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Processo contro Meta: i social creano dipendenza?

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Erik, 12. Grace, 15. Amanda, 15. Breck, 14. E, a seguire, decine di altri nomi di bambini e adolescenti segnati da un tragico destino comune. È quello che si legge sullo striscione esposto da un gruppo di genitori e familiari di giovani che hanno perso la vita a causa dei presunti effetti dannosi dei social media sulla salute mentale. La protesta si è svolta all’inizio del processo, che avrebbe visto contrapporsi quattro Stati USA capofila (California, Colorado, Kentucky e New Jersey) a Meta, il colosso tecnologico di Mark Zuckerberg. L’azione legale si è poi conclusa con un patteggiamento per un valore di 18 miliardi di dollari da parte dell’azienda. Dello striscione, però, resta una frase più incisiva di mille discorsi: The first should have been the last (“Il primo avrebbe dovuto essere l’ultimo”).

Le responsabilità attribuite all’azienda proprietaria di Instagram e Facebook erano numerose e molto pesanti: Meta è stata accusata, innanzitutto, di aver progettato i suoi social con lo scopo di creare dipendenza tra i più giovani, ma anche di non aver bloccato efficacemente l’accesso alle piattaforme per i minori di 13 anni e, di conseguenza, di averne raccolto i dati senza il consenso dei genitori.

Queste accuse sono scientificamente fondate? Dopo il patteggiamento, i social verranno trasformati? Proviamo a fare chiarezza. 

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Un processo potenzialmente storico

18 agosto 2026. Tribunale di Oakland, California. È qui che ha preso il via la più grande azione legale mai intentata contro Meta, sia per il numero di Stati coinvolti che per l’entità del risarcimento richiesto in caso di vittoria, circa 1.400 miliardi di dollari. Il processo, tuttavia, si è interrotto una settimana dopo con un accordo e l’impegno concreto di Meta di adottare misure di sicurezza più restrittive.

I precedenti – sebbene di minor gravità – esistevano e avevano fatto scalpore, perché, in entrambi i casi, a perdere la causa erano state, inaspettatamente, le aziende.
Nel marzo 2026, in un tribunale della California, Meta e Google erano state giudicate responsabili di aver favorito lo sviluppo della dipendenza dai social in una giovane, nota con le iniziali KGM. Come affermato dalla ragazza, all’epoca dei fatti minorenne, la prematura e costante presenza online aveva deteriorato il suo rapporto con la famiglia, i coetanei e il percorso scolastico, trascinandola in una spirale di dismorfofobia, ansia e depressione, fino ad atti di autolesionismo e tendenze suicide. Per questi motivi, i giudici avevano condannato le aziende a un risarcimento complessivo di 6 milioni di dollari tra danni compensativi e punitivi.

Un epilogo simile l’ha avuto il processo conclusosi a inizio agosto 2026 nel New Mexico, nel quale Meta era stata condannata a pagare un totale di 942 milioni di dollari per la sua responsabilità nell’aver indirizzato i suoi giovani utenti verso contenuti potenzialmente dannosi. I problemi causati da Meta erano stati definiti di “salute pubblica”, così gravi da essere paragonati all’inquinamento tossico prodotto da una fabbrica.

Tornando al processo più recente, esso è nato da una causa intentata nel 2023 da 29 Stati USA – tra i quali la California e New York – in cui venivano denunciate importanti violazioni delle leggi federali e statali sulla privacy dei minori. In caso di vittoria, non sarebbe stato richiesto soltanto un risarcimento, ma anche radicali modifiche nella struttura e nel modo di concepire i social media. In particolare, Meta avrebbe dovuto eliminare tutti quegli elementi che mantengono i giovani incollati allo schermo, essendo stata chiamata a:

  • introdurre una procedura di verifica da parte dei genitori per gli utenti adolescenti;
  • modificare i propri “algoritmi basati sul controllo della dopamina”;
  • rimuovere i filtri che alterano l’aspetto delle persone nelle foto;
  • eliminare la riproduzione automatica dei contenuti video;
  • vietare la creazione di account multipli;
  • eliminare i post che scompaiono o “effimeri”, come le Storie di Instagram.

