Nello scorso articolo è stato spiegato che cosa sia l’eco-ansia, come questa differisca dalla preoccupazione e se, e in che modo, possa essere produttiva o, al contrario, paralizzante.
Quando è produttiva, l’eco-ansia ci spinge a mettere in discussione le nostre abitudini, motivandoci al cambiamento. Si modificano le nostre preferenze d’acquisto, il modo di spostarci, la dieta, ma anche i piani per il futuro.
Siamo ciò che mangiamo

Un primo passo verso uno stile di vita più sostenibile è indubbiamente la scelta di una dieta a base vegetale. Gli allevamenti intensivi — da cui proviene la maggior parte della carne e dei derivati animali — contribuiscono significativamente al riscaldamento globale attraverso le emissioni di metano. Secondo la FAO, gli allevamenti intensivi producono circa il 15% delle emissioni di gas serra di origine antropica.
Come accennato nell’articolo precedente, prima della scrittura di questo testo è stato lanciato un sondaggio per raccogliere le opinioni delle generazioni più giovani, perlopiù studenti universitari. Alla domanda “Sapere che l’industria dell’allevamento è una delle più inquinanti del pianeta ti invoglia a limitare/eliminare il consumo di carne e derivati?”, su 78 votanti, il 48,7% ha risposto di averne ridotto il consumo, pur rimanendo onnivoro. Il 28,2%, invece, è rimasto colpito dal tema, ma non è riuscito a cambiare abitudini; il 14,1% è diventato vegetariano; il 2,6% ha optato per un’alimentazione vegana/prevalentemente vegetale, mentre il 6,4% ha risposto di non sentirsi toccato da questo argomento.
Inoltre, come evidenzia il WWF, gli allevamenti intensivi non rappresentano una minaccia soltanto per l’ambiente, ma anche per la nostra salute:
I dati ISPRA rivelano che gli allevamenti intensivi sono causa del 75% di tutte le emissioni di ammoniaca in Italia, la seconda fonte di formazione di polveri sottili nel nostro Paese, che ogni anno in Italia causano circa 50.000 morti premature, in particolare in Pianura Padana, territorio non a caso con una massiccia presenza di allevamenti intensivi.
In aggiunta, è stato dimostrato che sostituire le proteine animali con quelle vegetali diminuisce il rischio di morte prematura e di problemi cardiaci. Dunque, introdurre piccole modifiche nella dieta può avere un impatto significativo sia sulla nostra salute, sia su quella del pianeta. Se non per amore degli animali, adottare una dieta vegetale è una scelta doverosa per noi e per la Terra.
Scheletri nell’armadio

