Voci Collettive. L’arte di Lina Lapelytė.

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Le tre artiste lituane avevano già collaborato tra il 2011 e il 2013 in Have a Good Day!, sottotitolata “opera per 10 cassiere, suoni da supermercato e pianoforte”. Anche in questo caso, il lavoro si presenta come un incontro tra performance e opera teatrale. Dieci donne vestite da cassiere agiscono come se stessero lavorando con lettori scanner e codici a barre, inondate da una luce a neon bianca tipica del supermercato. Nonostante la scena sia scarna, ronzii e rumori di sottofondo aiutano l’immaginario dello spettatore. A turno, le performer prendono la parola cantando i disagi interiori che provano quando sul lavoro sono costrette ad ascoltare le storie di chi passa, forzate a fingere interesse e a essere gentili ed educate.

In questi anni, la ricerca artistica di Lina Lapelytė ha continuato a indagare l’utilizzo del corpo e della voce, rimanendo nel solco delle prime sperimentazioni riguardo all’interferenza tra arte, musica e teatro. Il 2026 sembra il suo annus mirabilis con le esposizioni all’Hamburger Bahnhof di Berlino e nella Turbine Hall della Tate Modern a Londra, mentre il 9 ottobre inaugurerà la sua personale al Contemporary Art Centre di Vilnius.  

Anche se all’interno di un museo, quest’opera rimanda alla concezione di arte pubblica e sembra interrogarsi sulla cultura del monumento. L’installazione non è che un grande oggetto di cui tutti si devono prendere cura e di cui possono essere autori. L’aspetto performativo, inoltre, ci ricorda l’importanza delle radici (non solo “nostre”) e dei sentimenti universali che, come un vecchio poema, sono decantati oralmente a turno per essere tramandati alle nuove generazioni (l’artista ritiene fondamentale la partecipazione delle famiglie e dei bambini alle visite). Le ore che diventano gli anni, quindi, sono la metafora del singolo che può diventare parte di una cosa più grande: come i piccoli cubi di legno (10x10x10 cm) formano insieme la grande composizione dell’installazione, così gli spettatori, unendosi agli artisti e ai visitatori-performer, si trasformano in una comunità.

Lina Lapelytė. We Make Years Out of Hours, exhibition view Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart, Berlin, 2026
© Lina Lapelytė. VG Bild-Kunst, Bonn 2026. photo: Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / art/beats, Florian Mag
Lina Lapelytė. We Make Years Out of Hours, exhibition view Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart, Berlin, 2026
© Lina Lapelytė. VG Bild-Kunst, Bonn 2026. photo: Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / Laura Fiorio
Uniqlo Tate Play Lina Lapelytė, Serendipity Island at Tate Modern, 2026. Photo © Tate (Lucy Green)

Se nelle sperimentazioni più recenti Lapelytė ha mantenuto alcuni caratteri delle prime opere-performance, come l’utilizzo simultaneo di diversi media artistici e il ruolo fondamentale della musica, appare evidente che nella sua ricerca contemporanea sia andata oltre, indagando le vecchie premesse verso nuovi limiti.

Le sue opere si presentano in forme provvisorie e mai definite. Complice di questo abbandono dell’idea del “definitivo” è l’intrusione voluta del pubblico nelle performance, in una destrutturazione delle realtà in gioco: la forma dell’opera, la figura dell’artista e del pubblico, il confine tra i diversi ruoli. Inoltre, la musica si è mantenuta come una costante nelle operazioni di Lapelytė, ma è diventata una modalità di relazione e di intervento, nonché un medium legato a sentimenti collettivi e partecipativi. I canti delle performance iniziali sono ora diventati un’esplorazione delle voci collettive come mezzo sociale.

Angelo Susino

Fonti

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