“Ipotesi Kazaka”: la prossima mossa di Putin?

Il mondo politico russo è in fibrillazione dopo quanto annunciato lo scorso 15 gennaio dal Presidente della Federazione, Vladimir Putin. Nel corso dell’annuale discorso sullo stato della Nazione, il Presidente russo ha infatti messo in evidenza come la Costituzione adottata il 25 dicembre 1993, necessiti di essere riformata.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. Il Premier Dmitrij Medvedev e i suoi ministri si dimettono il giorno successivo, prontamente sostituiti da un governo formato da Michail Mišustin, già alla direzione del Servizio Fiscale. Con la stessa rapidità prendono corpo anche i progetti di riforma annunciati: il 23 gennaio il Parlamento russo vota all’unanimità a favore degli emendamenti proposti, che passano poi in seconda lettura l’11 febbraio. E se già si prevede un referendum sull’intero pacchetto di riforme entro la prima metà del 2020, viene da domandarsi cosa giustifichi una tale fretta. Forse la risposta è da ricercarsi nel contenuto effettivo delle proposte avanzate.

La bozza di riforma proposta alla Duma, infatti, tende a ridimensionare sensibilmente il ruolo del Presidente della federazione, conferendo maggiore peso al Parlamento, oggi semplice cassa di risonanza delle decisioni del Cremlino. Nel nuovo quadro costituzionale non sarebbe più possibile per il Capo dello Stato nominare il Presidente del Consiglio e i ministri, i quali dovrebbero prima passare per l’approvazione del Parlamento; la legittimità di ogni legge, inoltre, potrebbe essere valutata dalla Corte Costituzionale prima della firma del Capo dello Stato.

Ma è un altro aspetto ad aver suscitato l’interesse degli osservatori, ossia la proposta di riforma del Consiglio di Stato, attualmente organo poco più che “decorativo”, subordinato alla Presidenza e che, secondo alcuni, nei prossimi anni potrebbe diventare il vero centro delle decisioni di politica interna, estera ed economica del paese. Il Consiglio di Stato, nella costituzione emendata, passerebbe da organo consultivo ad organo costituzionale, le cui specifiche funzioni saranno da definirsi in una legge separata.

Vladimir Putin, nel modificare l’assetto costituzionale, intende, secondo molti, mantenere la propria centralità ben oltre il termine del proprio mandato, in scadenza nel 2024. Rafforzando il Parlamento a scapito del Presidente della Federazione, sembra infatti voler affossare qualsiasi successore, e riservandosi la direzione del Consiglio di Stato riformato, verrebbe ad assumere i tratti di una sorta di “Padre della Patria”, i cui poteri oggi appaiono ancora nebulosi.

Un percorso molto simile a quello di Nursultan Nazarbaev, leader indiscusso del Kazakistan per quasi 30 anni. Abbandonata la Presidenza lo scorso anno, Nazarbaev ha mantenuto la guida a vita del Consiglio di Sicurezza, oggetto anch’esso di recente modifica, la cui influenza si è ben presto rivelata decisiva sulle politiche del governo nazionale.

Se queste, ad oggi, sono poco di più che speculazioni, una cosa sembra chiara: nella vita pubblica russa, seppur destinata a mutare forma, la centralità di Putin non è in discussione.

Alessio Civita

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