Nella città moderna, il cibo non è più solo qualcosa che serve a soddisfare un bisogno primario. La spettacolarizzazione del settore del food, avvenuta negli ultimi anni soprattutto sui social, sta lentamente trasformando il tessuto dei nostri centri urbani.
Questo fenomeno si chiama foodification e da diverso tempo è divenuto una delle principali forze dietro il cambiamento urbano, in grado di plasmare le economie locali, le dinamiche sociali e persino il modo in cui viviamo gli spazi pubblici. Che si tratti di un bar dall’estetica particolare o del fermento riguardo ai nuovi ristoranti su Instagram, il cibo sta diventando la star della reinvenzione urbana.
Se il termine gentrification descrive il processo di trasformazione dei quartieri popolari con l’arrivo di creativi, artisti e nuove classi sociali, la foodification rappresenta un’evoluzione di questo fenomeno, in cui cibo e luoghi di ristorazione si appropriano degli spazi un tempo dedicati ad altre attività come la manifattura, l’artigianato e il commercio.
In tutto il mondo il cibo fa molto più che sfamare le persone, infatti sta ridisegnando interi quartieri.
Un tempo numerose aree delle città italiane costituivano i poli produttivi di un’economia basata sull’industria, ma con l’avvento della crisi post-fordista negli anni Ottanta e il relativo processo di terziarizzazione, oggi questi stessi spazi vengono riconvertiti in supermercati, ristoranti o bar di tendenza. Il cibo sembra aver preso il sopravvento su settori come la pesca, l’edilizia o la piccola manifattura, stravolgendo interi quartieri.
Si considerino Firenze o Bologna – ma senza allontanarsi troppo, anche la stessa Torino -, dove l’afflusso di turisti ha trasformato il loro centri storici in punti focali gastronomici. L’aumento delle attività legate alla ristorazione non sta solo cambiando l’economia locale, ma sta anche ridefinendo il modo in cui le persone usano e vivono gli spazi pubblici. Ristoranti e caffè dominano la scena urbana, ma a quale prezzo?
A Torino zone centrali come San Salvario, Vanchiglia o Quadrilatero sono stati invasi da bar, toasterie, pokerie e ristoranti asiatici, tutti locali omologati che rendono il centro della città non troppo dissimile dal centro delle sopraccitate Firenze, Bologna, o ancora Roma e Milano.
I déhors occupano sempre più spazio tra le vie e i marciapiedi e il chiacchiericcio dei commensali si fa sempre più indistinto. Se da un lato tutto ciò sembra, almeno a una prima impressione, rinvigorire e valorizzare i quartieri, dall’altro questo fenomeno porta con sé implicazioni piuttosto difficili da invertire.
Insomma, in Italia e altrove, la foodification spesso va di pari passo con la gentrificazione: è forse un fenomeno più sottile, ma non per questo meno insidioso. L’ascesa di ristoranti di lusso, mercati biologici e caffè artigianali attrae nuovi arrivati benestanti, allontanando i residenti meno abbienti e tendendo a uniformare il tessuto sociale urbano. La “gentrificazione alimentare” – perché di questo si tratta – non riguarda esclusivamente l’apertura di nuovi locali, si tratta piuttosto di un segnale di cambiamenti economici e sociali più profondi.
Nel momento in cui centri storici – siano essi legati alla storia più recente o più antica del nostro Paese – si trasformano per ospitare locali alla moda, si genera il rischio che l’identità culturale e storica dei luoghi venga stravolta. Le città, ansiose di creare un vero e proprio brand gastronomico, sono rapidamente fagocitate da un’ondata di locali e ristoranti che sembrano omologarsi al gusto globale, spesso sacrificando la qualità a favore di una domanda turistica in continua crescita.
L’autenticità culturale, fatta di tradizioni che affondano le radici nelle generazioni più antiche, sta diventando una caricatura di se stessa, ridotta a stereotipi di folklore per attrarre turisti. Le città storiche si piegano ai modelli globali imposti dall’industria del turismo, perdendo quella specificità che le rendeva uniche. Spesso sono proprio le amministrazioni locali a spingere in questa direzione, desiderose di creare un marchio in grado di attirare turisti internazionali e non.
Il risultato? Città avvolte nella cultura del cibo, dove esso si trasforma e da bene di prima necessità diventa sia una merce sia uno status symbol.
Vale davvero la pena abbandonare l’identità locale a favore di un’omologazione urbana, dove proliferano ristoranti e bar instagrammabili che gli influencer di turno ci consigliano assolutamente di visitare?
Rebecca Isabel Siri
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