Il “Lumbung” è la pratica tradizionale indonesiana di condivisione di risorse che prevede l’immagazzinamento del surplus di riso raccolto in un granaio pubblico e la sua distribuzione alla comunità secondo bisogni e necessità. Il collettivo indonesiano ruangrupa (attivo dal 2000) ha attinto a tale pratica agricola per mettere a punto un ecosistema improntato alla sostenibilità e al mutuo supporto, applicato al settore dell’arte e della cultura contemporanee. Nel 2022 il gruppo ha ricevuto l’incarico della direzione artistica di documenta fifteen, una delle più importanti manifestazioni europee, che si tiene ogni cinque anni a Kassel, in Germania. In tale occasione, il metodo lumbung ha raggiunto per la prima volta il pubblico europeo, ed è in questo contesto che nasce “Diventare Lumbung”.
Il progetto “Diventare Lumbung” è stato della XII edizione dell’Italian Council nel 2023. Quando è nato davvero e quali sono le principali tappe del suo sviluppo?
Paola Pietronave: «È un progetto in trasformazione, e questa è forse una delle sue caratteristiche più particolari. Nel 2021 ho partecipato alla Summer School di ruangrupa “Becoming Lumbung” presso l’Internationale Sommerakademie für Bildende Kunst Salzburg, da cui è nato il collettivo “an office”, composto da alcun3 de3 partecipanti, per continuare a sperimentare pratiche di collaborazione, mutuo aiuto e ospitalità. Durante documenta fifteen con “an office” abbiamo realizzato un evento all’interno del public program della “ruruhaus” di Kassel, dove lavoravo come mediatrice artistica (“sobat”, ovvero “amica/o”, nel glossario proposto da ruangrupa). L’opportunità di poter vivere a pieno i 100 giorni della mostra ha creato il desiderio di applicare il metodo Lumbung al contesto italiano. Grazie al supporto della dodicesima edizione dell’Italian Council, ho potuto svolgere un periodo di residenza presso Gudskul a Jakarta, a cui ha fatto seguito una fase di disseminazione del progetto, presentato in diversi spazi istituzionali e indipendenti, tra cui Ar/ge Kunst a Bolzano, Fondazione Lac o Le Mon a San Cesario di Lecce, e il MAMbo di Bologna, che ha ospitato, nel luglio 2024, l’assemblea conclusiva del progetto, segnata da una grande partecipazione. Proprio dall’interesse mostrato in questo incontro è nata una nuova fase del progetto, che si è trasformato in un vero gruppo, con una gestione collettiva.»
Com’è possibile trasmettere il concetto di “Lumbung” nel panorama italiano?
Paola Pietronave: «Non si tratta di trasmettere, nel senso che non si tratta di un metodo, una pratica o vocabolario nato da noi. L’idea è creare un terreno fertile per iniziare a immaginare che possano esserci connessioni con infrastrutture di questo tipo all’interno del contesto italiano. Dal mio punto di vista, ciò che serve sono tempi lunghi, impossibili all’interno del formato “biennale”. Se documenta fifteen ha posto l’attenzione su temi quali l’ecosistema e la relazione amicale, la loro pratica richiede tempo e cura. Il proposito di “Diventare Lumbung” è quello di tessere un dialogo tra le persone attente a queste tematiche in Italia.»
Stefano W. Pasquini: «Abbiamo vissuto un declino nell’organizzazione sociale dell’arte contemporanea in Italia, dovuto sia al mercato sia alla diminuzione dell’interesse che l’arte contemporanea suscita nel pubblico comune. Io do molta colpa di questo declino soprattutto alla situazione politica, poiché il berlusconismo ci voleva a casa a guardare la televisione e non nei teatri o nei musei. Inoltre, ha favorito un individualismo sfrenato contro l’idea del fare comunità. Lo vedo anche nelle nuove generazioni, dove si sgomita per prendere le poche briciole rimaste. Non è un caso che negli ultimi anni ci siano moltissimi collettivi che hanno voglia di creare un’alternativa, non solo alle dinamiche dell’arte, ma anche alla politica globale.»
Viviana Marchiò: «Nel contesto italiano ci sono state, e ci sono tuttora, esperienze molto simili a ciò che abbiamo visto nella documenta fifteen. Tuttavia, la nostra lingua, non essendo espressione di una cultura collettivista, pecca di termini che possano rendere distinguibili e descrivibili queste pratiche e, conseguentemente, anche il processo di riconoscimento e di validazione delle stesse risulta più ostico. Accogliere la parola lumbung nel nostro vocabolario fa sì che queste esperienze diventino più facilmente riconoscibili e pensabili.»
