Da dove proviene il male: recensione di “L’estranea” di Paolo Strippoli

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Da dove proviene il male? È un corpo estraneo o si annida dentro di noi? Il nuovo film di Paolo Strippoli, L’estranea, è un tentativo di rispondere a un quesito che l’arte e il cinema cercano di risolvere fin dai propri albori.

Dopo il sorprendente La valle dei Sorrisi, il regista italiano non si è fatto attendere, firmando questo lavoro ad appena un anno di distanza dal precedente. Che cosa è cambiato dalla sua ultima prova?

Questa specie di patto

La vicenda ruota attorno alla famiglia Colonna, all’apice della propria splendente ascesa nel contesto alto-borghese di Bari. Tra il negozio di abiti più esclusivo della città, un figlio promessa del calcio e una figlia appena chiamata per la pubblicità della Barilla, l’equilibrio sembra perfetto.

L’invincibile corsa all’oro della famiglia si interrompe, però, bruscamente nel giorno di festa, proprio all’interno della nuova sfavillante villa, addobbata come una reggia.

Nella disperazione per un grave incidente, un’estranea (Valeria Bruni Tedeschi) si avvicina alla madre, sussurrando con languida inquietudine una proposta: la gamba della figlia per il peso del figlio. La scelta della madre, disperata e disposta a tutto pur di salvare i propri figli, causerà un vortice di conseguenze inarrestabili, fino ad una resa dei conti in forma di apocalisse.

Rivive, così, nella pellicola di Strippoli, il mito del Faust: l’immagine topica del patto con il diavolo (o chi per lui), pronto a offrire una seducente alternativa al dolore o alla fine della vita. Ma la proposta diabolica è, come sempre, un’illusione — un velo che cela solo temporaneamente il male destinato a riemergere con violenza.

Il racconto passa attraverso gli occhi e le parole della madre (Jasmine Trinca), che rivela una verità scomoda e incredibile alla figlia (Romana Maggiora Vergano). Ma proprio l’incredulità della figlia getta un’ombra oscura ed inquietante sulle vicende della famiglia: da dove proviene l’estranea? È davvero un’entità sovrannaturale o è soltanto figlia della suggestione di un dolore prolungato?

Questione di genere

Visti i presupposti, si dava per assodato che questo film rappresentasse, sulla falsariga dei precedenti, un ulteriore tassello del nuovo cinema horror italiano. E in effetti è stato così, anche se è difficile stabilire se questa definizione sia accurata e, soprattutto, esaustiva. Proprio in questa ambiguità di fondo risiede la particolarità di questa pellicola.

Intervistato a questo proposito, Strippoli stesso afferma di aver cercato di costruire un thriller psicologico, inserendo però al suo interno alcuni stilemi del cinema dell’orrore.

In effetti, il regista coratino gioca con gli strumenti del genere horror per plasmare una dimensione paranormale talmente concreta e quotidiana da insinuare nello spettatore il dubbio che questo esista per davvero. A differenza della Valle dei Sorrisi, in cui era presente un demonio dalle sembianze totalmente disumane (sebbene incarnato in un ragazzo), in questo film la creatura ha modi eccentrici ma garbati, un’eleganza squisita, un’ironia pungente e corrosiva e persino una sensualità palpabile. La tragedia della famiglia Colonna, allo stesso modo, non sembra avere nulla di mostruoso né di sovrannaturale: infatti, più che le maledizioni dell’estranea, sono le gigantesche aspettative dei genitori nei confronti dei figli a generare il crollo, aspettative condivise e alimentate da un comune humus culturale.

Strippoli delinea con estrema lucidità le triviali aspirazioni di una classe sociale devota all’apparenza prima ancora che alla ricchezza. I miti inseguiti sono squallidi, i sogni proiettati sui figli dozzinali e la ricchezza ostentata si rivela un grande miraggio. Solo la crudeltà è coerente e reale, abbattendosi su chiunque che non riesca a rispettare i canoni di questa piccola-grande aspirazione.

L’estranea, dunque, eredita dal suo predecessore la rappresentazione di una comunità claustrofobica in cui i protagonisti restano intrappolati — regole impartite, tra le mura domestiche, dai genitori nei confronti dei figli. Se ne discosta tuttavia per il contesto borghese e per un’ambientazione più luminosa e apparentemente serena, eccezione fatta per le scene ambientate nel presente e nel biblico finale. Lo stesso elemento paranormale non ne è esente: non a caso, ciò dimostra quanto sia minima la distanza tra le due parti in causa.

Il male e l’uomo si guardano negli occhi e, in un certo senso si riconoscono. Non ci sono risposte certe per lo spettatore, soltanto l’impressione, agghiacciante, che il male possa annidarsi anche dentro di lui.

Un segno di speranza

Nel complesso, l’ultima opera di Paolo Strippoli è un lavoro estremamente valido e di grande impatto, in particolare grazie alle interpretazioni magistrali dell’intero cast.

Adriano Giannini incarna alla perfezione la figura del padre padrone, mentre Romana Maggiorano restituisce con nitidezza il vortice emotivo di una figlia travolta da una verità inconcepibile.

Jasmine Trinca è impeccabile nel restituire le sfumature di una donna tormentata da una verità folle e indicibile, eppure fermamente convinta del proprio operato.

Valeria Bruni Tedeschi, infine, offre una prova formidabile, muovendosi in un costante registro in cui follia ed eleganza si dosano con magistrale equilibrio. La sua figura è al contempo affascinante e respingente, mostruosa e terrena: la perfetta resa di una diabolicità inafferrabile, lontanissima e vicinissima allo stesso tempo.

La regia di Strippoli è notevole, in particolare all’interno della scena durante la finale dei mondiali del 2006, in cui la gioia più sfrenata e il dolore più profondo si fondono perdendo ogni confine. Un finale leggermente frettoloso impedisce di parlare di un film perfetto, così come alcune piccole imprecisioni nella struttura narrativa, comprensibili in merito alla sua immensa complessità.

Resta l’imponenza di un film che si assicura una posizione di spicco nel cinema nostrano degli ultimi anni. Quest’opera riesce a rivitalizzare una tematica spesso affrontata in molte pellicole italiane attraverso un genere in grande fermento a livello mondiale. I casi di Backrooms e Obsession hanno dimostrato che il cinema horror non è un genere di minore valore: al contrario, si rivela il mezzo migliore attraverso per raccontare le tensioni di un presente inquietante. Con questo film, il giovane regista Paolo Strippoli ne da’ un’ennesima e decisiva conferma.

Arturo Gerace

Fonti

Dario Moccia, L’ESTRANEA: Il nuovo thriller di Paolo Strippoli| Intervista esclusiva con Dario Moccia, 8/10/2026, link:https://youtu.be/yCCepVN4mN0?is=_YT_v0nyw11Gs9Zb, ultima consultazione: 11/10/2026

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