Che cos’è l’eco-ansia?
Da qualche anno, le ondate di calore anomale si sono fatte sempre più frequenti, insieme ad altri eventi atmosferici estremi come alluvioni disastrose e forti grandinate. È qualcosa di cui tutti noi stiamo facendo esperienza: il clima sta cambiando, e ne pagheremo tuttə le conseguenze.
Sarà in primis la nostra salute a risentirne: tanto quella fisica, quanto quella mentale. Sono infatti stati registrati oltre 35.000 decessi in eccesso durante le quattro ondate di calore che quest’estate hanno pervaso l’Europa, e nei giorni di picco di calore si sarebbe registrato un aumento del 3% di ricoveri legati a problemi di salute mentale, per arrivare al 5% negli otto giorni seguenti.
Preoccupazione da cambiamento climatico ed eco-ansia: due definizioni differenti
C’è un termine che negli ultimi anni è diventato ricorrente: eco-ansia. Ma di che cosa si tratta? A coniare il termine è stato lo psicologo Glenn Albrecht, che l’ha definita come “la sensazione che le basi dell’esistenza siano in procinto di crollare“. Secondo l’American Psychological Association, l’eco-ansia è “la paura cronica della rovina ambientale”. Dobbiamo sottolineare che, al momento, l’eco-ansia non è considerata un disturbo mentale.
È importante distinguere la preoccupazione dall’ansia: in generale, la prima precede la seconda. La preoccupazione viene definita dallo psicologo americano Thomas D. Borkovec come una catena di pensieri negativi difficilmente controllabili, è quindi associata alla paura e al nervosismo, ma presenta sintomi più lievi rispetto a quelli che caratterizzano l’ansia (insonnia, comportamenti autodistruttivi ecc.). Tuttavia, spesso, in situazioni informali, il termine “ansia” viene utilizzato in maniera impropria e finisce per sovrapporsi all’idea di preoccupazione.
Un’ansia paralizzante o una spinta al cambiamento?
Talvolta l’ansia è tale da paralizzarci e da impedirci di reagire, ma in qualche caso essa può smuoverci positivamente. Esiste infatti uno stress considerato “buono”, in quanto in grado di stimolare l’individuo a fare meglio. In psicologia, quest’eventualità prende il nome di eustress, per cui alla parola “stress” viene aggiunto il prefisso greco eu- , che possiamo tradurre come “buono”.
È interessante come, secondo diversi ricercatori, l’ansia da cambiamento climatico non sarebbe da trattare come un disturbo mentale, in quanto costituirebbe una reazione razionale e appropriata dinanzi alla minaccia del cambiamento climatico. Dobbiamo quindi pensarla come un continuum, alle cui estremità si collocano, da una parte i sintomi di ansia più gravi, come insonnia e comportamenti autodistruttivi; dall’altra i sintomi più lievi, tra i quali irrequietezza e pensieri ricorrenti.
Secondo diversi studiosi, pertanto, la preoccupazione per il clima non sarebbe patologica, anche perché collegata positivamente all’azione per il clima. Un esempio che avvalora questa tesi è il movimento di giustizia climatica avviato da Greta Thunberg nel 2018, a oggi diffuso in più di 150 Paesi: Fridays For Future. Ad animare il movimento sono principalmente giovani, a riprova del fatto che la tematica è maggiormente sentita tra le nuove generazioni, più colpite sul piano della salute mentale.

Quanto è diffusa?
Secondo il Report redatto dall’ISTAT nel 2025 riguardante le preoccupazioni ambientali, il 58,1% della popolazione esprime preoccupazione per i cambiamenti climatici, valore stabile rispetto al 2023. Inoltre:
Le preoccupazioni ambientali sono significativamente diverse considerando l’età delle persone. I giovani fino a 24
anni sono più sensibili delle persone adulte per la perdita della biodiversità (il 30,5% tra i 14 e i 24 anni contro il
18,7% degli over55enni), l’esaurimento delle risorse naturali (28,3% contro 18,4%), la distruzione delle foreste
(24,8% contro 19,1%) e l’inquinamento delle acque (40,3% contro 36,0%). Al contrario, gli ultracinquantacinquenni
si confermano più preoccupati dei giovani per il dissesto idrogeologico (32,4% contro 22,2% degli under25),
l’inquinamento del suolo (22,7% contro 17,7%) e lo smaltimento dei rifiuti (36,8% rispetto a 32,8%).
