Tra gli immensi pregi del compianto Francesco Guccini, è bene ricordarne uno non prettamente legato alla sua musica. È grazie a lui, infatti, che la carriera di Claudio Lolli ha potuto avere inizio.
Claudio Lolli è uno dei cantautori meno celebrati della scuola bolognese, probabilmente per il suo schieramento politico inequivocabile, nonché per il suo temperamento anarchico. Ma, proprio per questa ragione, anche uno dei più amati.
Ho visto anche degli zingari felici, il suo quarto disco, compie cinquant’anni, ed è il più conosciuto e celebrato della sua discografia. Un apice della canzone impegnata, una perla nascosta ma non meno preziosa della musica d’autore italiana.
Chi sono gli zingari felici?
Degli abitanti di Piazza Maggiore si era già parlato, per mano, per giunta, di un altro bolognese di spicco, ovvero Lucio Dalla. Anche in quel caso, Dalla parlava in prima persona, e si definiva mercante, brigante, persino gatto senza padrone.
Claudio Lolli appartiene a quella stessa tribù e racconta, sempre in prima persona (questa volta plurale), degli stessi ragazzi liberi, abitanti proprio di quella Piazza Maggiore (o Grande, che dir si voglia). La immagina come una grande agorà, un grande teatro di discussioni, idee e sogni che qui possono crescere e svilupparsi.
Le anime che infiammano questo luogo sono giovani pieni di contraddizioni, certo, spaventati a volte, sicuramente inquieti, ma capaci di afferrare la felicità, spesso grazie al gioco ingenuo dell’amore. Queste anime inquiete e piene d’amore sono gli Zingari Felici.
Corrispettivo dell’immagine degli Indiani d’America di De Andrè, la definizione prende spunto dal film jugoslavo di Aleksandar Petrović del 1967 Skupljači perja (come dice Lolli stesso, molto peggio della Corazzata Potemkin). Nel testo, invece, è contenuta una rielaborazione di Cantata di un fantoccio lusitano di Peter Weiss, testo teatrale contro il colonialismo portoghese in Angola.
Tra rimandi letterari e suggestioni poetiche, Lolli dà voce a una generazione di giovani cresciuti nella contestazione, che solo l’anno dopo, proprio a Bologna, daranno vita al ’77 bolognese.
Piazza Maggiore. Crocevia di un decennio

Come già detto in precedenza, Piazza Maggiore è protagonista del disco esattamente come gli zingari felici. Lo è in quanto simbolo dello scambio umano, ma lo è ancora di più come palcoscenico della contemporaneità. È qui che riecheggiano i rumori e gli odori del 4 agosto 1974, il giorno della strage dell’Italicus, che ha visto la morte di dodici persone e cinquanta feriti. E qui se ne commemora la morte, in questa piazza si concretizza una rabbia sempre più acre verso le teste calve politicanti. Si muore di stragi, più o meno di stato. Così Lolli, e la Piazza, commentano l’avvenimento.
È una caratteristica dei testi del cantautore bolognese quella di far convivere dolci incursioni poetiche con le accuse lucide e durissime verso un mondo politico colpevole. Di fronte agli ufficiali indegni, il cuore della città batte all’unisono contro questa strage di innocenti. Eppure, resta il senso di impotenza guardando la fila di bare, resta il ricordo di quel volo dal quarto piano in questura e della morte di Pinelli, dal potere che non esita a uccidere civili e a insabbiare i colpevoli, in nome di un ordine più nominato che realizzato.

