Digger: prima le Bombe poi le domande

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LIVELLO UNO

Il docu-fiction Digger di Alejandro González Iñárritu testimonia il più grande potere del cinema: la rappresentazione. Concede allo spettatore uno sguardo attraverso il varco del futuro. Non un futuro remoto, la costruzione ipotetica di un what if, ma il domani.

La visione è chiara: abbiamo ucciso la Terra.

Conosciamo il quando, il come e, soprattutto, il perché. Assistiamo al nostro domani impotenti, risvegliandoci dal nostro torpore collettivo. Il mondo sta finendo e l’umanità deve fare i conti con le proprie azioni.

I potenti controllano il petrolio, l’economia e la realtà. La giurisdizione è nelle mani di uomini che vivono al di sopra di tutto e di tutti: presidenti, amministratori delegati e aziende, pazzi con deliri di onnipotenza e complessi di Dio, pronti a tutto pur di mantenere status, potere e ricchezza.

Digger Rockwell, interpretato da Tom Cruise, esiste davvero e le sue società penetrano la Terra affinché il mondo possa accomodarsi, saziarsi e lobotomizzarsi a piacimento, divenendo lo specchio di una società turbo-capitalista che ha fatto dello sfruttamento il suo pilastro portante, fagocitando il finito. E noi siamo d’accordo, lo siamo davvero: rinnegare questo sistema, infatti, significherebbe rinunciare alle comodità, ai servizi, ai film in streaming, ai delivery Amazon e alle vacanze a Ibiza.

L’obiettivo di Iñárritu non è di allontanare i riflettori dal nostro mondo; al contrario, egli sceglie di parlare proprio a noi spettatori, generando consapevolmente un “effetto The Boys“: la parodia si disinnesca, è proiettata oltre lo schermo e si trasforma in mero riflesso della realtà.

LIVELLO DUE

Come Digger ci ricorda, non possiamo permetterci di preoccuparci del futuro, che cosa succederà da qui a cinquant’anni non è un nostro problema. Dobbiamo, piuttosto, badare alle difficili vite che affrontiamo tutti i giorni, alle misere esistenze che conduciamo in serie.

Se i multimiliardari industriali di tutto il mondo smettessero di trivellare l’utero terrestre, la nostra già dura vita diventerebbe ancor più logorante, privandoci dei comfort e delle ricompense quotidiane. Questa è la trappola del nuovo secolo; siamo dinanzi a uno scacco, a un punto di non ritorno. La storia viene scritta dagli stessi carnefici che stanno ponendo fine alla vita, in un gioco malsano di controsensi. Chi controlla la narrazione controlla la percezione e, di conseguenza, la realtà.

La percezione – parola centrale dell’opera – che Digger ci pari dinnanzi a un problema fittizio, o perlomeno romanzato, dimostra il cortocircuito del reale che la pellicola vuole rappresentare. Digger non è solo un film, ma un’opera che infrange l’incantesimo. La capacità circense unica di questo film di saltare da fiction a non fiction rende visibili i due piani, scissi ma congiunti, della storia. Riusciamo chiaramente a percepire dove inizia l’opera e dove finisce la sala cinematografica. È un film che costringe a rimanere seduti perfino durante i titoli di coda, ricordandoci cosa ci aspetta oltre la porta d’uscita.

LIVELLO TRE

Il più grande dono che ci fa Digger è l’autoanalisi: ci spinge a interrogarci su noi stessi in quanto europei, esseri umani, ospiti del globo terraqueo. È un’opera che non fa sconti, che mostra come non esistano i buoni e i cattivi, ma soltanto la responsabilità collettiva che ci tocca nel profondo, nelle singole azioni che decidiamo di compiere tutti i giorni. Spinge a una presa di coscienza che non ammette votazioni o processi democratici. È una valanga che travolge e costringe a prendere posizione, proiettando sul passato – ormai molto lontano – un forte senso di rimpianto.

Non si tratta, quindi, di una parodia dell’America; il film raffigura il mondo presente, qualcosa che sta già accadendo ora.

E come reagisce il mondo di Digger dinnanzi alla fine? La folla si sfoga, urla e strepita, in un teatro gremito di toni inquisitori e speranze mal riposte, un esorcismo necessario. Cerchiamo un colpevole in chi ci ha strappato via la libertà e la vita, ignorando il fatto che lo conosciamo già molto bene, perché lo abbiamo scelto ogni giorno, pur rifiutando ogni scelta.

Illuminando il tracciato solcato da noi un secolo fa, Digger non lascia speranza. Ci introduce al futuro, al domani.

Benvenuti, dunque, consumatori, nel nuovo mondo.

LIVELLO QUATTRO.

Marco Riassetto

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