Luride, agitate, criminali: l’istituzione manicomiale e il controllo sui corpi delle donne

Prendete una donna sana fisicamente e mentalmente, rinchiudetela, tenetela inchiodata a una panca per tutto il giorno, impeditele di comunicare, di muoversi, di ricevere notizie, fatele mangiare cose ignobili. In due mesi sprofonda nella follia.

Con questa citazione tratta da Ten Days in a Mad-House della giornalista americana Nellie Bly si apre Luride, agitate e criminali, un saggio che ricostruisce, sulla base dell’analisi della documentazione conservata presso vari archivi storici di ex ospedali psichiatrici italiani, soprattutto del manicomio S. Maria Maddalena di Aversa, le dinamiche di internamento della popolazione femminile tra la fine dell’Ottocento e i primi anni Cinquanta del Novecento.

Candida Carrino, storica e dottoressa di ricerca in Studi di genere, opera un’ulteriore selezione tra la documentazione a disposizione e usa come strumento principale di indagine delle dinamiche manicomiali una tipologia particolare di documento: le cartelle cliniche. La cartella clinica riporta non solo tutto il percorso della degenza del paziente, ma anche la descrizione dell’intera vita della persona ricoverata con la sintesi delle esperienze anteriori all’internamento. Dalla tipologia di informazioni evidenziate all’interno di questa sintesi e dalla selezione di eventi che vengono riportati emerge già con chiarezza la natura dello strumento di internamento: come fa notare Carrino, non vengono evidenziate le situazioni in cui la paziente ha dimostrato di saper gestire e affrontare difficili circostanze di vita né si segnala una ”media del comportamento nella vita passata”. L’obiettivo è quello di riportare ed evidenziare delle situazioni e dei comportamenti che, agli occhi della società e dell’istituzione manicomiale, dimostrino che il soggetto è malato e che ne giustifichino l’internamento in manicomio.

L’analisi delle cartelle cliniche risulta cruciale perché da essa emergono due dei nodi centrali su cui si concentra a più riprese questa ricerca: il nesso tra società e istituzione manicomiale e il ruolo della polizia nell’internamento e la sua interazione con il carcere. Nel primo capitolo si delinea il profilo della popolazione media del manicomio di Aversa: dai dati emerge che la maggioranza delle donne internate era sposata (dunque soggetta all’autorità maritale), prevalentemente analfabeta (infatti non disponiamo di testimonianze scritte dirette: la loro esperienza giunge fino a noi filtrata dalle descrizioni degli alienisti) e proveniva da ceti poveri e da zone rurali, dove l’istituzione era fortemente radicata sul territorio e le interazioni erano frequenti.

Questo radicamento sul territorio e il rapporto costante con le comunità presenti è paradigmatico del ruolo centrale della società nelle dinamiche alla base dell’internamento: il metro di valutazione della follia femminile è strettamente legato alla morale e, in quanto tale, è un metro pubblico (dato che ”lo spazio della moralità è spazio in primo luogo sociale”), costruito sulla base dell’osservazione della comunità che vigila sui comportamenti della donna e controlla che corrispondano alla morale dominante all’interno della società tutta. Usando le parole di Carrino, l’accusa di follia scaturiva dalla rottura dell’equilibrio tra ”le aspettative del contesto sociale e le condotte, i contegni delle donne che tradivano quanto veniva da loro atteso attraverso la scelta di comportamenti altri, diversi dalle consuetudini”.

Il ruolo sostanziale della comunità nel segnalare le donne che agivano al di fuori di queste consuetudini alle autorità è evidente nei motivi del ricovero riportati sulle cartelle cliniche, che si basano sulle osservazioni degli abitanti del posto e risentono dei loro preconcetti, spesso di tipo religioso o in generale morale: tra le ragioni dei ricoveri si trovano motivazioni come ”pubblico scandalo”, ”vagabondeggia”, ”atti osceni”, ”disordini nella condotta”, ”incompatibile alla vita di famiglia”, ”necessità di sorveglianza essendo orfana”, ”rapporti sessuali occasionali”, ”povera e senza mezzi”, ”stravagante”, ”è stata adultera”. Da questo cause è ancora più evidente che la pericolosità della donna derivi, oltre che dall’allontanarsi dai costumi dominanti, dal porsi al di fuori della rete di controllo patriarcale e dall’incompatibilità con la struttura familiare. La famiglia è l’unico luogo in cui alla donna era concesso di esistere in quanto spazio privato e sorvegliante: in assenza di esso entrano in gioco le istituzioni a preservare la struttura sociale attraverso l’istituto manicomiale.