La Piazza così continua a pulsare, lo fa festeggiando il Primo Maggio e la fine della guerra in Vietnam. Tuttavia, restano le ombre, questa volta personali. Resta la rigidità paterna, le morti e l’ombra della guerra. L’amore continua ad avere a che fare con la contraddizione del dolore, le ombre della storia che continuano a imperversare. Ciò nonostante, si continua a cantare.
Tra le mosche e il vino
L’occhio del poeta-cantautore non si limita a guardare dall’alto il quadro della piazza, ma scava, si addentra fra le parole dei compagni, fra i voli delle mosche. A tal proposito, nell’universo di simboli che caratterizzano questo racconto, la mosca diventa il contraltare di chi non possiede diritti, di chi vola ma non conosce il cielo, di chi può, in qualunque momento, essere schiacciato… Anche in questo mosaico poetico Lolli non rinuncia alla sua accusa violenta. Lo fa con spietata franchezza, ricordando la beffa di non avere diritti neanche sulla propria morte, poiché Alle mosche rimane la merda/ il cielo appartiene ai potenti.
Contro il potere che schiaccia, la Piazza si riunisce e discute, cerca di organizzarsi contro l’oppressione. In questo quadro viene mostrata la affascinante Anna di Francia, giovane anarchica dal nome di regina, una donna che, come gli zingari felici, vive nella grande contraddizione di una libertà sofferta, di una libertà che ancora prima che collettiva è individuale. Dentro al brindare alla sua anarchia, Lolli descrive con accuratezza anche i dibattiti sulla cultura, rintracciabili nel celebre E Luigi Nono è un coglione, richiamando il clima fervido ma tesissimo intorno all’arte politica di quegli anni. Ma Anna si stanca, scappa dalle discussioni senza fine e ritorna alla propria libertà, e forse, alla propria voglia di amore.
Lolli e la Piazza, che come sempre condividono le stesse parole, le offrono un amore privo di qualsiasi grigiore patriarcale, che ripudi ogni genere di esercizio esattoriale e ogni pretesa sul corpo femminile.
Nel capitolo più dolce ed emozionante del disco, il messaggio politico di Lolli è, forse, il più forte e moderno. La lotta al potere non è diversa dalla pretesa di libertà nell’amore. Anzi, parte proprio da qui.
Individualità e quotidianità. Dentro a questa prospettiva del bolognese, si consuma anche l’insanabile rottura della sinistra nuova e vecchia, riunita, per una notte, dal vino, la vecchia Albana che non si beveva dal ’68. Ancora una volta regna la contraddizione: nuove e vecchie generazioni divise dalla stessa ideologia che non si riconosce più, ma che si ritrova quando torna alla sua quotidianità, ad un piacere semplice, quasi triviale, come un bicchiere di vino.
Cinquant’anni dopo
Tutto questo è Ho visto anche degli zingari felici. Un disco storico e rivoluzionario per l’epoca, venduto, per volontà del suo autore, a 3.500 lire anziché a 5.000. Gli arrangiamenti del Collettivo autonomo Musicisti di Bologna si muovono tra il jazz e il progressive rock, anche e soprattutto grazie al contributo del sassofono suonato da Danilo Tommasetta; tuttavia, la chitarra rimane architrave del disco, in particolare attraverso un delicato fingerpicking, tecnica tanto cara a molti dei cantautori di quella decade.
Nella distanza di simboli che sembrano non appartenere più alla nostra generazione, questo disco appare distantissimo, forse è parte del suo fascino. Ma dentro ai ritagli di vita e di Storia, come quelli della copertina, si nasconde un mondo di ragazzi alla ricerca di un futuro giusto, contro le barbarie della guerra e del potere. Dentro a tutto questo, resta la musica, ancora e sempre veicolo di sentimenti comuni, inesprimibili se non attraverso la melodia. La musica come unico invito possibile a riprendersi la vita, la terra, la luna e l’abbondanza.
Arturo Gerace
Fonti
Fabretti Claudio, Claudio Lolli, Ho visto anche degli zingari felici, ondarock,13/04/2014, link: https://www.ondarock.it/recensioni/pietremiliariitaliane/claudiololli_hovistoanchedeglizingarifelici/, ultima consultazione: 30/08/2026
Ho visto anche degli zingari felici, Canzoni contro la guerra, 1/10/2020, link: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=38930, ultima consultazione: 30/08/2026
Rovelli Marco, Bifo, abbiamo visto zingari felici, Il Manifesto, 06/06/2020, link: https://ilmanifesto.it/bifo-abbiamo-visto-zingari-felici, ultima consultazione: 30/08/2026
Sofri Luca, Quarant’anni di zingari felici, Il Post, 7/04/2026, link: https://www.ilpost.it/2016/04/07/lolli-zingari-felici/, ultima consultazione: 30/08/2026




Rispondi