Un grande solco. Il cratere di una bomba. Nel frastuono e nella lotta, agli albori di una possibile guerra.
La chiameremo ancora felicità, l’ultima fatica del Mulino di Amleto, in scena questo 11 settembre a San Pietro in Vincoli, affronta gli Anni di Piombo attraverso il punto di vista di alcuni dei suoi protagonisti più controversi.

Dentro il cuore delle BR
Il punto di partenza è il testo: Rivoluzionari di Fabrizio Sinisi. La storia ruota attorno alla formazione delle Brigate Rosse, nelle figure di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti e, in particolare, Margherita Cagol o Mara, interpretati rispettivamente da Raffaele Musella, Yuri D’Agostino, Angelo Tronca e Barbara Mazzi.
La Storia si intreccia con le vicende private dei vari esponenti delle BR, spogliati della loro veste di criminali e terroristi e ricostruiti nella loro natura meno rivoluzionaria, più umana. Si rivela centrale, soprattutto, la figura di Mara, animata da un carisma, una forza rivoluzionaria, una tensione verso una nuova felicità, impossibile sotto il giogo borghese.
Uno spettacolo nello spettacolo
Ma la messa in scena non si ferma qui. Il racconto viene incastonato all’interno dell’esperienza della compagnia stessa, alle prese con le vicissitudini riguardanti la realizzazione di questo stesso progetto. Gli attori interpretano loro stessi in un ironico gioco metateatrale, portando alla luce le criticità di un argomento ancora scottante come quello delle Brigate Rosse. Questo filo parallelo, curato da Angelo Tronca, sicuramente evidenzia alcune ambiguità istituzionali, ma è ancora più significativo nel delineare l’immensa complessità che il rapportarsi con quella specifica pagina del passato italiano implica.
La volontà di preservare la memoria, simbolicamente raffigurata da un registratore analogico, si trasforma, così, in una lotta contro i mulini a vento, in cui nessuno strumento risulta abbastanza efficace per restituire in toto la verità. Il progetto resta senza conclusione, arrestandosi con la morte di Mara e il cambio di direzione all’interno dell’organizzazione.
Dentro ai frammenti
Cosa resta, dunque, di questa storia? Un mosaico di frammenti. Un risultato chiaramente dettato da scelte obbligate, ma anche dovuto agli strumenti attraverso cui è stata possibile la ricostruzione storica del materiale dell’epoca, in particolare attraverso l’uso delle diapositive, curate da Stefano Roggero, i materiali di archivio e l’installazione del Collettivo Bell’Agio, ad opera di Giovanni Fozzi.
Un quadro complesso, illeggibile nella sua interezza, ma in cui è possibile intuire un sentimento, percepire il vento che fischiava tra le bandiere e nelle piazze.
Per ricordare insieme
Dopo la performance e la messa in scena del fantasma di uno spettacolo (citando una battuta del regista e interprete Marco Lorenzi), gli attori hanno invitato il pubblico a un dibattito-assemblea intorno ai temi sollevati sul palco.
Nel dibattito, curato dal professor Antonio Castagna, il pubblico ha avuto modo di esprimere diverse sensazioni ed opinioni riguardanti lo spettacolo e l’epoca descritta. In ognuno dei presenti, il lavoro è risuonato in modo diverso: c’era chi ricordava di essere stato preso a scuola dai propri genitori per l’enorme paura esplosa dopo il sequestro Moro. Altri esprimevano l’amarezza per le morti innocenti in nome della lotta armata, spesso tra le fila di coloro che volevano mediare nel conflitto, uomini che volevano placare la violenza bollati, per questa ragione, come traditori. Ma c’è stato anche chi ha portato una testimonianza diversa, sostenendo di non aver respirato, dentro al bollente clima di contestazione, quell’aria di violenza che spesso viene associata a quegli anni.