Nicolas Bourriaud nel suo testo Esthétique relationnelle scriveva che l’arte relazionale si è sviluppata anche perché il crollo delle ideologie ha portato alle “micro-utopie quotidiane”. Da quello che mi state dicendo, secondo voi adesso è in corso una riapertura verso il globale…
Alessandro Rolandi: «Documenta è stata la prima grande manifestazione internazionale ad aver messo il Sud globale in conversazione con il mondo, attraverso pratiche relazionali ed etnografiche che non erano semplicemente di contrasto o di confronto. L’esperienza di ruangrupa ha piantato semi molto importanti nelle persone, ma ha anche generato un attrito molto forte con il mondo dell’arte occidentale e istituzionale. Questo perché non rimandava ai riferimenti a noi noti, come Bourriaud o le esperienze statunitensi, ma a una dimensione diversa, realmente connessa al Global South, che rappresenta la maggior parte del mondo (ben l’85%). “Diventare Lumbung” è infatti un tentativo di traduzione e reinterpretazione di esperienze che sì, rimandano al passato, ma che stanno accadendo anche adesso, in Indonesia, in Cina, in Brasile, in Africa. A mio parere, sotto questa coltre di costellazioni si nasconde un grande potenziale politico e internazionalista. Le pratiche italiane degli anni Sessanta e Settanta erano già una forma di disobbedienza a un sistema chiuso e prettamente occidentale; oggi, questo sistema viene messo in discussione dai quattro angoli del mondo, e in tutto ciò vedo un potenziale politico che va al di là dell’arte.»
Negli anni Novanta le esperienze di gruppo, come Progetto Oreste, pur agendo consapevolmente in un preciso contesto sociopolitico, non hanno realizzato qualcosa di tangibile nel sociale, com’è avvenuto dai primi anni Duemila…
Paola Pietronave: «Spesso le ricadute sociali, specie nel lavoro artistico, non sono immediatamente visibili. Oreste è stato fondamentale nella tessitura di relazioni tra persone che fanno questo lavoro e nella creazione di un substrato culturale. Tutte le piccole esperienze, anche estemporanee, nate in quel contesto hanno lavorato a livello profondo, attraverso cambiamenti e sforzi vissuti in prima persona. Alcuni fenomeni si muovono a intensità difficili da ridurre o semplificare, e quindi storicizzare, perciò vanno riconosciuti nella loro complessità e semi-leggibilità, come un respiro che si muove tra persone, momenti e situazioni.»
È un bellissimo concetto, ma non finire nei libri significa rischiare di non esistere per la storia dell’arte. Per esempio, abituati all’opera d’arte fisica, adesso appare necessario trovare un nuovo modo per descrivere queste pratiche.
Paola Pietronave: «Nella storia dell’arte ci sono state figure in grado di raccontare movimenti e fenomeni cogliendone i tratti meno evidenti. Bisogna riconoscere che certe cose non si possono intrappolare. È bello semplicemente sapere che esistono, a volte come motore nascosto. Richiedono cura e protezione per poter andare avanti. Il compito di chi si occupa di storia dell’arte è sapere cosa raccontare e come raccontarlo, mantenendo viva l’energia, la curiosità e la sensibilità.»
Viviana Marchiò: «L’inarchiviabile è una delle questioni cruciali di questi anni. Se è vero che le pratiche non votate all’oggettualità si fanno largo nel panorama artistico internazionale, allora è necessario mettere in discussione l’archivio e il documento come uniche forme attraverso cui i saperi trovano legittimazione.»
Alessandro Rolandi: «La relazione è il materiale del XXI secolo. In vista anche dell’evoluzione digitale, come ha scritto di recente Trevor Paglen[1], il livello sul quale si sviluppa la relazione non è più né linguistico né estetico, ma neuro-biologico. Tutte queste pratiche sono, quindi, pratiche di resistenza a un sistema che va sempre più verso una modellizzazione e un’archiviazione di definizioni, resa ora ancora più complessa e stratificata dall’IA. Essendo modellizzazioni astratte del mondo e dei comportamenti umani, propendono verso un sistema dominante in cui si cancellano le sfumature, le incongruenze e le frizioni. Quello che fanno queste pratiche è sfuggire a tale quantificazione; in qualche modo, l’ambiguità e il rifiuto di lasciarsi ‘definire’, assieme all’escapismo, diventano strategie. Cercando di mantenere viva l’imprevedibilità e di coltivare la complessità delle relazioni, si propone un’alternativa proprio a ciò che si sta mettendo in discussione. Dall’inizio della digitalizzazione si stanno creando database sui comportamenti umani, sempre più complessi e accurati, ma in cui la sottigliezza e la contraddizione sono registrate come anomalie all’ottimizzazione dei processi e all’obiettivo di rendere computabile ogni aspetto dell’esistenza. Il fatto che queste pratiche collaborative siano ostracizzate, oltre a essere ovvio, diventa, in realtà, un loro punto di forza. Mi viene in mente il detto “they tried to bury us, they didn’t know we were seeds”.»
Angelo Susino
Fonti
[1] Trevor Paglen, How to See Like a Machine: Images After AI, New York, Verso Book, 2026.
Crediti immagine di copertina
Documentazione della mostra Lumbunghissima a Gudskul Ekosistem. Foto: Opang Darmawan.





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