Un altro cambiamento fondamentale da compiere riguarda le nostre abitudini d’acquisto, in particolare l’abbigliamento.
Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente:
Gli acquisti di prodotti tessili nell’UE nel 2020 hanno generato circa 270 kg di emissioni di CO2 per persona. Questo significa che i prodotti tessili consumati nell’UE hanno generato emissioni di gas serra pari a 121 milioni di tonnellate.
La situazione, però, degenera anno dopo anno: già nel 2022 sono stati registrati 355 kg di CO2 per persona. Per ridurre il nostro impatto ambientale è essenziale evitare la moda usa e getta — il cosiddetto fast fashion — dei negozi onnipresenti nelle vie dello shopping di ogni città, come Zara, Bershka, H&M e Pull&Bear. Ancora più preoccupante è poi l’ultra-fast fashion, il modello su cui si basano colossi online quali Shein e Temu.
In alternativa, è meglio scegliere l’usato (se non si può andare nei mercatini, Vinted è un’ottima soluzione) o brand etici che garantiscono la sostenibilità dei loro prodotti. A questo proposito, dal sondaggio è emerso che l’80,8% dei votanti ha limitato l’acquisto di fast fashion e sta cercando alternative, prediligendo il mercato dell’usato.
Progetti futuri
L’impatto dell’emergenza climatica sulle nostre vite è tale da influenzare non solo ciò che scegliamo di studiare, il nostro lavoro e dove scegliamo di vivere, ma anche la decisione di mettere al mondo dei figli. Alla domanda “La consapevolezza del cambiamento climatico influenza i tuoi progetti futuri?”, queste sono alcune delle risposte ricevute:
Non i miei progetti personali, ma quelli accademici. Studiando conservazione della natura, so che un grande tema su cui fare ricerca sarà l’effetto del cambiamento climatico.
Volendo lavorare nel settore del design della comunicazione, riconosco che il mio lavoro, in termini di stampa, inchiostro ecc., avrà un impatto sul pianeta. Una consapevolezza che anni fa sicuramente non c’era e che oggi spinge il designer a porsi come intermediario tra il cliente, la commissione e la necessità che il progetto sia effettivamente sostenibile e a basso impatto.
Il mio desiderio è lavorare nel campo dell’architettura, affrontando proprio i temi della sua sostenibilità ambientale e, soprattutto, sociale. Il settore in questione è uno dei più impattanti sul consumo di materie prime del pianeta, a livello globale.
Nel sondaggio già menzionato, alla domanda “Pensi che la consapevolezza del cambiamento climatico influenzi/influenzerà la tua scelta di avere (o non avere) figli?”, il 50,6% dei 77 votanti ha risposto di sì. L’opinione in merito, quindi, è piuttosto polarizzata:
Io non credo che vorrò figli, soprattutto perché ritengo egoista metterli al mondo consapevole del fatto che la Terra sta diventando più calda e che l’acqua e il cibo scarseggeranno. Più in generale, ho paura che la Terra stia diventando inabitabile e non vorrei costringere i miei figli a vivere di stenti.
Secondo me è moralmente giusto mettere al mondo figli perché l’umanità ha il dovere di continuare a esistere. Se le persone che lottano contro il cambiamento climatico non hanno intenzione di avere figli, il rischio è proprio quello di ritrovarsi una generazione futura poco consapevole su questo tema.
L’argomento della natalità è scottante. Se da una parte in Italia lamentiamo un inverno demografico, dall’altra c’è chi sostiene che il nostro pianeta sia terribilmente sovrappopolato e che le risorse a nostra disposizione potrebbero non essere sufficienti.
A tal proposito, prende il nome di antinatalismo la concezione filosofica che assegna un valore negativo alla nascita. Coloro che sostengono questa visione pensano che politiche antinatalistiche possano aiutare a risolvere problemi quali sovrappopolazione, carestie ed esaurimento di risorse non rinnovabili. Naturalmente, la questione è molto controversa ed è impossibile liquidarla in modo semplicistico in poche righe.
In generale, da quanto detto emerge che l’emergenza climatica sta penetrando nelle nostre vite, modificandone ogni aspetto. Soprattutto per i più giovani — che vivranno le conseguenze più allarmanti del cambiamento climatico — questo è un momento decisivo che ci pone di fronte a un bivio: cambiare per il bene del pianeta, della nostra salute e di quella delle generazioni future, oppure rimanere inerti e rassegnarsi alle conseguenze delle nostre azioni.
Ludovica Portuesi
Fonti
Bertolesi Lorenzo, “Allevamenti intensivi: quanto inquinano, perché e quali sono le principali conseguenze sull’ambiente”, Essere Animali, 28 aprile 2022, ultima consultazione: 30 agosto 2026, link: https://www.essereanimali.org/2022/04/allevamenti-intensivi-quanto-inquinano-perche-conseguenze/?utm_source=google&utm_medium=grant&utm_campaign=5×1000-pmax&utm_content=pmax&gad_source=1&gad_campaignid=23847865582&gbraid=0AAAAADg9uVE0LZk1Od_dcl1ZpXyrXL5Ea&gclid=CjwKCAjwqc_UBhBKEiwAWbl25pLd7Qg-OxGBlen8_xjk7Afdy8_AENqqWyJA0tV6iLunypmTWW2CgxoCUn0QAvD_BwE;
FAO, New FAO report maps pathways towards lower livestock emissions, 8 dicembre 2023, ultima consultazione: 30 agosto 2026, link: https://www.fao.org/newsroom/detail/new-fao-report-maps-pathways-towards-lower-livestock-emissions/en;
Gerber, P.J., Steinfeld, H., Henderson, B., Mottet, A., Opio, C., Dijkman, J., Falcucci, A. & Tempio, Tackling climate change through livestock – A global assessment of emissions and mitigation opportunities, Roma, Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO), 2013;
Parlamento europeo, L’impatto della produzione e dei rifiuti tessili sull’ambiente, 29 dicembre 2020, ultimo aggiornamento: 15 settembre 2025, ultima consultazione: 30 agosto 2026, link: https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20201208STO93327/l-impatto-della-produzione-e-dei-rifiuti-tessili-sull-ambiente-infografica;
WWF, L’inquinamento degli allevamenti intensivi contribuisce alla morte di 50.000 persone in Italia, in particolare in Pianura Padana, 2 ottobre 2024, ultima consultazione: 30 agosto 2026, link: https://www.wwf.it/area-stampa/linquinamento-degli-allevamenti-intensivi-contribuisce-alla-morte-di-50-000-persone-in-italia-in-particolare-in-pianura-padana/.





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