L’unico film di Charles Laughton

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Nel 1955, dopo anni di esperienza teatrale e una carriera avviata come attore, Charles Laughton decide di darsi alla regia cinematografica con l’adattamento di un romanzo uscito pochi anni prima: La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter) di Davis Grubb.

Ambientato in West Virginia durante la Grande Depressione, il romanzo segue la storia di due bambini, John e Pearl, il cui padre, spinto dalla loro estrema povertà, rapina una banca e, prima di essere arrestato, costringe il figlio a tenere d’occhio i soldi rubati con la promessa di non rivelare il loro nascondiglio a nessuno. Ma dopo aver rivelato l’accaduto a Harry Powell, un predicatore il cui unico fine è rubare e uccidere, ecco che la vita dei due bambini è in pericolo. Soli e senza alcun aiuto, i due sono costretti a fuggire da un uomo che non si fermerà davanti a nulla per mettere le mani su quei soldi.

All’uscita il film venne fortemente disprezzato sia dalla critica che dal pubblico. Fu per questa ragione che Laughton non diresse più alcun film, tornando a dedicarsi alla sua carriera attoriale fino alla sua morte, avvenuta nel 1963. Eppure, a 70 anni di distanza, La morte corre sul fiume è considerato uno dei più grandi capolavori del cinema classico, apprezzato dai critici più rispettati e dal pubblico di tutto il mondo. Ma perché?

Probabilmente perché è una delle più efficaci e commoventi storie sull’innocenza e, in particolare, sullo scontro inevitabile e brutale di quest’ultima con il male. La questione dello scontro tra il bene e il male non è certo nulla di nuovo, anzi: la loro incessante lotta è tema centrale di racconti e leggende tra le più antiche, come quella di Caino e Abele.

Nel film, l’idea ci viene presentata fin da subito: in una delle prime scene vediamo proprio Harry Powell, interpretato da uno strepitoso Robert Mitchum, le cui mani, su cui campeggiano le scritte LOVE e HATE, fingono di duellare fino all’inevitabile vittoria del bene.

Eppure, per la maggior parte del film, ci sembra che il male continui a predominare, senza sosta: i due bambini al centro della storia vengono messi alla prova di continuo, obbligati a fuggire e a cavarsela da soli, privati sempre di più di quella stabilità da cui le loro vite erano caratterizzate all’inizio. Non hanno nessuna guida, né un luogo sicuro in cui nascondersi. Ogni adulto che incontrano finisce per deluderli: il padre, che, pur agendo per il bene dei figli, costringe John a tenere un segreto troppo grande per un bambino; gli abitanti del villaggio, superficiali e ciechi di fronte agli inganni, spingono i due a fidarsi del predicatore; Birdie, un uomo apparentemente buono ma pieno di problemi, promette aiuto ma sparisce nel momento del bisogno; e infine la loro madre, Wilma, anch’essa vittima di Powell, invita il predicatore nelle loro vite e nella loro casa, troppo manipolata dall’uomo per ascoltare le preoccupazioni del figlio.

Tutto questo sembra essere una ricetta perfetta per il trionfo di Harry Powell, un uomo che rappresenta in tutto e per tutto il male, quello più feroce e oscuro. La sua malizia è nascosta sotto un fascino che sembra capace di stregare tutti quanti. Tuttavia, come spettatori riusciamo a vedere, attraverso gli occhi dei bambini, che ogni sua azione – affabile all’inizio, brutalmente cruda una volta che le carte vengono svelate – è conferma della sua natura malvagia.

Dopotutto, veniamo avvertiti nei confronti del predicatore fin dall’inizio. Il film si apre, infatti, con una frase biblica che già ci svela la reale natura dell’uomo. “Guardatevi dai falsi profeti”, dice una voce, “che vengono a voi travestiti da pecore ma dentro sono lupi feroci”.

A loro volta, i riferimenti religiosi occupano un ruolo centrale nella storia, ma vengono utilizzati in chiave critica, ben lontani dall’intento di suscitare affetto o consenso nei confronti della religione. Per la maggior parte del film, essa è rappresentata da un uomo pazzo e crudele, convinto che Dio gli stia ordinando di uccidere e rubare; da gruppi estremisti che si radunano di fronte a falò e inveiscono contro il mondo, gridando quanto fossero stati ciechi e superficiali prima di trovare la verità; da personaggi femminili che si convincono di essere state sciocche per aver avuto desideri e bisogni, per aver voluto cose che non fossero divine.

Ma è proprio quando ogni speranza sembra svanire che il film rivela l’esistenza di un’alternativa a questa fede violenta e malvagia, aprendo uno spiraglio inatteso.

Dopo notti passate a fuggire, affamati e perduti, nella vita dei bambini appare finalmente una luce grazie a Rachel Cooper, interpretata da un’eccezionale Lillian Gish: una donna di fede, dura ma buona, pronta ad aprire la sua casa a qualsiasi creatura indifesa.

La signora Cooper fa quindi da specchio al personaggio di Powell, opponendosi al predicatore con la sua bontà d’animo: la sua è una fede vera e pura, una fede che non punta a fare del male ma che si basa sui principi di amore e accettazione nei confronti del prossimo. Con il suo incessante istinto di protezione si fa paladina degli innocenti, diventando l’unica figura adulta all’interno del film a preoccuparsi in modo pratico del benessere dei protagonisti, a battersi per la loro salvezza. Non si lascia ingannare dal fascino dell’uomo, né dalle sue finte lacrime, e riconosce immediatamente la vera natura di Powell: una minaccia che va allontanata.

Per enfatizzare il confronto tra bene e male, Laughton si serve di scelte visive e scenografiche ispirate all’espressionismo tedesco degli anni ‘20. Luci e ombre giocano un ruolo importantissimo, soprattutto in opposizione – come possiamo osservare confrontando scene luminose, come quelle che ritraggono il picnic del paese o quelle in cui i bambini sono a casa della signora Cooper, e scene in cui l’oscurità è predominante, generando un forte contrasto in grado di trasmettere un senso di disagio nello spettatore. Basti pensare alle sequenze notturne in cui i bambini fuggono, attraversando il fiume in barca: l’immagine dei bambini si alterna a quelle di animali indifesi e a quelle del cielo stellato, creando un’atmosfera di solitudine e terrore per enfatizzare che John e Pearl sono soli al mondo, con nessuno a cui affidarsi, e con il male alle calcagna.

Eppure, alla fine, il bene trionfa. Il male non può andare avanti per sempre e nascondersi, non quando ci sono persone buone nel mondo che hanno a cuore gli indifesi e sono pronte a proteggerli. E non quando gli indifesi, nella loro bontà e ingenuità, sono così resistenti.

“Signore, proteggi gli innocenti. Il vento e le piogge li flagellano, ed essi sopportano.”

Alessandra Dell’Oste

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