La morte di Yelena Grigoryeva

In base al luogo del mondo in cui si vive, in base alla propria cerchia di conoscenze, o in base al modo in cui decidiamo come e dove informarci, la nostra percezione della realtà e del mondo varia. Per quanto riguarda la comunità LGBT, dopo i festeggiamenti di questi mesi, alcuni potrebbero pensare che non c’è più alcun diritto che debba essere conquistato e nessun ostacolo da aggirare. Purtroppo, però, quando le luci della festa si affievoliscono e quando i brand trovano qualche altra causa sociale su cui lucrare, ci si scontra con quella che è, tutt’oggi, la difficile vita delle persone queer in molte parti del mondo, che vengono discriminate e aggredite anche violentemente, faticando ad essere considerate meritevoli di pari diritti rispetto al resto della comunità in cui vivono. A riprova di quanto appena detto risalta tra le testate giornalistiche (non quanto dovrebbe, purtroppo) l’assassinio dell’attivista russa Yelena Grigoryeva, questo delitto non è unico nel suo genere, si sente ancora spesso parlare di crimini d’odio, ma sicuramente è eccezionale per la modalità con cui, si presume, si sia arrivati alla sua morte. Yelena aveva 41 anni, partecipava attivamente ed in prima linea a tutte le manifestazioni a favore della comunità LGBTQ+, ma si schierò anche contro l’annessione della Crimea alla Russia e partecipò ad altre cause civili che la portarono diverse volte all’arresto. Yelena è stata trovata morta vicino casa sua, a San Pietroburgo, in mezzo ad alcuni cespugli, con i segni di otto coltellate, le hanno sfigurato il volto e l’hanno soffocata, volevano punirla, umiliarla. Da tempo il nome di Yelena era presente all’interno di una lista scritta da un gruppo che si fa chiamare SAW, ispirandosi al celebre film, lista in cui erano, e forse tutt’ora sono, presenti nomi e dati di molte persone apertamente o presunte gay e attivisti che lottano per la causa: il sito incoraggiava la caccia alle vittime e vendeva i dati personali a coloro che volessero parteciparvi. Yelena dopo aver scoperto il suo nome all’interno della terrificante lista andò dalla polizia a denunciare, ma i provvedimenti non furono presi in modo celere e il sito venne oscurato solo due settimane dopo, probabilmente tempo sufficiente perché qualcuno riuscisse a reperire i suoi dati, trovarla ed ucciderla. Nonostante non ci sia la certezza che la morte dell’attivista sia collegata al gruppo omofobo estremista, in Russia c’è un grande sconforto, su instagram è esploso l’hashtag #stopSAW che cerca di dare rilevanza all’accaduto e a denunciare anche le autorità per non aver fatto abbastanza, il gruppo infatti sembra esistere dal 2018 e, nonostante sia stato oscurato e chiuso più volte, è sempre tornato e si teme ritorni ancora.

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Secondo un articolo del 25 luglio le autorità russe avrebbero catturato un sospettato di cui non hanno voluto rivelare il nome. Secondo il consiglio della polizia, il movente non era politico ed è stato dichiarato che la vittima conduceva una vita antisociale, beveva alcol e conosceva il sospettato. Ad oggi questo primo indagato è stato rilasciato. Purtroppo le informazioni a riguardo sono nebulose e poco chiare, la speranza è che si possa finalmente trovare il colpevole e che il gruppo omofobo SAW venga neutralizzato, indipendentemente dalla sua responsabilità nell’omicidio di Yelena.

Beatrice Maschio

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