Questione israeliana in pillole: Jerusalem, New York, Berlin.

Israele è uno stato sionista, chiamiamo sionisti sia i suoi sostenitori più moderati sia i settlers che vorrebbero estenderne i confini tramite l’occupazione e la forza e ci premuriamo di specificare che le espressioni di antisionismo non equivalgono a quelle di antisemitismo. Il sionismo è al centro del discorso mediatico che circonda Israele ma il suo ruolo di ideologia politica fondatrice di Israele, la sua eredità nelle scelte di politica estera e il suo rapporto con l’ebraismo e con la diaspora sono elementi spesso ignorati.

Che cos’è il sionismo?

Spesso tendiamo a definire come sionismo il semplice supporto allo Stato di Israele o come la convinzione, pur nel riconoscimento delle criticità della linea politica di Tel Aviv, della legittimità dell’esistenza di Israele in Medio Oriente. In realtà il sionismo ha una definizione molto più precisa. Il termine deriva da Sion, il monte su cui è costruita Gerusalemme, in particolare l’antica Città di David. Nel tempo e con l’aggravarsi della diaspora, la parola stessa è diventata per gli ebrei della diaspora sinonimo e simbolo prima dell’intera città, poi della loro terra perduta e della speranza di potervi ritornare un giorno. È in questo contesto che, nel 1895, il drammaturgo Theodore Herzl scrive sull’onda dell’affaire Dreyfus un libro intitolato Lo stato ebraico, che verrà poi considerato il manifesto programmatico del sionismo. L’opera si diffuse a macchia d’olio tra gli ebrei europei e con essa l’ideologia di cui si faceva portavoce, finché nel 1897 si tenne il primo congresso sionista a Basilea, in cui venne stilato il vero e proprio programma politco.
Quando parliamo di sionismo, quindi, più che a un’ideologia ci riferiamo a un movimento politico ben definito in cui l’elemento centrale è la concezione dell’ebraismo come un’etno-religione. Non a caso il sionismo nasce in Europa insieme all’idea di Nazione: gli ebrei europei, pur non vivendo su un territorio omogeneo, farebbero parte di un unico popolo etnicamente omogeneo che per autodeterminarsi ha bisogno di uno stato ebraico.

Sionismo e migrazioni in Terra Santa

Quello del ritorno in Terra Santa è un sogno antico quanto la diaspora. Per esempio, già nel XVI secolo, Grazia Nasi, la matriarca di un’importantissima famiglia di finanzieri ebrei europei, aveva “affittato” da Solimano il Magnifico una parte dell’antica Giudea in cui ospitare esclusivamente i rifugiati ebrei dall’Europa, in quello che da molti storici viene considerato un esempio di sionismo ante litteram. Esempi come questi sono importanti per comprendere come, nonostante la definizione tecnica di sionismo sia piuttosto ristretta, la nascita di Israele non sia stata il frutto di una semplice operazione politica, ma il punto di arrivo di una storia millenaria. Allo stesso modo e alla luce di ciò dovremmo comprendere che ci sono diversi “gradi” e correnti dell’ideologia sionista: a partire dalla tradizionale frattura tra generali (che sostenevano la soluzione a due stati) e revisionisti (che invece avevano un’impronta più marcatamente nazionalista). Oggi, con lo stato ebraico ormai realtà, il significato originale del sionismo si è un po’ affievolito, ma restano notevoli distinzioni interne: dalle correnti più moderate, per le quali sionismo significa semplicemente riconoscere la legittimità di Israele in Medio Oriente, a quelle più radicali che trovano la loro massima espressione nei settlers.

Un ruolo importante continua ad essere, poi, occupato dalla diaspora: agli occhi dei sionisti, Israele è in un certo senso il superamento della stessa. Non sono tuttavia mancate posizioni, come quella di Primo Levi, che vedevano in essa un’esperienza preziosa, proprio perché universalmente condivisa dall’intero popolo ebraico, per la creazione di uno stato anti-nazionalista che non potesse divenire preda dei sentimenti che avevano portato alle guerre mondiali. Oggi gli ebrei che si definiscono “nella diaspora” sembrano essere i figli della posizione di Levi a cui la storia ha tolto il beneficio dell’illusione e, proprio per questo, tendono a rifiutare Israele con posizioni spesso empatiche rispetto alla questione palestinese.

Sionismo ed ebraismo

Non tutti gli ebrei sono sionisti. Fare una panoramica di tutte le posizioni all’interno delle varie correnti di ebraismo sarebbe troppo lungo per un solo articolo, ma pare interessante sottolineare che l’ebraismo ortodosso e conservatore prevede un radicale rifiuto del sionismo. Il quartiere ultraortodosso di Mea Shearim a Gerusalemme è a tutti gli effetti un’enclave antisionista all’interno di Israele e un problema non indifferente per Tel Aviv: i suoi abitanti rifiutano il servizio militare, le scuole statali, le tasse e non parlano ebraico, considerando blasfemo usarlo al di fuori della preghiera, al quale continuano a preferire lo yiddish. La ragione è religiosa: secondo il Talmud, quando gli ebrei furono dispersi Dio fece giurare loro che non avrebbero sovvertito l’ordine delle nazioni e che avrebbero dovuto attendere la venuta di Israele, portato non dagli uomini ma dal Messia.
I più estremisti sono riuniti nel gruppo Naturei Karta: i loro capi hanno assidui contatti con Hamas e l’Iran in funzione anti-israeliana, sulle loro case, a Mea Shearim, sventolano le bandiere palestinesi e si oppongono radicalmente a qualsiasi collaborazione con Tel Aviv, condannando anche lo SHAS, il partito Haredim antisionista che partecipa alle elezioni.

Il titolo dell’articolo è tratto dall’omonima canzone dei The vampire weekend. La band non spiega mai i suoi testi, ma molti fan pensano che il significato sia da ricercare nel complicato tentativo del cantante di conciliare la sua fede ebraica e il suo amore per Israele con le politiche israeliane.

Ginevra Gatti

Crediti immagine di copertina: https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/Ebraismo-e-sionismo-10458959.html

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