“Oh, come diventiamo tutti più ricchi
Giocando al gioco del potere
Solo i poveri diventano più poveri
Ci nutriamo di loro tutti allo stesso modo
Poi canteremo tutti insieme
Alla Società saremo fedeli
Poi canteremo tutti insieme
La Società ti aspetta.”
Così si apre Society – The Horror di Brian Yuzna, 1989, sotto le note solenni e composte di un valzer ottocentesco, riarrangiato e riscritto da Mark Ryder e Phil Davies, capaci di trasformare un inno britannico aristocratico in una marcia disturbante. Ma cos’è la Società ripetuta nel titolo dell’opera e nella terza e ultima strofa?
Society racconta e dipinge un élite sociale segreta che tira i fili di Beverly Hills, inscenando un ventriloquismo borghese che non ha nessuna intenzione di rinunciare al potere ma che, anzi, è disposto a tutto pur di mantenerlo, persino a divorare i propri simili.
Sentirsi osservati dalla serratura
Durante la visione, lo sguardo dei personaggi si sovrappone a quello dello spettatore, portandoci a vivere in prima persona la sensazione che qualcosa o qualcuno ci stia spiando tra le assi del pavimento, insinuato proprio là, tra un difetto di un muro e lo stipite di una porta.
Questo sentore ci inquieta profondamente, richiamando alla nostra mente uno stadio “animalesco” in cui l’essere umano non primeggia più in cima alla catena alimentare. Ci sentiamo costantemente in allerta: diventiamo prede. Society risveglia una paura atavica, un meccanismo automatico, lasciandoci sprovvisti di strumenti per comprenderla.
Dove l’ho già visto?
L’idea di una borghesia ristretta ma apparentemente rispettabile, dietro cui si celano confraternite occulte, non è nuova nel linguaggio audiovisivo. Questo concetto, infatti, ritorna in altri mondi cinematografici: anche in Rosemary’s Baby di Roman Polanski, il contesto borghese e apparentemente rassicurante si rivela progressivamente legato a un culto segreto e manipolatorio, disposto a sorvegliare e a controllare la vita della protagonista per perseguire un disegno luciferino.
Allo stesso modo, Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick mette in scena una realtà in cui il potere economico e sociale sembra intrecciarsi con ritualità occulte, pratiche orgiastiche e dinamiche di controllo invisibile. La setta rappresentata nel film richiama un’estetica esoterica e speculativa spesso associata all’immaginario delle élite segrete, evocando luoghi e miti contemporanei come il Bohemian Grove.
A questo immaginario può essere accostato, seppur con qualche differenza, anche Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini. Qui non è centrale l’elemento occulto o esoterico, ma troviamo nuovamente la rappresentazione di una classe dominante, chiusa in uno spazio separato, dove il potere politico, economico e borghese si manifesta attraverso rituali di sopraffazione, controllo e degradazione dei corpi.
In molte di queste rappresentazioni, le identità di chi perpetra queste dinamiche rimangono segrete, almeno fino a che i protagonisti non entrano a contatto con le interiora vere e proprie della società, o meglio della “Società”. Questo evoca una paura che si tramuta in paranoia. Eppure, un dialogo nel film Society recita:
«Paranoico? Non lo sono, le mie paure sono reali».
Controllo dalle tenebre
L’atmosfera ansiogena e di mistero resa da queste raffigurazioni cinematografiche mette in discussione più di una volta il concetto stesso di società. La parola rappresenta tutti noi ma allo stesso tempo, durante la visione, diventa un elemento alieno, quasi come se fosse un corpo estraneo. Si genera quindi un controsenso: se siamo abituati a sentirci dire che la società siamo noi, qui il paradigma si ribalta: la società sono loro, quei pochi nascosti dietro le maschere.
Abbiamo quindi paura di essere guardati o spiati (interessante se osserviamo la mole di dati che decidiamo di condividere online oggigiorno di nostra spontanea volontà), in un meccanismo descritto dagli psicologi come scopofobia. Il quadro completo suggerisce un ulteriore elemento che turba il nostro io, qualcosa di immateriale legato all’inconscio: la percezione è che possa esistere un retro bottega dove si annidano pensieri, accessibile a occhi indiscreti.
Cosa c’è dietro il muro?
Questo non si traduce solamente in paura che altri possano violare indisturbati la nostra intimità, ma che esista un fuoricampo. Un timore che trova una rappresentazione particolarmente efficace in Mulholland Drive di David Lynch, nella scena del diner, quando il personaggio di Patrick Fischler descrive il suo sogno lucido:
“Poi capisco di che si tratta… c’è un uomo, nel cortile qui sul retro. È lui la causa di tutto. Io lo vedo attraverso il muro… vedo la sua faccia”.
Noi non sappiamo cosa si celi dietro quel muro, perché lo osserviamo da lontano. Se tuttavia fossimo dietro il muro, potremmo finalmente accedere alle informazioni che stiamo cercando. Viviamo perennemente in uno stato di incertezza, come nella metafora nel paradosso di Schrödinger, dove non sappiamo se nella scatola il gatto è vivo o morto fino a che non l’apriamo.
Questo ignoto dal sentore lovecraftiano produce in noi una perturbazione, facendoci leggere il mondo come un costrutto, forse parzialmente generato, in uno stato di continuo dinamismo. Ed è proprio l’immaginario del perturbante, emerso nel cinema degli ultimi decenni, che è riuscito a rappresentare al meglio questo concetto. Basti pensare a tutta la narrazione sul liminale, all’aspetto iconografico e filosofico delle backrooms, fresco di adattamento cinematografico; oppure all’idea dell’uncanny valley, capace di portare alla luce nuovi concetti di distorsione del reale.
Quando non ci guardiamo alle spalle è come se potesse esistere un dietro le quinte, un simulacro della realtà che vive e respira senza essere percepito dai nostri sensi ma di cui abbiamo comunque una sensazione.
Paranoia o Realtà?
In conclusione, l’angoscia provocata da Society e dagli altri film è legata sì al concetto concreto e politico del pericolo, ma anche a un aspetto più strutturale di come viviamo gli spazi e la realtà. Siamo davvero soltanto spaventati da burattinai del potere, che si celano dietro le ombre? Forse l’inquietudine che emerge dopo la visione di questi film è più profonda, radicata proprio nel modo in cui interpretiamo le cose e il mondo esterno.
Cosa si annida alle nostre spalle, quando non guardiamo? Che possa esserci davvero un lato inconscio di noi che avverta un qualcosa che va aldilà delle logge e dei complotti?
Marco Riassetto




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