Appare poi significativo come siano maggiormente le donne a preoccuparsi del problema ambientale, così come il fatto che l’inquietudine nei confronti dell’ambiente cresca in base al grado di istruzione.
Da uno studio recente1 che ha coinvolto 15.793 statunitensi tra i 16 e i 25 anni è emerso che :
l’85% degli intervistati ha dichiarato di essere almeno moderatamente preoccupato per il clima. Il 57,9%, invece, si è dichiarato molto o estremamente preoccupato per l’impatto dei cambiamenti climatici sulle persone, sugli animali e in generale sul pianeta. Il 42,8% degli intervistati, inoltre, percepisce o ha percepito in passato l’influenza del cambiamento climatico sulla propria salute mentale.
Analizzando un sondaggio proposto dall’autrice di questo articolo (del tutto privo di pretese scientifiche), possiamo notare che, su 79 individui — perlopiù appartenenti alla generazione Z, e per la quasi totalità studenti universitari —, l’85, 9% prova ansia di fronte al futuro, l’82,9% apprendendo del cambiamento climatico e il 71,4% dinanzi a episodi climatici anomali, come ondate di calore o forti alluvioni. In quest’ultimo caso, alcuni hanno distinto tra ansia e preoccupazione — affermando di sentire più che altro la seconda —, nonostante la differenza di significato tra i due termini non fosse stata sottolineata nella domanda.
Come fronteggiare l’eco-ansia e la preoccupazione da cambiamento climatico?
Nel medesimo sondaggio si è chiesto a chi dichiarasse di soffrire di eco-ansia se avesse individuato delle strategie per fronteggiarla. Dalle risposte è emerso un paradosso: se, da una parte, alcuni dichiarano che informarsi maggiormente sulla tematica per conoscere il fenomeno aiuti a gestire lo stress; dall’altra, c’è chi dice di aver smesso di informarsi proprio per evitare l’insorgere dell’ansia. Si torna quindi al duplice aspetto dell’ansia, che può risultare paralizzante o motivatrice. Un altro elemento venuto a galla è la rassegnazione dinnanzi a qualcosa che viene percepito come troppo grande e, ormai, inarrestabile. Infine, si suggerisce una risposta positiva all’ansia provocata dal cambiamento climatico, individuata nella socializzazione: attraverso il ritrovo in gruppi — come il già citato Fridays for Future — ma anche semplicemente parlando del tema con amici e familiari per cercare di infondere consapevolezza in merito.
Nella seconda parte dell’articolo si parlerà di come il cambiamento climatico modifichi le nostre abitudini e i nostri progetti per il futuro.
Ludovica Portuesi
Fonti
Istat, Preoccupazioni ambientali, 26 febbraio 2025, ultima consultazione: 26 luglio 2026, link: https://www.istat.it/comunicato-stampa/preoccupazioni-ambientali-2/
Lewandowski Eric, Clayton Susan, Olbrich Lukas, Sakshaug Joseph, Britt Wray, Schwartz Sarah, Augustinavicius Jura, Howe Pete, Parnes Mckenna, Wright Sacha, Carpenter Caitlyn, Arkadiusz Wiśniowski, Perez Ruiz Diego, Van Susteren Lise, “Climate emotions, thoughts, and plans among US
adolescents and young adults: a cross-sectional descriptive
survey and analysis by political party identification and
self-reported exposure to severe weather events”, The Lancet Planetary Health, Volume VIII (2024), n.11, ultima consultazione: 26 luglio 2026, link: https://www.thelancet.com/action/showPdf?pii=S2542-5196%2824%2900229-8
Magliozzi Marco, “Ansia motivante: come utilizzarla in maniera positiva?”, Marco Magliozzi – Psicologo Bari, 10 luglio 2024, ultima consultazione: 26 luglio 2026, link: https://www.marcomagliozzi.it/ansia-motivante-eustress/
Redazione esteri, Almeno 35mila morti in eccesso registrati in Europa nelle ondate di calore di quest’estate. Ma il conto è destinato a salire, Il Fatto Quotidiano, 25 agosto 2026, ultima consultazione: 30 agosto 2026, link: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/25/ondate-calore-morti-europa-notizie/8487860/
Rocchi Giulia, Cambiamento climatico e salute mentale: l’eco-ansia in Italia, tesi di dottorato, Roma, Università Sapienza





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