La discriminazione di genere passa attraverso il linguaggio

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La discriminazione di genere passa attraverso le parole, anche se non ce ne rendiamo conto. In vari articoli e podcast si affronta il discorso del “linguaggio di genere”, che cerca di sradicare una serie di atti linguistici che sono discriminatori soprattutto nei confronti delle donne. Spesso sono atti inconsapevoli, che diciamo o sentiamo tutti i giorni perché “è sempre stato così”. Il problema, però, arriva quando quella discriminazione è la benzina che continua a ravvivare il fuoco, un fuoco che troppo spesso si trasforma in arma mortale.

L’omicidio di Giulia Cecchettin è l’ennesimo esempio di una società che non capisce che il problema sta nell’educazione. Quante volte se un bambino alza la gonna della sua compagna di classe, anziché fargli capire che non va bene, viene osannato e giustificato dai genitori e dalla società? “È maschio, è curioso, è un bambino”. Eppure, quel piccolo comportamento, che ai più sembra innocente, può trasformarsi in altro. Questo vuol dire che tutti i bambini sono maliziosi? No, questo vuol dire che, se quel bambino verrà sempre giustificato in virtù del suo sesso, quando crescerà potrebbe pensare che vada bene palpare una donna, magari anche sconosciuta. Pensateci: quante volte è accaduto il contrario? Quante volte è stata una bambina a comportarsi così? Probabilmente mai, perché alle bambine viene insegnato a stare buone, a non alzare la voce, a comportarsi bene e a sedersi in maniera adeguata perché se sgarri sei una poco di buono, anche da piccola. A quella bambina viene insegnato che deve fare attenzione perché “c’è brutta gente in giro” e “si sa, gli uomini vogliono solo una cosa”. Peccato che quella “brutta gente” non è altro che la società stessa, che giustifica gli uomini, anche quando sono degli assassini, e pretende che siano le donne “a fare attenzione”.

Negli anni ’90 era stata trasmessa una serie televisiva chiamata Living single, che seguiva le vicende di quattro donne e due uomini che vivevano la vita da single in due appartamenti nello stesso edificio a Brooklyn. Nell’episodio intitolato Judging by the Cover c’è un dialogo molto significativo:

«But did you ever stop to think about what the world would be like without men?»

«A bunch of fat happy women and no crime!»

Ora, la serie è comica e il dialogo scatena una risata, ma soffermiamoci a pensare alle parole usate. Fat happy women and no crime. Gli standard di bellezza che la società impone alle donne, per quanto negli ultimi anni stiano cambiando, sono molto rigidi: magra ma non troppo; bella ma senza trucco; con il trucco perché altrimenti si vedono le imperfezioni della pelle; caruccia; mai volgare; eccetera… E qui la prima cosa che viene in mente è che se non ci fossero gli uomini, le donne si sentirebbero libere di esprimere il loro corpo nella maniera che vogliono, con una sensazione di libertà che ora non esiste e che sta tutto in quel “happy women”. E, nel caso di questo mondo senza uomini, non ci sarebbero crimini. Certo, questo non vuol dire che le donne non uccidano o che non abbiano mai commesso crimini, ma che la percentuale di assassinii è molto più alta. Se prendiamo il 2021, i dati ISTAT dimostrano che le vittime uccise in una relazione di coppia o in famiglia sono 139: 39 uomini e 100 donne. E che il 58.8% delle donne è vittima di un partner o un ex partner. Quest’anno solo le vittime di femminicidio sono 105. Giulia Cecchettin è stata la 105ª vittima di femminicidio e probabilmente quel numero aumenterà da qui alla fine dell’anno. Ovviamente, nessuno si augura che ci sia una società senza uomini, ma che si inizi davvero a comprendere quanto l’educazione incida sui comportamenti futuri.

Alla cerimonia dei David di Donatello del 2018, Paola Cortellesi aveva portato un monologo in cui vengono declinate al femminile delle semplici parole che assumono un significato discriminatorio, proprio perché sono il sintomo del pensiero maschilista che c’è dietro:

«[…]È impressionante vedere come nella nostra lingua alcuni termini che nel maschile hanno il loro legittimo significato se declinati al femminile assumono improvvisamente un altro senso. Cambiano radicalmente, diventano luogo comune. Un luogo comune un po’ equivoco. Che poi a guardar bene è sempre lo stesso, ovvero un lieve ammiccamento verso la prostituzione.

Un cortigiano è un uomo che vive a corte. Una cortigiana? Una mignotta. Un uomo di strada è un uomo del popolo. Una donna di strada? Una mignotta […]»

A sorprendere ancora di più, però, è che questo monologo non è stato scritto da Cortellesi – e non la Cortellesi – bensì dal giornalista Stefano Bartezzaghi. Bartezzaghi ha voluto mettere in evidenza il “doppio standard”, cioè quel comportamento discriminatorio che permette a una certa categoria di agire in un certo modo – in questo caso, gli uomini – ma non lo permette ad altre – le donne. Pensandoci bene, il fatto che l’abbia scritto proprio un uomo, solleva un’altra riflessione: “Not all men”, il motto che spesso si sente ripetere quando avvengono dei femminicidi, è del tutto insensato perché, come dice Vera Gheno nel podcast Amare Parole, non ha senso portare il discorso su di sé dicendo che “non tutti gli uomini sono uguali”, ma piuttosto bisogna capire dov’è il problema e lavorare insieme per risolverlo.

Alessandra Tiesi

Fonti e Sitografia

ISTAT: https://www.istat.it/it/archivio/277932#:~:text=Tra%20gli%20italiani%20i%20maschi,39%20uomini%20e%20100%20donne.

Vera Gheno, Amare Parole, podcast

Vera Gheno, Femminili Singolari, il Femminismo è nelle parole, Effequ.

Living Single, Judging By the Cover, sitcom.

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