«Beirut, così come la conoscevamo, non c’è più»

L’esplosione del 4 agosto al porto di Beirut ha interessato l’intera capitale libanese, colpendo indistintamente strutture pubbliche e private, quartieri ricchi e poveri, edifici storici e religiosi e così anche la scena artistica della città ha subito ingenti danni e si trova ora riversa nel caos.

Nella sera di martedì 4 agosto, due forti esplosioni nel porto di Beirut hanno causato la morte di più di 150 persone, almeno 5.000 feriti e 300.000 sfollati. Sono ancora da chiarire le circostanze dell’accaduto, ma ciò che resta evidente, sotto gli occhi di tutti, è il disastro umanitario: i dispersi, le vittime e i feriti che gli ospedali non sono in grado di curare, le preoccupazioni per i senzatetto e l’insicurezza alimentare che crescono di ora in ora e le macerie in cui è stata ridotta l’intera capitale libanese.

Dalla stampa internazionale, in particolare dalla testata The Art Newspaper, la prima a porre l’attenzione sugli effetti devastanti dell’esplosione sull’ambiente artistico di Beirut, si apprende che le principali gallerie d’arte, i musei e i luoghi di culto della città sono stati distrutti o in gran parte danneggiati e la situazione in cui versa l’intero patrimonio artistico risulta estremamente grave.

Un dipinto gravemente danneggiato al Sursock Museum di Beirut dopo l’esplosione. Photo by Sursock Museum (via pagina instagam @artribune)

Il Museo Sursock, negli anni Sessanta centro della vita culturale di Beirut che aveva riaperto nel 2015 a seguito di un costoso restauro, è stato gravemente danneggiato. La direttrice Zeina Arida, che era in museo quando l’esplosione l’ha colpito, afferma che l’edificio è letteralmente devastato, ma che fortunatamente, nessuno del personale è rimasto ferito. La direttrice, che reputa la situazione e i danni dell’esplosione peggiori di quelli relativi alla guerra civile libanese (1975-1990), si dice preoccupata per la mancanza di mezzi per acquistare nuovi materiali e di conseguenza per la paura di non riuscire a sostenere i costi dei lavori di ricostruzione. Anche diverse opere d’arte del museo sono state danneggiate, compreso un ritratto dell’omonimo dell’istituzione Nicolas Sursock, filantropo libanese e collezionista d’arte.

Il Sursock Museum di Beirut dopo l’esplosione.
Immagini tratte dai profili instagram @sursockmuseum e @theartnewspaper.official.

Le principali gallerie d’arte, tra cui la Galleria Marfa, situata vicino al porto di Beirut, e la Galerie Tanit sono state completamente distrutte e l’elegante filiale di Beirut dell’Opera Gallery, situata nel quartiere centrale della città e affacciata sul lungomare, è stata devastata. Anche la Galerie Sfeir-Semler, situata nel desolato distretto di Karantina è stata pesantemente danneggiata, così come l’edificio che ospita la Ramzi and Saeda Dalloul Art Foundation (DAF), che comprende più di 4.000 opere di circa 400 artisti provenienti da tutto il mondo arabo.

Laure D’Hauteville, fondatrice e direttrice della Beirut Art Fair, che si tiene ogni anno alla Seaside Arena, nei pressi del porto di Beirut, riporta che a causa del Covid-19 era già stata costretta a posticipare l’edizione di quest’anno al 2021, ma si dice dubbiosa sull’effettiva possibilità di realizzarla, poiché probabilmente ci vorrà molto tempo per ricostruire l’idea di una fiera d’arte nella mente delle persone dopo questa tragedia. D’Hauteville è ora al lavoro per il lancio di Middle Eastern Art Platform (MEAP) a Parigi il prossimo novembre durante Paris Photo: si tratta di una piattaforma senza scopo di lucro che metterà in mostra artisti e gallerie del Medio Oriente.

I luoghi di culto, allo stesso modo, si trovano pesantemente colpiti dall’esplosione e attualmente decine di volontari sono già impegnati nello sgombro delle macerie, come testimoniano numerose immagini e video condivisi sul web.

Beirut's Saint George Maronite Cathedral in the aftermath of the blast. Photo by Joseph Eid/AFP via Getty Images.
La Cattedrale maronita di San Giorgio di Beirut dopo l’esplosione. Photo by Joseph Eid / AFP via Getty Images.

Attualmente non ci sono notizie ufficiali circa le condizioni del Museo Nazionale, la cui area ha subito gravissimi danni, così come il quartiere di Badaro che si trova alle sue spalle, ritrovo della movida della capitale; né è chiara la situazione del Museo Archeologico dell’American University di Beirut nel cuore della città, nei pressi dell’ex linea di demarcazione, che presenta al suo interno reperti straordinari, come la più grande collezione di sarcofagi antropoidi del mondo.

Non è stata risparmiata nemmeno la filiera dell’industria del fashion dal momento che le sedi centrali di alcune grandi case di moda, come Zuhair Murad, Elie Saab e Rabih Kayrouz, designer libanesi che avevano scelto di mantenere i propri uffici principali a Beirut, sono state distrutte e con loro i ricordi e i frutti di decenni di lavoro.

The explosion destroyed Zuhair Murads Beirut headquarters
L’esplosione ha distrutto la sede centrale di Beirut di Zuhair Murad.
Photo: Courtesy of Zuhair Murad.

«Beirut, così come la conoscevamo, non c’è più». Così è iniziata la telefonata di Caroline Hatem, regista teatrale e co-fondatrice dell’associazione culturale Yazan, con Sonia Grieco, giornalista de Il Manifesto. «Oggi stiamo scavando tra le macerie, cercando vittime e sopravvissuti – racconta Caroline Hatem – ma penso anche a tutti i luoghi della nostra vita, i posti in cui ci incontravamo, le case del XIX secolo, antichi edifici già fragili ma bellissimi, non ci sono più in molti casi. Sento un vuoto dentro di me, mi sento sradicata».

Elena D’Elia

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