I presenti che non avevano vissuto quell’epoca, invece, hanno restituito emozioni, più che testimonianze. Per alcuni, questo resoconto ha riaperto la ferita, mai del tutto rimarginata, del G8, ultimo grande capitolo nella storia del dissenso politico e della conseguente repressione statale. Ma c’è stata anche una divisione tra chi ha avvertito un senso di commozione nei confronti dei protagonisti di quell’epoca e chi, invece, una grande rabbia. I primi sono stati colpiti dalla forza immensa della tensione verso una felicità individuale e dall’esigenza impellente di renderla collettiva e comune a tutti. Gli altri si sono sentiti traditi dalla violenza e dall’inseguimento delle giustizie sommarie. C’è chi ha parlato di coraggio nel perseguire la propria battaglia, benché sbagliata, e chi ha ricordato che non si può, in nome di un principio giusto, soverchiare i confini della violenza.
Umanità. Una scelta radicale
Le ragioni di questa spaccatura vanno rintracciate nel testo di partenza. Sinisi adotta un punto di vista chiaro, che non giudica i protagonisti ma si immedesima in loro. In questa scelta, apparentemente semplice, si cela la radicalità dell’operazione. Il risultato è la necessità di far convivere, tanto negli spettatori quanto negli interpreti, sentimenti diametralmente opposti. Questo lavoro non annulla in alcun modo la condanna ferma ai delitti che le Brigate Rosse hanno compiuto, anche a quelli commessi prima della svolta violenta sotto la direzione di Mario Moretti. Il lavoro, invece, indaga sulla scintilla, sul cortocircuito che ha dato vita alle BR, cioè sul rapporto travagliato della felicità col desiderio e, soprattutto, del desiderio con il conflitto. In questa performance non si sta dicendo che le BR hanno fatto anche cose buone, ma che la miccia che ne ha dato i natali rappresentava un sentimento comune, condiviso da tanti, forse tantissimi.
Come nella scena della celebre battuta dello splendido quarantenne in Caro Diario di Nanni Moretti, ci si trova di fronte a una presa di distanza non solo nei confronti dei delitti e delle nefandezze, ma anche delle idee che le hanno ispirate.
Questa distanza fa sì che quella pagina di storia vada dimenticata e che quella sconfitta, umana, sociale e politica, sembri insindacabile. Tanti hanno abbandonato i propri ideali di lotta, hanno rinnegato il proprio passato. Questa reazione, anche se comprensibile, si rivela violenta nella sua irrevocabilità e non lascia respiro a eventuali alternative di dissenso. È lo stesso sentimento che ha portato, nel dibattito, a far dire a un ragazzo di sentirsi impotente, costretto a non poter cambiare nulla del mondo ingiusto in cui sente di vivere. Un’impotenza in cui ogni orizzonte di felicità sembra impossibile, individuale o collettiva.
Una flebile luce
Uno spettacolo irrealizzabile, una storia rinnegata, una verità celata, una delusione generazionale e un’impotenza da cui è impossibile difendersi. Dentro a questo quadro che lascia ben poche speranze, si intravede una piccola fiamma, un lumicino utile a farsi strada nel buio. Chi ha avuto la fortuna di assistere alla performance prima, e al dibattito poi, può conservare con sé un bagaglio di racconti e di esperienze personali utili a ricordare un principio fondamentale: la memoria è una facoltà flebile, ingannevole, ma pur sempre pulsante, mutevole e viva. Perché essa viva, non la si può abbandonare, ma va nutrita attraverso il racconto, costantemente. Testimonianza e racconto diventano, così, fondamentali strumenti attraverso cui scavare nel passato per sognare un futuro diverso. E la lotta per la felicità, che venga raggiunta o meno, quando la si racconta, può essere il primo passo verso il cambiamento. Per questo, la scelta di perseguire nella realizzazione di questa performance da parte del Mulino di Amleto conserva in sé il seme di una rivoluzione.
Fonti
La chiameremo ancora felicità, Luma, https://luma.com/j3fczri5?locale=it, ultima consultazione: 13/09/2026
Carmignani Paolo, Io, nato dopo gli anni di piombo, indago lo sguardo dei brigatisti, Giornale di Brescia, 17/04/2024, link: https://www.giornaledibrescia.it/cultura/io-nato-dopo-gli-anni-di-piombo-indago-lo-sguardo-dei-brigatisti-c603whj0, ultima consultazione: 13/09/2026





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