Sembra apparire all’improvviso, palesandosi tra il grigio.
Le storie la tratteggiano come una casa situata proprio là, immersa nella nebbia fitta, senza un reale sfondo dietro di sé, completamente immobile. La visione viene raccontata come caratterizzata da un silenzio assordante; il gracidio delle rane del fiume e il cinguettio delle allodole lasciano spazio a un vuoto alieno.
Apparentemente una casa di campagna qualunque, un avanzo del tempo con un particolare visibile che accomuna tutti i racconti: le finestre sulla facciata frontale sono contornate da sorrisi, come se qualcuno avesse dipinto quel mattone pochi anni prima.
Una frazione di secondo, il giusto tempo per scorgere questi dettagli da un finestrino della macchina o in sella a una bicicletta. Un attimo e poco più, poi la nebbia inghiottisce il rudere in poco tempo, avvolgendo i segreti impressi su quelle mura.
La chiamano la casa dalle finestre che ridono.
Tutti a nanna o arriva la donna prete…
Il capolavoro italiano del 1976 di Pupi Avati è un cristallo della nostra Storia: un’opera che, prima di essere un film, è stata un racconto contadino della campagna padana.
Affonda le sue radici nel folclore di un’Italia devastata dalla guerra, intenta a rimettere insieme i cocci smembrati dai bombardamenti e dalle pressanti dittature. Un mondo di adulti e di reduci che narravano questi racconti ai bambini per tenerli buoni, cercando di usare la paura come veicolo, un inibitore che potesse acquietare i loro animi scalmanati.
Ma proprio a detta dello stesso regista e sceneggiatore, questi mondi grotteschi del terrore erano energia inesauribile per la fantasia sconfinata dei ragazzi di provincia che, rannicchiati nei loro letti al buio, rimanevano a fissarsi con i propri fratelli, tenendosi stretti tra i lenzuoli scuciti.
L’immaginazione veniva educata attraverso la paura.
L’Horror padano
Pupi Avati, cresciuto in una famiglia borghese di una Bologna resistente, provava una grande fascinazione verso la cultura rurale, e trascorreva tutti i mesi estivi fuori porta, verso i campi. I semi di questo immaginario, infine germogliati in età adulta, hanno portato il regista a raccontare di questi mondi, trasponendo nel cinema le loro forme.
L’estetica di Avati, fondatrice del celebre sottogenere dell’horror gotico padano, porta in scena la luce, un bagliore accecante diurno, principio di una realtà sospesa. Il diurno avvolge ogni contesto: dalla piazzetta alla chiesa, dalle piole alla casa misteriosa. L’assenza tecnologica di un’Italia arretrata degli anni ‘70 e il completo senso pervasivo di un qualcosa fuori posto segnano marcatamente una dimensione precisa.
Mormorii dal paese
Il protagonista del film è un viaggiatore, un restauratore d’arte che appare immediatamente smarrito, incongruo rispetto al contesto. Solcando il fiumiciattolo e approdando sulla terra ferma, viene accolto da una serie di personaggi inquietanti, avvicinando immediatamente lo spettatore allo stesso Stefano, interpretato da Lino Capolicchio: un forestiero in una terra sconosciuta.
L’approccio a un bizzarro paese isolato della bassa padana, popolato da cittadini insoliti e retroscena oscuri, è un tema fondamentale e ripreso in più parti dell’opera. Quando il protagonista finalmente comprenderà tutta la verità sulle vicende che avvolgono il passato del paese, si renderà conto di non potersi fidare di nessuno.
L’infanzia e la paura
Gli approcci al terrore da parte dei più piccoli, oggi, sono totalmente diversi, basti pensare al protezionismo bipolare di un mondo genitoriale spesso indifferente rispetto all’utilizzo che i propri figli fanno dei mezzi comunicativi.
Se osserviamo, ad esempio, le opere d’animazione pensate per il piccolo o grande schermo, destinati a un pubblico giovanissimo, spesso si nota come nel corso degli anni ci sia stato un impoverimento della schiettezza narrativa.
È stata eretta artificialmente una barriera tra l’infanzia e la paura, eclissando una pedagogia della comunicazione tra questi due elementi e portando a un inevitabile mutamento dei contenuti.
La discussione trova una tematizzazione nel dibattito sempreverde dello spaccato Pixar, nota casa di produzione e distribuzione di lungometraggi e corti animati, da sempre volenterosa di voler comunicare a tutti i pubblici attraverso temi come il fallimento, l’abbandono, la violenza psico-fisica e a volte anche la morte.
Da un decennio a questa parte si può notare un arrancare da parte dell’azienda statunitense, che sembra aver abbandonato la sua identità per lasciare spazio a un appiattimento disneyano sempre più dilagante. E questa realtà audiovisiva non è la sola!
“Ti porterò in una casa dalle finestre che ridono”
Durante una nota intervista del 2009, il regista di La casa dalle finestre che ridono si esprime aspramente sul tema, denunciando interi immaginari derubati da immaginazioni altrui e ponendo l’accento su un mercato —che ha sempre ragione — prepotentemente pervasivo verso la formazione dei più piccoli.
Forse non si tratta di riportare i bambini davanti alla casa dalle finestre che ridono, né di rispolverare le filastrocche dell’uomo nero così come venivano tramandate. Il punto è un altro: recuperare il valore dell’ignoto come spazio dell’immaginazione.
La paura, quando viene raccontata e non semplicemente esibita, diventa un linguaggio. È il luogo in cui si sperimenta il dubbio, si attribuisce un volto all’invisibile e si impara che non tutto ha una risposta immediata. Le leggende di paese e persino l’horror più evocativo hanno sempre funzionato così: non mostrando tutto, ma lasciando che fosse la mente a completare ciò che rimaneva nascosto dietro la nebbia.
È forse questa la lezione più attuale del cinema di Pupi Avati: non l’invito a spaventare i più piccoli, ma quello a non privarli completamente delle narrazioni capaci di suggerire, inquietare e incuriosire. Racconti in cui il timore convive con la scoperta, il mistero con la meraviglia, e dove l’oscurità non è un trauma da evitare a ogni costo, ma una parte del mondo da imparare a osservare.
Perché, in fondo, crescere significa anche questo: attraversare la nebbia senza sapere cosa ci aspetta dall’altra parte. E forse, per una frazione di secondo, intravedere ancora quella casa immobile, con le sue finestre che sembrano sorridere, prima che il grigio la avvolga di nuovo.
Marco Riassetto
Fonti
Avati Pupi, La casa dalle finestre che ridono. Italia: A.M.A. Film, distribuzione Euro International Film, 1976
ANAC Autori, Pupi Avati racconta “La casa dalle finestre che ridono” – Percorsi di Cinema 2009, 2018, ultima consultazione: 04 agosto 2026, link: https://www.youtube.com/watch?v=07Dl-U27vcI
Bartolini Claudio, Adamovit Ruggero, Il gotico padano. Dialogo con Pupi Avati, Milano, Bietti, 2025.





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