descrivere una precisa condizione psicologica costituita da una percezione sfasata di sé: l’individuo che ne soffre è pienamente convinto di non meritare i successi personali ottenuti e sottostima le proprie conoscenze e le proprie capacità al punto da giustificare i propri traguardi attribuendo il totale merito a fattori esterni: un voto alto è dovuto alla bontà del professore, non è di certo merito dello studio intenso, così come una promozione è dovuta alla simpatia del capo e non al duro lavoro svolto. Anche la fortuna gioca un ruolo chiave, poiché è ritenuta la principale responsabile dei risultati ottenuti. Chi ha questa percezione di sé è impossibilitato a riconoscere i reali sforzi che ha fatto e pensa sia tutto dovuto a pura casualità o a un errore: la sensazione che ne deriva è quindi quella di essere un vero e proprio impostore, che si trova lì per errore e che prima o poi verrà smascherato.
La sindrome dell’impostore non è ancora stata classificata tra i disturbi mentali riconosciuti dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) ed è ancora in fase di studio da parte degli psicologi. La sindrome si riscontra in maniera più ampia in ambito accademico, specialmente tra dottorandi e studenti di corsi avanzati, e la motivazione che si riscontra alla base è sicuramente una scarsa autostima, la quale determina un’incapacità di interiorizzare i propri meriti.
Inoltre, chi ne soffre tende ad avere una forte tendenza al perfezionismo.
Secondo recenti studi, le cause di questa percezione di sé così negativa possono anche essere ricercate nell’ambiente circostante: essere cresciuti in un contesto familiare molto competitivo e critico, nel quale i propri meriti non sono riconosciuti o si è paragonati ad altre persone “migliori”, può essere senza dubbio un fattore predisponente alla sindrome dell’impostore.
Non è da sottovalutare nemmeno il ruolo che la società continua ad avere nell’alimentarla, incentivando a fare sempre di più, a essere migliori e a lavorare più duramente. Ogni giorno vengono proposti standard difficilmente raggiungibili in ogni campo, dalla bellezza all’istruzione, con cui è inevitabile che si sia equiparati. Il caso di Carlotta Rossignoli, laureata in Medicina con il massimo dei voti a soli 23 anni e per questo definita “studentessa modello”, è solo uno dei tanti esempi di modelli da seguire che la società di oggi ci propone, elogiando sempre e solo gli stacanovisti, i plurilaureati e soprattutto coloro che raggiungono il massimo. Di conseguenza non c’è spazio per chi si accontenta; non importa quanti sforzi tu faccia, devi fare di più fino a quando non arriverai in vetta e solo allora forse potrai vedere il tuo duro lavoro riconosciuto e apprezzato. Non c’è dunque da stupirsi se questa sensazione di essere degli “impostori” si insinui maggiormente tra i giovani, costantemente circondati da aspettative spesso irraggiungibili.
La sindrome dell’impostore può essere tenuta a bada grazie al supporto di uno psicologo, ma per facilitare questo lungo processo di acquisizione di autostima è necessario un cambiamento ideologico, focalizzato sul benessere individuale. I giovani dovrebbero essere incoraggiati a essere soddisfatti del proprio percorso e della propria persona, non a essere necessariamente i migliori.
Monica Poletti

per fortuna mia madre non mi ha mai imposto alti modelli da raggiungere e non ho raggiunto molto, in effetti, ma sono/siamo state mediamente felici e io spesso sono soddisfatta di ciò che scrivo, dal momento che scrivere è una delle mie (tante) passioni…
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