Meta, dal canto suo, non ha ammesso alcuna responsabilità, sostenendo che non esistano evidenze scientifiche abbastanza solide sulla dipendenza da social media e sulle sue conseguenze in termini di salute mentale. Ma, come vedremo, non è proprio così.
In ogni caso, il colosso tech ha accettato di introdurre delle restrizioni all’uso dei social per gli adolescenti (limiti giornalieri, blocco notturno e restrizione sulle notifiche), aumentando gli strumenti di supervisione per i genitori.

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Che cosa dice la scienza?

Da tempo gli esperti discutono dell’esistenza della “dipendenza da Internet”, accostandola ad altre dipendenze comportamentali come il gioco d’azzardo, il gaming online o lo shopping compulsivo. Tuttavia, a oggi la IAD (Internet Addiction Disorder) non rientra nel DSM-5, uno dei testi di riferimento internazionale per la classificazione di disturbi psicologici e psichiatrici. 

Ciò non significa che manchino evidenze scientifiche a sostegno di un’associazione tra l’uso problematico dei social e vari indicatori di malessere psicologico, tra cui ansia, depressione e problemi del sonno.
Uno studio del 2021 ha messo in luce come gli indicatori di engagement (i famosi like) possano causare sentimenti di rifiuto e, di conseguenza, stati affettivi negativi negli adolescenti. In una recente meta-analisi, invece, si legge che l’uso dei social media in giovane età è connesso a livelli più elevati di depressione, problemi comportamentali, autolesionismo e uso di sostanze, nonché a una minore autostima e a peggiori risultati scolastici. 

Sebbene la ricerca scientifica non abbia ancora risposte nette, restituisce un quadro complesso e sempre più difficile da ignorare sul piano sociale.
Il processo contro Meta non ha portato a un’attribuzione definitiva di responsabilità, ma ha avuto il grande merito di indirizzare l’attenzione pubblica verso fattori strutturali – e non individuali – problematici e, nello specifico, verso il modo stesso in cui le piattaforme vengono progettate per trattenerci il più a lungo possibile. 

Ilaria Vicentini

Fonti

Alvich Velia, “Chi è Kaley G.M., la ventenne che ha vinto la causa contro Meta e YouTube sulla dipendenza da social”, Corriere della Sera, 26 marzo 2026, ultima consultazione: 28 agosto 2026, link: https://www.corriere.it/tecnologia/26_marzo_26/chi-e-kaley-g-m-la-ventenne-che-ha-vinto-la-causa-contro-meta-e-youtube-sulla-dipendenza-da-social-f56cb676-1ade-4cc7-b0a0-b012f6163xlk.shtml

“È iniziato un enorme processo contro Meta”, Il Post, 19 agosto 2026, ultima consultazione: 28 agosto 2026, link: https://www.ilpost.it/2026/08/19/processo-dipendenza-meta/

Hays Kali e McMahon Liv, “US states call for big changes to Instagram and Facebook as Meta child privacy trial begins”, BBC, 18 agosto 2026, ultima consultazione: 28 agosto 2026, link: https://www.bbc.com/news/articles/clyqpx6xk69o

“Meta ha patteggiato un risarcimento di 18 miliardi di dollari per chiudere un enorme processo”, Il Post, 26 agosto 2026, ultima consultazione: 28 agosto 2026, link: https://www.ilpost.it/2026/08/26/meta-patteggiamento-processo-dipendenza-facebook-instagram/

Mosca Giuditta, “Parte il processo a Meta. I procuratori: “Ha reso i minori dipendenti e li ha sfruttati””, La Repubblica, 18 agosto 2026, ultima consultazione: 28 agosto 2026, link: https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/08/18/news/oakland_processo_meta-425534884/

“Usa, importante sentenza contro Meta e Google”, Amnesty International, 26 marzo 2026, ultima consultazione: 28 agosto 2026, link: https://www.amnesty.it/usa-importante-sentenza-contro-meta-e-google/

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