L’internamento manicomiale viene proposto come soluzione ai problemi individuali e sociali: la polizia interveniva in quasi tutti i ricoveri manicomiali e poteva istituire per prima le pratiche di ospedalizzazione quando individuava i soggetti da internare sulla base della contravvenzione all’ordine pubblico.

Il rapporto tra carcere e manicomio, così come quello con famiglie, sindaci, medici e forze dell’ordine, è molto stretto: nel caso delle detenute internate le famiglie scompaiono dall’equazione e a decidere del loro destino sono quasi esclusivamente le istituzioni. Spesso le detenute preferivano rimanere in prigione per evitare il manicomio: nelle testimonianze di Celeste M. o di Carmela M. è evidente come la prospettiva del manicomio sia vista come la più angosciosa e come fonte di preoccupazione per le famiglie. Tra le due istituzioni, quella carceraria e quella manicomiale, si instaura una relazione sempre all’insegna del controllo e della gestione del dissenso: il carcere cerca di liberarsi delle donne di più difficile gestione, che costituiscono un problema, mandandole in manicomio. Il manicomio spesso le rimanda indietro. Entrambe le istituzioni rispondo alla logica di confinamento delle devianze e hanno la funzione di allontanarle dalla società ma non troppo, di separarle dal resto del consesso civile ma tenendole confinate in un luogo preposto a contenerle, a nasconderle e a rieducare le luride, agitate e criminali simbolo di queste devianze.

Luride, agitate e criminali riesce a restituire in parte una voce alla moltitudine di donne finite nel baratro dell’istituzione manicomiale. All’interno delle cartelle cliniche analizzate vengono ritrovate delle lettere di alcune pazienti, le poche in grado di scrivere: queste lettere ci parlano di tentativi (spesso vani) di comunicare con l’esterno, di riprendere il proprio posto all’interno della società, di far valere la propria voce e di rivendicare il diritto a disporre della propria vita secondo il proprio desiderio.

Sono tre le storie riportate in maniera estesa: tre storie paradigmatiche di tre condizione diverse, ma tutte accomunate da una forte tensione verso la libertà e l’autodeterminazione. Sono le storie di Maria Vittoria C., vedova con otto figli che la rinchiudono in manicomio preoccupati dalla minaccia che il suo rivendicare orgogliosamente e rumorosamente il suo diritto a gestire la propria vita affettiva e sessuale può rappresentare. La storia di Rosa R., rinchiusa in manicomio perché mostra segni di alienazione e di malinconia e scappa spesso dalla casa dei genitori; dopo cinque anni in manicomio rimane incinta, divenendo il centro di una vicenda sociale e giudiziaria che mette in evidenza tutti i limiti dell’istituzione manicomiale. Infine la storia di Camilla Restellini Bassanesi, esule anarchica, che chiude il libro: è la testimonianza di una donna consapevole dei meccanismi sociali e dell’ideologia incarnata dal manicomio, e che sottolinea ancora una volta la natura politica dell’internamento. Camilla riuscirà a resistere alla persecuzione politica e alla violenza delle pratiche psichiatriche.

Attraverso le stesse cartelle cliniche in cui la voce di queste donne veniva cancellata con la sovrapposizione delle parole degli alienisti che ne riscrivevano la storia, la ricerca alla base di Luride, agitate e criminali restituisce loro la possibilità di essere testimonianza ed esempi di resistenza, di essere corpi estranei condannati all’oblio che riemergono alla luce e che riescono a sopravvivere nella loro volontà di essere libere, vitali e complesse.

Sofia Racco

Crediti immagine di copertina: https://www.amazon.it/agitate-criminali-internamento-femminile-1850-1950/dp/8843089129

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