Il 29 settembre ricorre l’anniversario dalla morte di uno dei più grandi esponenti della letteratura francese: Émile Zola.
Nato a Parigi nel 1840 da una famiglia modesta, Zola lavora inizialmente come giornalista e come critico d’arte, difendendo pittori come Cézanne, Manet, Renoir. Poi, si consacra come caposcuola del Naturalismo francese: con lui, la letteratura diventa lo specchio di una società analizzata scientificamente, al fine di scoprire i meccanismi psicologici e le regole che disciplinano l’agire dell’uomo.
Gli stralci di vita dei personaggi che emergono dalle sue opere sono perlopiù il ritratto delle conseguenze della povertà, del lavoro usurante, degli effetti dell’alcool, della prostituzione, delle disuguaglianze sociali.
Si tratta di un lavoro monumentale, analitico, di interesse storico e sociale. E, per farlo nella maniera più verosimile possibile, è necessario usare il linguaggio vivo, reale, crudo che autenticamente caratterizzava quelle persone e quegli ambienti; come Zola stesso scrive nella prefazione all’Assommoir, in risposta alle critiche ricevute sulle sue scelte linguistiche:
Del resto, non sto nemmeno a difendermi. Mi difenderà la mia opera. È un’opera di verità, il primo romanzo sul popolo, che non menta e che abbia l’odore del popolo. E non bisogna affatto concludere che il popolo tutto è cattivo, perché i miei personaggi non sono cattivi, sono soltanto ignoranti e corrotti dall’ambiente di dura fatica e miseria in cui vivono.
L’Assommoir è uno dei romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart, il suo più maestoso progetto letterario, che intende seguire in 20 libri la storia genealogica di quattro generazioni, provenienti da due rami della stessa famiglia: quello legittimo dei Rougon, dal matrimonio di Adélaïde con Marius Rougon, e quello illegittimo, nato da una liaison di Adélaïde con il contrabbandiere Macquart.
In particolare, l’Assommoir è il settimo romanzo del ciclo, uno dei più strazianti. La vicenda prende avvio quando Gervaise Macquart viene lasciata dal suo compagno, Lantier, con il quale ha due figli. Lantier è un uomo irresponsabile, che sperpera il denaro, beve e tradisce regolarmente Gervaise. Quando se ne va, la protagonista trova lavoro come lavandaia: non ha grosse pretese o ambizioni, sogna semplicemente una vita tranquilla, una casa e un lavoro stabili, del pane da mangiare. Grazie al duro lavoro e agli innumerevoli sacrifici, riesce ad aprire una sua lavanderia e ad acquistare una dimora dignitosa. Sposatasi con Coupeau, operaio lattoniere che svolge un lavoro massacrante, ha con lui una figlia, Anna, detta Nana. Quando, però, l’uomo è vittima di un incidente a lavoro che lo costringe a rimanere a casa, la situazione inizia piano piano a deteriorarsi: Coupeau si avvicina sempre di più all’osteria l’Assommoir, dove si produce acquavite, e inizia a bere. Zola descrive l’alambicco della bettola come un mostro che lavora senza sosta, producendo veleno che lentamente divora la mente e il corpo: così, inizia lo sprofondare di Coupeau, che, infine, muore in preda a una crisi delirante; di Nana, cresciuta senza educazione e nella più nera miseria, che diventerà una prostituta; di Gervaise, afflitta da un declino inarrestabile che la porta a lasciarsi andare completamente, quasi con un certo compiacimento, all’alcool, alla sporcizia, alla povertà, all’indecenza.
Attraverso la costruzione di questa catena generazionale di degrado da cui, purtroppo, nessuno è in grado di trarsi in salvo, l’autore è uno tra i primi a rappresentare in maniera così vivida la condizione degli umili.
Di Émile Zola è importante citare anche l’impegno sociale e politico: tra le sue battaglie più importanti, c’è la difesa dell’ufficiale ebreo Alfred Dreyfus, accusato di spionaggio da parte della Prussia. Convinto della sua innocenza e del fatto che si trattasse di antisemitismo, Zola scrive la celebre lettera aperta J’accuse e la indirizza al Presidente della Repubblica:
Accuso il luogotenente colonnello da Paty de Clam di essere stato l’artefice diabolico dell’errore giudiziario […] Accuso il generale Mercier […] Accuso il generale Billot […] Accuso il generale De Boisdeffre e il generale Gonse […] Accuso il generale Pellieux e il comandante Ravary […] Accuso i tre periti calligrafi […] Accuso il Ministro della guerra […] Accuso finalmente il primo Consiglio di guerra […] L’atto che compio oggi non è altro che un mezzo rivoluzionario per sollecitare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho una sola passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha ben diritto di essere felice.
Consapevole di incorrere in una condanna per diffamazione, viene esiliato in Inghilterra e muore al suo ritorno a Parigi, nel 1902.
Émile Zola è stato, quindi, non solo un osservatore attento della sua città, capace di dare voce alle storie degli ultimi in una delle maniere più innovative e autentiche che il secondo Ottocento conoscesse; egli è stato anche un intellettuale impegnato e consapevole del proprio ruolo all’interno della società. E, forse, è per questo che la sua opera conserva ancora oggi, a più di 100 anni dalla sua scomparsa, il suo immenso valore.
Elisa Pantone
Fonti
Langin Elisa et al., Littérature Plus, Du XIX siècle à nos jours, Torino, Loesher Editore, 2021
Massime dal passato, J’accuse di Émile Zola tradotto in italiano, 13 gennaio 2022, ultima consultazione: 24 settembre 2026, https://massimedalpassato.it/j’accuse-di-emile-zola/
Pellini Pierluigi, L’Assommoir, Milano, Mondadori, 2021



Rispondi